Category: syntagmy


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luna non stia per altro nel cielo, che per farci lume di notte, come il sole di… — gpdimonderose.

radurabgrundy

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morte, il tuo trionfo? — gpdimonderose.

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promenadea, il racconto di giax gpdimonderose – Storiebrevi – ilmiolibro.

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VuotoQuantoMeccanico ed e’ quantointelligente.

sulle sue pratiche (vedi il «fertilityday») e perché le relazioni e i rapporti sociali ci sono a partire dai rapporti di forza fra i generi. Affinché siano sane è necessario che la sessualità attenga alla consapevolezza e autodeterminazione dei singoli». Con una consapevolezza nuova rispetto agli Anni 70: la ricerca di una sessualità più autentica è una liberazione non solo per le donne ma anche per gli uomini

L’APPUNTAMENTO IN TRIENNALE

Elena Tebano affronterà l’argomento al Tempo delle Donne cercando di rispondere alla domanda: Quanto ha contribuito il movimento femminista alla liberazione sessuale delle donne? Oggi il loro piacere è davvero più diffuso e riconosciuto nelle relazioni come nella cultura comune?

L’appuntamento è al Triennale Lab, domenica 11 settembre, alle ore 11.30

LA DONNA CLITORIDEA AI TEMPI DI YOUPORN

Il Femminismo e la rivoluzione sessuale: un bilancio

Con Barbara Mapelli, coautrice di Infiniti amori (EDS), Barbara Bonomi Romagnoli, autrice di Irriverenti e libere (EIR), e Yasmin Incretolli, autrice di Mescolo tutto (Tunuè)

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> CREATIVITÀ. — Che cosa significa utilizzare il proprio cervello critico? Un’anticipazione dall’intervento al «Festival della mente» (di Lamberto Maffei)
3 settembre 2016, di Federico La Sala

Breve elogio della ribellione in salsa umanistica

Un’anticipazione dall’intervento di oggi al «Festival della mente» di Sarzana. Che cosa significa utilizzare il proprio cervello critico? Le giovani generazioni si trovano davanti a scelte difficili da decifrare. Occorre scommettere sulla «terapia» della scuola

di Lamberto Maffei (il manifesto, 03.09.2016)

A Sarzana il Festival della mente 2016 apre il programma con alcuni versi di una poetessa che mi è cara, Alda Merini: «voglio spazio per cantare crescere/ errare e saltare il fosso/ della divina sapienza». Con desideri simili anche io auspico un piccolo spazio, quello della ribellione, contro la corruzione, la disonestà, le guerre, le ingiustizie sociali, l’uso del linguaggio per ingannare il prossimo, la vendita delle armi, e contro coloro che, come loro fossero superuomini dotati di cervelli e corpi diversi, sfruttano e riducono a servi altri uomini.

La prima riflessione, banale ma necessaria è che gli uomini condividono gli stessi organi, la stessa organizzazione del sistema nervoso, gli stessi recettori: tu ed io siamo uguali a tutti gli altri. Risultano perciò inaccettabili alla logica prima ancora che all’etica i privilegi di chi nasce ricco e ha goduto delle facilitazioni di un ambiente adeguato, ma anche di amicizie, di favori più o meno leciti. La loro condizione di privilegio si mantiene grazie alla esistenza dei molti che invece di privilegi non ne hanno e con la loro opera rendono possibile i loro salari stratosferici e perfino i loro comportamenti offensivi con cui ostentano la loro ricchezza per mostrare il loro potere e diversità, manifestazioni volgari che gridano vendetta davanti a Dio.

Ricordo a proposito alcune parti dell’Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti di Italo Calvino: «C’era un paese che si reggeva sull’illecito (…) Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti. Dovevano rassegnarsi all’estinzione?»

L’onesto è relegato alla posizione di una sottospecie di fessi non degni di salire nella casta dei furbi. Il cervello, il buon senso, la critica, l’onestà sono in rivolta. La mia non è una ribellione violenta, perché la violenza genera violenza, ma è un richiamo all’uso del cervello pensante e critico, è la rivolta della ragione contro quel’1 per cento della popolazione che possiede più ricchezze del restante 99 per cento (rapporto Oxfam 2016). Ho raccolto queste riflessioni in un mio piccolo libro Elogio della ribellione uscito per Il Mulino.

In questo spirito di inquietudine e di rivolta rifletto su alcuni aspetti del mondo moderno, sulla globalizzazione, sul rapido invasivo sviluppo delle tecnologie che hanno procurato vantaggi ma anche problemi.

Le tecnologie della comunicazione hanno creato un nuovo tipo di solitudine, che possiamo chiamare paradossale perché causata da un eccesso di stimoli, da una saturazione di tutti i recettori, in particolare uditivi e visivi, che induce un’attività frenetica del cervello, levando spazio alla riflessione e ostacolando la libertà del pensiero intasato dalle entrate sensoriali come le connessioni in rete o la Tv. È la solitudine di un cervello che, solo in una stanza, invia e riceve notizie unicamente attraverso messaggeri informatici, ma spesso ha perso il contatto affettivo con gli altri. Il cervello troppo connesso è solo, perché rischia di perdere gli stimoli dell’ambiente, del sole, della realtà palpitante di vita che lo circonda.

