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Jachid e Jechidà

Pubblicato da a il 8 dicembre 2007

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In una prigione, laggiù la chiamano Terra, ove le anime dirette a Sheol, aspettano la distruzione, aleggiava l’anima femminile Jechidà.


Le anime dimenticano la loro origine.


Jechidà, dimentica di essere discesa dal trono della Gloria, aveva peccato.


La sua gelosia era stata causa di molti guai nel mondo in cui ella abitava.


Non solo bestemmiava Dio ma addirittura lo negava.


<Le anime>, diceva, .


Pur essendo le autorità pazienti e disposte al perdono, Jechidà venne infine condannata a morte.


Il giudice stabilì il momento in cui sarebbe dovuta scendere in quel cimitero che ha nome Terra.


Gli uscieri l’afferrarono, la strapparono a Jachid, il suo amante.


Le tarparono le ali, le tagliarono i capelli. Non le fu più consentito di udire la musica delle sfere, di sentire i profumi del paradiso e di meditare sui segreti della Torah, che sostengono l’anima.


Nella cella della prigione già ella era circondata dalle Tenebre del mondo inferiore.


Il suo maggior tormento consisteva nel desiderio di Jachid giacchè non poteva più raggiungerlo telepaticamente.


A Jechidà rimaneva soltanto la paura della morte.


L’anima morta cominciava immediatamente ad imputridire e veniva presto coperta in un utero dove e veniva presto coperta da una sostanza viscida detta seme.


Allora un becchino la poneva in un utero dove si tramutava in una specie di fungo e da quel momento veniva denominata “bambino”.


In seguito cominciavano le torture della Geenna: la nascita, la crescita, le fatiche, poiché la morte non costituiva l’ultimo stadio.


Purificata l’anima tornava alla sua fonte.


Dapprima Jechidà  non aveva fatto altro che piangere ma poi le lacrime si erano prosciugate. Desta o addormentata ella non smetteva mai di pensare a Jachid ma in quel carcere ogni contatto con le dimore celesti cessava.


La sola via d’uscita conduceva alla Terra ed agli errori chiamati “carne, sangue, midollo, nervi e respiro”..


< Il tuo momento è venuto, sorellina>- disse Dumà, l’angelo della Morte.


< Non è possibile alcun altro appello?>


< Coloro che si trovano in quest’ala della prigione scendono sempre sulla Terra!>


Jechidà rabbrividì.


< Bene, sono pronta!>


< Jechidà, so che sei adirata con me, ma la colpa è forse mia, sorella? Io pure sono un peccatore esiliato da un più alto regno e il mio castigo è quello di essere il carnefice delle anime. La morte non è spaventosa come tu ti immagini: i primi momenti non sono facili, è vero, ma quando sarai seminata nell’utero, i nove mesi che seguiranno non saranno dolorosi. Dimenticherai tutto ciò che hai imparato qui. Incomincerai a studiare le tradizioni sulla morte, rivestita di un corpo duttile e fresco e presto paventerai la fine del tuo esilio. Non rimarrai assente per più di cent’anni poiché anche i più malvagi non soffrono tanto a lungo! La morte, dunque, è la preparazione ad una nuova esistenza, Anche tra i morti esistono leggi e regolamenti.


Il tuo modo di comportarti nella morte deciderà quanto dovrà accaderti in seguito. La morte è un laboratorio per la riabilitazione delle anime. Il corpo è composto di sostanza così debole che un semplice colpo può farlo disintegrare. Tuttavia è una colpa grande distruggere la vita di un altro o la propria. Non solo ma tu non devi neppure agire o parlare o anche pensare in modo tale da minacciare la morte. Qui il nostro scopo è quello di conservare la vita ma laggiù è la morte che viene assistita. La morte altrui deve essere cara a tutti quanto la propria.


Ricorda le mie parole, ti saranno utili. >


<No, noooooooo! Non voglio ascoltare altre menzogne!> E Jechidà si coprì le orecchie.



 


——


 


Gli anni passarono e tutti nel Regno superiore avevano dimenticato Jechidà, tranne sua madre. Sulla Terra Jechidà aveva una nuova madre nonché un padre e dei fratelli..


Studiava all’università.


Era primavera e la corruzione della terra divenne lebbrosa di fiori.


Dalle tombe con i loro alberi commemorativi e dalle acque purificatrici, si levava un fetore spaventoso. Milioni di creature costrette a discendere nel regno dei morti stavano diventando mosche, farfalle,vermi, rospi, rane.


Al pari di tutti i cadaveri femminili Jechidà anelava la morte perpetua, a far sì che il proprio utero divenisse la tomba dei nuovi morti. Ma non poteva far questo senza l’aiuto di un maschio con il quale avrebbe dovuto copulare nell’odio che i morti chiamano amore.


Jechidà sedeva contemplando le vuote orbite del teschio lassù in alto: un cadavere vestito di bianco venuto a sedersi accanto a lei.