La mia preoccupazione di vecchio insegnante è rivolta principalmente ai giovani, per i quali le nuove tecnologie hanno oltrepassato la soglia di strumenti utilissimi per diventare «cervello», neuroni senza i quali non si può più pensare, producendo così una pericolosa restrizione dello spazio della libertà di ragionamento e della fantasia. Lo spazio del pensiero lento è stato invaso dal pensiero rapido.

Per me, neurofisiologo, che cerca di ragionare sui meccanismi cerebrali che stanno alla base di questo cambiamento, ciò non è sorprendente. La plasticità del cervello, cioè la sua capacità di cambiare funzione e anche struttura anatomica in dipendenza degli stimoli ricevuti è massima nei giovanissimi. Basta ricordare che le sinapsi, elementi essenziali del funzionamento cerebrale, numerosissime intorno ai due-tre anni cominciano a diminuire dopo l’adolescenza in maniera sempre più veloce e questa diminuzione è il substrato della vecchiaia del cervello.

La grande plasticità dei giovani ha assorbito naturalmente i messaggi del nuovo mondo e ne è rimasta ingolfata. Probabilmente la generazione degli adulti è responsabile per non aver dato, come educatori gli antidoti contro queste «droghe» pericolose. È interessante ricordare che Steve Jobs, per evitare il sorgere di una dipendenza, aveva proibito ai suoi bambini l’uso degli strumenti da lui stesso inventati. Il cervello dei giovanissimi può essere manipolato: ne è esempio l’educazione dei bambini di alcuni gruppi islamici che induce giovanissimi a pianificati gesti di suicidio.

La nostra scuola non è riuscita a incanalare tempestivamente la rivoluzione tecnologica nella sua pur forte tradizione formativa, rinforzando l’educazione al ragionamento critico, al dubbio su tutto e su tutti. Scriveva Voltaire: «Il dubbio non è piacevole, ma la certezza è ridicola.

Solo gli imbecilli sono inadeguati che spesso mirano al sonno cerebrale, e le altre forme di comunicazione della rete che insieme a messaggi importanti e civili portano disinformazione e possono al limite diventare strumenti pericolosi in mano a delinquenti e terroristi.

Come terapia io non vedo che la scuola e nella scuola l’insegnamento delle materie umanistiche, e per materie umanistiche intendo tutte quelle guidate dalla curiosità, incluse la matematica che è puro pensiero, e tutte le discipline che, rimandando all’esperimento, educano all’argomentazione e al ragionamento. Purtroppo questo è oggi reso difficile dal progressivo degrado della scuola pubblica, della ricerca: insegnanti e ricercatori che preparano il futuro di un paese sono stati privati della loro dignità di funzione.

SUL TEMA, NEL SITO, SI CFR.:

LA COSCIENZA A POSTO. Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti
- L’URLO DI ITALO CALVINO (1980). PER L’ITALIA E PER LA COSTITUZIONE

INSEGNAMENTO E COSTITUZIONE: CHI INSEGNA AI MAESTRI E ALLE MAESTRE A INSEGNARE?!

CREATIVITÀ: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETÀ DELL’UOMO A “UNA” DIMENSIONE. Una sollecitazione a svegliarsi dal sonno dogmatico.

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> CREATIVITÀ: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETÀ DELL’UOMO A “UNA” DIMENSIONE. — GOLIARDA SAPIENZA (1924-1996).
30 agosto 2016, di Federico La Sala

GOLIARDA SAPIENZA (1924-1996) *

Il 30 agosto 1996 moriva Goliarda Sapienza, scrittrice, attrice, sceneggiatrice, artista siciliana vissuta a Roma.

Figlia della sindacalista Maria Giudice (la prima dirigente donna della Camera del Lavoro di Torino), Goliarda cresce a contatto dell’ambiente anarchico siciliano, in un clima di assoluta libertà da vincoli sociali, tra gli insegnamenti della madre, che era stata la prima a incitare le donne nelle piazze a lottare per i propri diritti. Il padre ritenne opportuno non farle nemmeno frequentare la scuola, per evitare che la figlia fosse soggetta a imposizioni e influenze fasciste.

“Il bambino è il primo operaio sfruttato, dipende dai grandi e sempre per un tozzo di pane, si abbassa a “divertire”, leccare le mani dei padroni, si lascia accarezzare anche quando non ne ha voglia”.

In mezzo agli imprevisti di una vita spesso in povertà, verrà segnata anche dall’esperienza del carcere che ispirerà “L’Università di Rebibbia”.

Le dinamiche di potere, i rapporti fra le persone e quelli con le istituzioni, il confronto con sé stessi, esasperato e reso drammatico dalla solitudine. Ha attraversato quei corridoi bui, lunghi, angusti lontanissimi dal mondo e che però lo rappresentano in pieno… Il paradosso di una società che pretende di rieducare alla vita civile attraverso la detenzione.

“Desideriamo spesso il silenzio, ma quello della vita è sempre sonoro, anche in campagna, al mare, anche nel chiuso della nostra stanza. Qui dove mi trovo il non rumore è stato ideato per terrorizzare la mente che si sente ricoprire di sabbia come in un sepolcro”.

Molti suoi lavori, tra cui il suo romanzo più celebre, “L’arte della gioia” furono pubblicati postumi dove ebbero successo dapprima in Francia e poi in Italia.

E’ stata una perdita importante per il Movimento Femminista degli anni ’60, ’70 e ’80 non poter leggere queste opere riscoperte solo dopo la sua morte che trasudano un femminismo così poco dogmatico, e meravigliosamente sui generis. Resta il compito a noi, che quei libri li abbiamo potuti leggere, farne pratica femminista quotidiana.

“Allora il dolore, l’umiliazione, la paura non erano, come dicevano, una fonte di purificazione e beatitudine. Avevo quella parola per combattere. E col mio esercizio di salute, nella cappella col rosario fra le dita ripetevo: io odio. Questa fu da quel giorno la mia nuova preghiera. E pregando studiai. Cercai nei libri il significato di quella parola”.

“Il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire. Mentiva la parola amore esattamente come la parola morte. Mentivano molte parole, mentivano quasi tutte.
- Ecco che cosa dovevo fare: studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali… e poi, ripulirle dalla muffa, liberarle dalle incrostazioni di secoli di tradizione, inventarne delle nuove, e soprattutto scartare per non servirsi più di quelle che l’uso quotidiano adopera con maggiore frequenza, le più marce, come: sublime, dovere, tradizione, abnegazione, umiltà, anima, pudore, cuore, eroismo, sentimento, pietà, sacrificio, rassegnazione.
- Imparai a leggere i libri in un altro modo. Man mano che incontravo una certa parola, un certo aggettivo, li tiravo fuori dal loro contesto e li analizzavo per vedere se si potevano usare nel “mio” contesto. In quel primo tentativo di individuare la bugia nascosta dietro parole anche per me suggestive, mi accorsi di quante di esse e quindi di quanti falsi concetti ero stata vittima”.

* FONTE: DINAMOpress, 30.08.2016.

Sul tema, nel sito, si cfr.:

lL “LOGO” DELLA SAPIENZA, L’UMANITA’, E L’ACQUA. PAESE IMPAZZITO

CREATIVITÀ: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETÀ DELL’UOMO A “UNA” DIMENSIONE. Una sollecitazione a svegliarsi dal sonno dogmatico.

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> LA SOCIETÀ DELL’UOMO A “UNA” DIMENSIONE. Una sollecitazione a svegliarsi dal sonno dogmatico. — L’Islam, il cristianesimo e la polemica sul burkini (di Vito Mancuso)
26 agosto 2016, di Federico La Sala

LA RISATA DI KANT: SCHOPENHAUER (COME RATZINGER) A SCUOLA DEL VISIONARIO SWEDENBORG.

KANT E SAN PAOLO. COME IL BUON GIUDIZIO (“SECUNDA PETRI”) VIENE (E VENNE) RIDOTTO IN STATO DI MINORITA’ DAL GIUDIZIO FALSO E BUGIARDO (“SECUNDA PAULI”).

L’Islam, il cristianesimo e la polemica sul burkini

di Vito Mancuso (la Repubblica, 26.08.2016)

LA QUERELLE sul divieto del burkini e la polemica sulle suore in spiaggia ha avuto di certo il merito di richiamare la comune radice di cristianesimo e islam in ordine alla questione dell’abbigliamento cui devono essere tenuti i corpi delle donne. Ha avuto quindi una felice intuizione l’imam di Firenze, Izzedin Elzir, nel pubblicare sulla sua pagina facebook, come commento, una foto di alcune religiose al mare?

Per giudicare basta leggere ciò che al riguardo ordinava san Paolo (in questo articolo mi si scuseranno le lunghe citazioni, ma credo sia importante): «Voglio che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza a capo scoperto, manca di riguardo al proprio capo, perché è come se fosse rasata. Se dunque una donna non vuole coprirsi, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra. L’uomo non deve coprirsi il capo, perché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non è l’uomo che deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve avere sul capo un segno di autorità a motivo degli angeli» (Prima lettera ai Corinzi 11,3-10, versione ufficiale Cei).