Per qualche tempo i due morti si guardarono, credendo di poterci vedere sebbene tutti i cadaveri siano in realtà ciechi, infine il cadavere maschile parlò:


< Mi scusi, potrebbe dirmi che ore sono?>


Il cadavere prese la mano di Jechidà e chinò il capo verso l’orologio quindi si presentò:


< Mi chiamo Jachid!>


< Che strana coincidenza!>


Mente pronunciava questa frase, sapevano entrambi che erano destinati a giacere insieme e preparare la tomba per un nuovo cadavere.


Salirono insieme su di una carrozza.


Jechidà chiuse gli occhi e si appoggiò con il capo all’imbottitura del sedile, si appisolò e sognò.


Nel sogno ella era risalita al mondo delle sue origini, aveva veduto la sua vera madre, i suoi amici, i suoi insegnanti.


Lassù si trovava anche Jachid.


Loro due si salutavano, si abbracciavano, ridevano e piangevano di felicità.


In quel momento riconobbero entrambi la felicità e la verità.


Sulla Terra la morte è temporanea ed illusoria, un processo ed un mezzo di purificazione.


mormorò Jechidà a se stessa.


Jachi e Jechidà passarono accanto ad una prigione e guardarono entro i finestrini.


Videro un’anima condannata a precipitare sulla Terra.


Jechidà seppe che quell’anima sarebbe divenuta sua figlia ed un attimo prima di destarsi udì una voce:


< la tomba ed il becchino si sono incontrati. La sepoltura avrà luogo stanotte!>.


 

4 Commenti a “Jachid e Jechidà”

  1. Andrea dice:

    Ciao Anna. Non so, mi sacli un po’ perplesso stavolta. La storia originale ed interessante, ma il pessimismo, la nostra vita vista come morte, il concepimento come funerale, forse li ho trovati un po’ pesanti.
    Magari avresti potuto insistere un po’ sull’incontro e l’innamoramento sulla terra, in modo da compensare il tutto e rendere il racconto un po’ più equilibrato.
    Anche così com’è comunque è senz’altro una lettura interessante :)
    Grazie per avercelo fatto leggere.
    Credo nella reincarnazione e questo è il senso della vita con un altro punto di vista. Purtroppo non siamo abituati a parlare di morte e delle varie termiologie a lei collegate. Sarà che io credo davvero che questo sia il mondo delle tenebre e riesco a sorridere perchè ho la mia fede che m’accompagna sempre, non lo trovo male. Ovvio che sono di parte! Però in effetti avrei potuto elaborare ed alleggerire un pò di più il loro incontro sulla Terra. Grazie Andrea, i tuoi commenti e suggerimenti sono sempre molto graditi.

  2. Diego dice:

    Io invece trovo che il ribaltamento sia la vera perla di questo racconto: è necessario svuotare, rivoltare e polverizzare per poter comprendere e ricostruire meglio. E innovare. L’innovazione è il vero motore. Bisogna inventare con forza inaudita, come ha fatto questo autore (o autrice, se ho ben capito). Sono sempre d’accordo quando leggo un punto di vista originale come questo, e anche (ahi, ahi) disposto a perdonare quella battuta di dialogo con i tre punti esclamativi :)
    In tutta franchezza, vorrei aver avuto io un’idea così. Complimenti.
    Grazie Diego. Ovviamente per prima cosa sono andata a correggere i tre punti esclamativi:D.. Grazie anche del commento che ho molto gradito. Mi rendo conto che come racconto è un pò forte però dipende sempre dal punto di vista in cui lo si guarda. Potrebbe essere una probabilità da non escludere a priori:)..
    Anna

  3. bernardodaleppo dice:

    L’originale e fredda disamina di questa situazione sono i punti forti di questo bel racconto, ma ti occorre un correttore di bozze… :-)

  4. Mary dice:

    Questo è un racconto di Singer, contenuto in Gimpel, l’idiota, del 1957. Io l’ho trovato il più originale e tra i più belli (insieme a Yentl, lo studente della yeshivà). Benchè possa sembrare pessimista, credo che in realtà sia molto positivo: se la nostra vita è vista come morte, e la vita spirituale, l’essere un’anima, è la vera vita, allora io vi leggo dentro come un monito a non essere materialisti, che l’anima esiste, e quella che crediamo morte è solo una trasformazione, così come Jechidà-anima crede di morire. Insomma questa vita è solo momentanea; un inferno dei viventi. Credo inoltre che questa idea sia molto legata all’idea che gli ebrei hanno dell’inferno/gehenna: un’anima vi sosta per dodici mesi e poi passa in un altro luogo, quindi nessuna punizione, nessun dolore è eterno. Molti dei racconti di Gimpel, l’idiota sfociano nel pessimismo, nel materialismo, ma la fede di Singer è provata dal fatto che egli esprime, si, dei dubbi, ma alla fine, nei suoi racconti, sceglie sempre di far accadere qualcosa di soprannaturale che li dissipa (un esempio su tutti è Gioia).

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