Qui san Paolo dice tre cose precise: 1) che la donna è sottoposta all’uomo, così come l’uomo è sottoposto a Cristo, e Cristo è sottoposto a Dio, secondo una netta gerarchia ascendente; 2) che la donna non solo è sottoposta ma è addirittura finalizzata all’uomo, nel senso che è stata creata per l’uomo, di cui è chiamata a essere la “gloria”; 3) che la donna deve coprire la sua testa in segno di accettazione dell’autorità cui è sottoposta.

L’islam ripresenta la medesima impostazione. La superiorità dell’uomo rispetto alla donna è affermata chiaramente dal Corano: «Gli uomini sono un gradino più in alto» (sura 2,228, trad. di Ida Zilio-Grandi). Nella stessa prospettiva la sura 4 intitolata Le donne afferma: «Gli uomini sono preposti alle donne perché Dio ha prescelto alcuni di voi sugli altri e perché essi donano parte dei loro beni per mantenerle. Le donne buone sono devote a Dio e sollecite della propria castità così come Dio è stato sollecito di loro, e quanto a quelle di cui temete atti di disobbedienza, ammonitele, poi lasciatele sole nei loro letti e poi battetele, ma se vi ubbidiranno non cercherete pretesti per maltrattarle, Dio è grande e sublime » (4,34).

Quanto alla finalizzazione della donna rispetto all’uomo, così scrive il Corano: «Agli occhi degli uomini è stato abbellito l’amore dei piaceri, come le donne, i figli e le misure ricolme d’oro e d’argento, e i cavalli di razza, e il bestiame e i campi» (3,14). Ed è sufficiente pensare alla concezione islamica del paradiso in cui donne giovani e belle saranno sempre a disposizione dei credenti maschi, per ritrovare confermata tale innegabile centralità maschile.

Da qui, come già per san Paolo, per il Corano discende il tipo di abbigliamento cui deve conformarsi il corpo femminile: «Profeta, di’ alle tue moglie e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si coprano con i loro mantelli; questo sarà meglio per distinguerle dalle altre donne affinché non vengano offese, ma Dio è indulgente e compassionevole » (33,59).

Appare quindi chiaro che, sia per il cristianesimo sia per l’islam, l’abbigliamento femminile comandato non è una semplice questione di tradizione né tanto meno di gusto, ma suppone una precisa concezione del rapporto uomo-donna all’insegna della subordinazione di quest’ultima.

Non è certo un caso che in Occidente l’affermazione della piena parità giuridica uomo-donna abbia avuto come conseguenza la mutazione dell’abbigliamento femminile da cui è scomparso ogni segno di subordinazione, compreso il velo in testa a cui, stando alle severe disposizioni di san Paolo, erano tenute tutte le donne in chiesa fino a solo qualche decennio fa.

Dietro il burkini quindi, e in genere dietro ogni tipo di velatura più o meno ampia (con fascia, scialle, foulard, velo semplice, velo totale incluso il viso), c’è l’idea che la donna sia inferiore all’uomo e a lui sottomessa. Per questo a mio avviso non ha torto il premier francese Manuel Valls ad affermare che il burkini «è la traduzione di un progetto politico, di contro-società, fondato notoriamente sulla sottomissione della donna » e che quindi «non è compatibile con i valori della Francia e della Repubblica». E dato che la parità uomo-donna è anche un nostro valore, io penso che quel costume, e in genere l’abbigliamento che esso traduce, non sia compatibile neppure con il nostro paese.

È semplicistico dire che alla libertà di andare in spiaggia con il bikini deve corrispondere quella di andarvi con il burkini: nel primo caso infatti si assiste a un movimento di liberazione del corpo, mentre nel secondo di asservimento. E la libertà, se la si intende seriamente, non è mai solo astratta, cioè fare quello che si vuole, ma sempre concreta, cioè fare quello che è giusto e fa bene, e non ci sono dubbi che la liberazione del corpo sia un bene, anche per la liberazione della mente che ne consegue.

Il cristianesimo e l’islam, così come l’ebraismo e le altre religioni, sono quindi uno strumento di oppressione? Lo possono essere, non ci sono dubbi, c’è la storia a dimostrarlo, come del resto la storia mostra che possono diventare anche strumento di liberazione se vissuti correttamente: una liberazione dall’oppressione sociale (si pensi alla teologia della liberazione in America Latina) e una liberazione dal proprio egocentrismo e dalle proprie cattiverie, si pensi alla storia della santità e della mistica.

Il punto essenziale è comprendere che siamo inseriti tutti in un processo di cui nessuno, neppure ovviamente la laicità francese, detiene il punto di vista assoluto e alla cui evoluzione tutti sono chiamati a contribuire.

Diceva il grande teologo Raimon Panikkar che «le religioni si devono convertire ». È vero: le religioni si devono convertire all’idea di non rappresentare il punto di arrivo dell’umanità, ma di essere uno strumento a servizio del bene e della giustizia, i quali sono i veri punti di arrivo cui continuamente tendere.

L’imam di Firenze ha accostato le suore cristiane alle donne musulmane, ma ha dimenticato che le suore rappresentano un gruppo particolare di donne che ha liberamente scelto di vivere in povertà, castità e obbedienza, e il cui abbigliamento richiama il loro stile di vita alternativo. Sono ben lontane però dal rappresentare tutte le donne occidentali, le quali hanno altrettanto liberamente orientato se stesse secondo ben altri stili di vita e di abbigliamento.

L’islam, che non ha suore, in un certo senso tende a rendere un po’ suore tutte le donne che vi aderiscono. Il che però non è compatibile con l’idea di donna cui l’Occidente è giunto. E di questo i musulmani e le musulmane che vogliono vivervi dovrebbero, a mio avviso, prendere atto.

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A “UNA” DIMENSIONE — OLIMPIADI RIO 2016: Cento metri di libertà, la saudita Kariman Abuljadayel ha già vinto (di Alberto Caprotti).
17 agosto 2016, di Federico La Sala

La storia

Cento metri di libertà, la saudita Kariman ha già vinto

di ALBERTO CAPROTTI,

INVIATO A RIO DE JANEIRO *

Kariman è lì, un po’ incerta. Ai blocchi dei cento metri. Le altre esibiscono braccia lucide, sguardi aggressivi, body sgargianti. Lei invece è una tartarugona impacciata, che non sa dove mettere piedi e mani. Addosso lo hijab d’ordinanza. Tutto nero, da capo a piedi, senza sponsor ovviamente, senza scritte. La sola ad essere coperta, a non mostrare le gambe, a chinare gli occhi.

Si chiama Kariman Abuljadayel, la sua bandiera è quella dell’Arabia Saudita. E a guardarla viene in mente che, piaccia o meno, è lei il simbolo del futuro, della donna musulmana che si mette a correre. Ma anche del passato, che ti permette di arrivarci ai Giochi ma vietandoti di vestirti come le altre, negandoti la cultura, l’informazione.

Non era una batteria importante la sua: la terza dei 100 metri donne. Quella delle meno attrezzate, diciamo così. Kariman parte lenta, passi pesanti, un fagotto nero che resta indietro. A metà pista è ultimissima, poi rimonta, fuori dall’inquadratura della tv. Bisogna alzare gli occhi dallo schermo per trovarla: quando la Wingfield, che è di Malta, lei pure terzo mondo della velocità, taglia il traguardo prima, Kariman è quasi 5 secondi dietro. Un secolo su questa distanza. Ma non arriva ultima: risale, e si lascia di poco alle spalle la Tewaaki, atleta del piccolo stato del Kiribati.

Geografie lontane, donne di un altro mondo. Quelle saudite, Kariman e altre tre, a Rio ci sono venute solo grazie a un invito speciale da parte del Cio. Le norme religiose in Arabia Saudita non consentono alle donne di praticare sport e, quindi, partecipare a eventi di qualificazione. L’unico modo per competere alle Olimpiadi è su invito del Comitato olimpico, che richiede da alcuni anni che ogni delegazione abbia almeno una donna. I sauditi hanno accettato, controvoglia. Assicurando che in nessun caso saranno violate le leggi religiose. «Continueremo ad agire in accordo con le norme governative e religiose. E così faranno anche le nostre atlete», hanno comunicato alla vigilia dei Giochi. Fissando tre condizioni: indossare un adeguato abbigliamento per la religione, l’approvazione da parte del marito della loro presenza; non entrare in contatto con gli uomini.

Questo c’è dietro quella corsa impacciata e splendida. Che anche per questo ha un senso enorme. Peccato solo che chi gareggiava con lei, non l’ha capito. Tagliato il traguardo, nessuna si è fermata ad abbracciare Kariman. Sarebbe stato favoloso se anche le altre avessero perso qualche istante con un fagotto che non correrà mai veloce, ma che è stata costretta da un governo fatto da uomini, a non partecipare in maniera indipendente alla vita. Avrebbe voluto dire che questa atletica è anche capace di ricordare i traumi, le difficoltà, le arretratezze del mondo. E di farsene carico, almeno per cento metri di strada.

* Avvenire, 13/08/2016 (ripresa parziale – senza foto).

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A “UNA” DIMENSIONE. — BURKA, BURKINI, E LA DIGNITA’ DELEL DONNE (di Donatella Di Cesare)..
17 agosto 2016, di Federico La Sala

Burka e burkini

Coprire una donna vuol dire calpestare la dignità di tutte

Una comunità dove manca lo sguardo femminile, dove il volto è consegnato alla irrealtà, non può non essere sminuita e lesa. Proprio questo non si può accettare: l’esclusione dallo spazio pubblico

di Donatella Di Cesare (Corriere della Sera, 17.08.2016)

Si chiama burkini la versione meno castigata del burka, concepita per le donne musulmane che vanno in spiaggia. Si vede qualcosa in più: i piedi, le mani, parte del volto. Sarebbe troppo definirlo un costume da bagno. Il nome fa pensare ovviamente al bikini. E forse non è azzardato vedere nel burkini una risposta identitaria ai due pezzi conquistato a fatica dalle donne occidentali: voi vi scoprite – noi ci lasciamo coprire.

Può darsi che un burkini sia anche bello. Alcuni sono perfino colorati. E c’è chi non ha mancato di ironizzare sulla forte carica erotica di quei drappeggi che, una volta nell’acqua, fanno trapelare le forme del corpo. Viene in mente l’immagine di Ursula Andress quando, nel film 007 Licenza di uccidere, esce dal mare con la muta da sub. Non è un classico dei fantasmi maschili? Come la t-shirt bagnata. Perché questa ipocrisia?

Certo è, però, che l’immagine di una donna in burkini sulla spiaggia può inquietare e irritare per numerosi motivi. Non stupiscono, dunque, le ordinanze emesse dai sindaci che lo hanno vietato, prima a Cannes, poi a Villeneuve-Loubet, sulla Costa Azzurra. Vietare, si sa, è sempre un gesto odioso. Ma a poco più di un mese dalla strage di Nizza il burkini viene percepito da molti francesi come una provocazione inopportuna che potrebbe contribuire a esasperare gli animi. Da un canto la nudità disarmata dei bagnanti, che nonostante tutto vanno in spiaggia, dall’altro quel costume-armatura che copre, fin quasi a nascondere, la donna che lo indossa.

Alla provocazione si aggiunge inoltre il segno di un’appartenenza ostentata in un modo che, nella Francia repubblicana, non può non apparire indisponente (ma lo sarebbe anche da noi). Un costume integrale che richiama immediatamente l’integralismo. Questa è la differenza rispetto ad altri simboli religiosi, dalla kippàh alla croce, che vengono invece consentiti. Si intuiscono, poi, i motivi di sicurezza, sia perché non sarebbe difficile nascondere armi, sia perché basterebbe un paio di occhiali da sole per rendere completamente irriconoscibile l’identità.

È allora difficile comprendere le proteste sollevate da quelle organizzazioni, a cominciare dalla Ligue des Droits de l’Homme e dal Collectif contre l’islamophobie en France, che vorrebbero leggere nel divieto del burkini un caso di razzismo islamofobo. Stanno difendendo il diritto delle donne o non, piuttosto, il dovere che è loro imposto dagli uomini? La risposta viene dalle immagini di Manbij, la città siriana appena liberata, dove le donne si strappano gioiosamente il velo del burka, lo calpestano o lo danno addirittura alle fiamme. In questo periodo, inquietante e drammatico, in cui da uno sfondo di violenza, a stento immaginabile, riemergono le ragazze rapite da Boko Haram, l’abbraccio tra una donna velata e una soldatessa curda è, in tutto il suo contrasto paradigmatico, il sigillo di una speranza a cui non vogliamo rinunciare.

Resta la questione del burka, che la Francia ha vietato nel 2010 e su cui, invece, la Germania si mostra titubante rinviando per ora ogni decisione. Non si tratta solo di sicurezza. Né di diversi stili di vita.

Piuttosto è il corpo della donna che, secondo l’ottica integralista, non deve comparire pubblicamente, perché è «carne scoperta», esposta, e potrebbe provocare, fuorviare gli uomini. Tanto più insopportabile è il velo che abolisce il volto della donna. Una donna coperta dal burka è protetta, difesa, venerata? O non è forse mortificata? Esclusa soprattutto dalla reciprocità del «faccia a faccia»?

A essere danneggiata non è solo la donna, la cui dignità viene calpestata, ma tutta la comunità che sul «faccia a faccia» reciproco si fonda. Una comunità dove manca lo sguardo delle donne, dove il loro volto è consegnato alla irrealtà, non può non essere sminuita e lesa. Proprio questo non si può accettare: l’esclusione delle donne dallo spazio pubblico.

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A “UNA” DIMENSIONE — Insegnare l’antropologia nelle scuole (di Marino Niola)
13 agosto 2016, di Federico La Sala

ANTROPOLOGIA come ANTROPOLOGIA o come “ANDROPOLOGIA” E “ANDRAGATIA”?! L’ORDINE SIMBOLICO DELLA MADRE (E DEL FIGLIO), DI “MAMMASANTISSIMA”:

CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A “UNA” DIMENSIONE. Una sollecitazione a svegliarsi dal sonno dogmatico.

CHI SIAMO NOI, IN REALTA’?! RELAZIONI CHIASMATICHE E CIVILTA’: UN NUOVO PARADIGMA. CON MARX, OLTRE.

LO SPIRITO CRITICO E L’AMORE CONOSCITIVO. LA LEZIONE DEL ’68 (E DELL ’89).

Miti d’oggi

Insegnare l’antropologia nelle scuole, arma contro fondamentalismo e razzismo

di Marino Niola (la Repubblica, Venerdì, 12.07.2016)

Insegnare l’antropologia culturale nelle scuole per sconfiggere integralismo, radicalismo e razzismo. Lo hanno chiesto alle Istituzioni della Ue i rappresentanti delle associazioni antropologiche europee che si sono riuniti nei giorni scorsi a Milano rispondendo all’appello delle due sigle italiane, Anuac e Aisea. È singolare che in un mondo sempre più globalizzato e multiculturale, dove forme di vita, tradizioni, identità e religioni diverse convivono gomito a gomito, manchi totalmente nelle nostre scuole una qualsiasi educazione alla differenza. Che sarebbe invece il presupposto indispensabile per costruire un dialogo interculturale pacifico.

Insomma conoscenza contro diffidenza. E contro violenza. Che spesso nascono dall’ignoranza reciproca. E dalla paura dell’altro. È paradossale, secondo Cristina Papa, presidente dell’Anuac, che in uno scenario del genere la scuola, che avrebbe il compito di formare i cittadini di domani, non preveda l’insegnamento dell’antropologia, l’unica scienza che studia proprio le differenze, ma anche le compatibilità tra culture, modi di vita, usi e costumi dei diversi popoli. E che oggi sarebbe fondamentale sia per i ragazzi europei sia per i migranti di seconda e terza generazione che, sempre più spesso, reagiscono negativamente all’impatto con il paese ospitante. Col risultato, che è sotto i nostri occhi, di rinchiudersi nella propria apartheid identitaria. E di radicalizzare la propria origine, o la propria religione, trasformandole in un’arma a disposizione del fondamentalismo. È indispensabile che la scuola e l’università colmino questo anacronistico ritardo formativo.

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Quant’è vero Dio. Perché non possiamo fare a meno della religione – Sergio Givone – Google Libri.

erranza sé, per sé

Venire fuori e tramontare –già lì determinaesserly remoty remoteggy remoteggia mondialeventy mondeggy mondeggia eterny eternity abgrundeventy nulleggy esserly pensareventy esserly ontosofia Absoluteventy esserly catastrofeventy katastrophy esserly pensareventy futureventy relativeventy’arteventy esserly schemeventy epistemeventy esserly struktureventy ontologrammy “al di là ” oltre: “al di là nell’aldilà”)al di là al di là nell’aldilà paradigmabgrammy. Già Daseinstryngrammy] ‘nullabgrundy’ esistita ’ragione sovrana’. Al contrario, ciò che Kant stesso ha chiamato una volta Anthropologia transscendentalis sembra essere una specie di ’Critica della comune ragione umana’, il cui statuto trascendentale non può tuttavia essere esplicitato perché proprio tale ragione comune è condizione della possibilità della stessa ragione pura, la sua pietra di paragone. Che è, poi, la natura della facoltà di giudizio.

E sarà anche il caso di ricordare che al vero e proprio sensus communis aestheticus, principio di tale facoltà, che rappresenta trascendentalmente la soggettività e su cui si fonda la conformità a scopi, Kant associa strettamente il cosiddetto sensus communis logicus, le cui massime, pur non essendo “parti della critica del gusto”, possono tuttavia “servire come chiarimento dei suoi principî”. E da quella soggettività trascendentale, non certo da una soggettività vuota, che nascono le massime (cioè: i principî soggettivi) più alte della cosiddetta “Auflklarung”, dell’illuminismo: “1. Pensare da sé; 2. Pensare mettendosi al posto di ciascun altro; 3. Pensare sempre in accordo con se stessi” (§ 40, p.130), cioè non un soggettivismo che metta alla pari giudizi e pregiudizi, ma il programma di una comunicabilità universale dei concetti e dei giudizi, quindi il compito di comprendere nella “socievolezza del giudizio” (espressione che ricorre nella Riflessione appena citata), per quanto è possibile, i pregiudizi oltre i pregiudizi, verso una verità che ha per sfondo un ‘incondizionato’ ideale.

Ma questo ’incondizionato’ rappresenta per caso il mito opposto di una verità oggettiva che azzeri definitivamente ogni pregiudizio? Certamente no, se si pensa che proprio dall’esame delle difficoltà che esso pone nasce la critica della ragione pura e la sua dialettica. L’incondizionato di cui si parla e che continuamente affiora nella terza Critica è altra cosa. Poiché il compito stesso del pensare sarebbe impossibile senza un qualche riferimento all’incondizionato e alla totalità, quale sfondo inesponibile e inconoscibile del condizionato e del particolare, e proprio ai fini di una comprensione e di una conoscenza del condizionato e del particolare, il pensare l’incondizionato e la totalità sarà sensato solo dal punto di vista di chi sta innanzitutto nel condizionato e nel particolare soggettivo-oggettivo.

Riflessione e comprensione (o la ’filosofia’ in genere) non possono non essere quindi, mediante l’analogia, uso di concetti determinati in vista di concetti condizionanti e incondizionati che li ricomprendono e sono per se stessi necessariamente indeterminati, la determinatezza di quelli provenendo dall’esperienza determinata solo in quanto questa già contiene un’istanza incondizionata per se stessa indeterminata. “Infatti ci rendiamo subito conto che alla natura nello spazio e nel tempo manca del tutto l’incondizionato, e quindi anche quella grandezza assoluta che pure è richiesta dalla ragione più comune” (p. 104, corsivo nostro). (Per esempio, non è questa forse l’intuizione che sta alla base della nozione di indeterminatezza semantica del linguaggio e del suo essere di volta in volta determinato pragmaticamente: un’intuizione che non solo non promuove un banale relativismo, come capita a molti altri, ma anzi tende a cogliere, nella comprensione del linguaggio, la sua determinatezza e insieme la sua ideale., e pur paradossale, totalità indeterminata?).

Emilio Garroni – Hansmichael Hohenegger, Introduzione a: I. Kant, Critica della facoltà di giudizio, Einaudi, Torino 1999, pp. LXXVIII-LXXX – senza le note.

Federico La Sala (giugno-agosto 2010)

Sul tema, nel sito e in rete, si cfr.:

LE DUE METÀ DEL CERVELLO. Il linguaggio del cambiamento

? UNA CATTOLICA, UNIVERSALE, ALLEANZA “EDIPICA”!!! IL MAGGIORASCATO: L’ORDINE SIMBOLICO DELLA MADRE, L’ALLEANZA DELLA MADRE CON IL FIGLIO, REGNA ANCORA COME IN TERRA COSI’ IN CIELO
– DONNE, UOMINI E VIOLENZA: “Parliamo di FEMMINICIDIO”.

?KANT, FREUD, E LA BANALITÀ DEL MALE. PER LA CRITICA DELLA RAGIONE ATEA E DEVOTA. Un breve saggio (in pdf, scaricabile) – di Federico La Sala, con pref. di Riccardo Pozzo.

RATZINGER ’A SCUOLA’ DEL VISIONARIO SWEDENBORG. Una nota di Leonard Boff e una di Immanuel Kant

CARISMA, COSTITUZIONE, E POLITICA: AL DI LA’ DELLA TRAPPOLA ATEA E DEVOTA. Una importante provocatoria riflessione di Lidia Ravera

“UN UOMO PIÙ UNA DONNA HA PRODOTTO, PER SECOLI, UN UOMO”Franca Ongaro Basaglia, Donna, in Enciclopedia, 5, Torino, Einaudi, 1978, p. 89.

LE DUE METÀ DEL CERVELLO. Il linguaggio del cambiamento

LE DUE META’ DEL CERVELLO (Alfabeta, 1980)

Rispondere all’articolo

CREATIVITÀ: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETÀ DELL’UOMO A “UNA” DIMENSIONE — Il Femminismo e la rivoluzione sessuale: un bilancio (di Elena Tebano)
5 settembre 2016, di Federico La Sala

CREATIVITÀ: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETÀ DELL’UOMO A “UNA” DIMENSIONE. Una sollecitazione a svegliarsi dal sonno dogmatico.

LO SPIRITO CRITICO E L’AMORE CONOSCITIVO. LA LEZIONE DEL ’68 (E DELL ’89).

DAL “CHE COSA” AL “CHI”: NUOVA ERMENEUTICA E NUOVO PRINCIPIO DI “CARITÀ”! DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE. Una nota di Eleonora Cirant

FEMMINISMO

Le donne, il piacere: ?cosa è successo

La pillola, legale in Italia da 45 anni, ha rivoluzionato la sessualità femminile. Ma la strada è ancora lunga, tra conquiste ed errori . Quanto ha contribuito il movimento femminista alla liberazione sessuale? Ne parleremo in Triennale l’11 settembre

di Elena Tebano (Corriere della Sera, 05.09.2016)

La sessualità femminile in Italia ha una data di nascita ufficiale (e recente): 1971. È il 16 marzo di 45 anni fa quando la contraccezione smette di essere un reato – contro la stirpe, per altro: la Corte Costituzionale dichiara illegittimo l’articolo 553 del Codice penale introdotto dal Fascismo che puniva chiunque incitasse all’uso degli anticoncezionali. La pillola, comparsa nelle borse delle donne già dagli Anni 60, diventa legale e permette alle italiane di far sesso per il piacere di farlo senza rischiare di avere figli che non vogliono.

L’estate di quello stesso anno Carla Lonzi, raffinata (e oggi spesso dimenticata) teorica del femminismo, pubblica «La donna clitoridea e la donna vaginale» per la casa editrice del gruppo Rivolta Femminile. Sessantaquattro pagine in cui sostiene che il vero orgasmo è quello che si ottiene con la stimolazione del clitoride e non quello che deriva dalla penetrazione, e afferma che la cultura maschile ha intrappolato le donne in un mito per molte irraggiungibile. Una distinzione che fornisce un grimaldello psicologico alla lotta delle donne: il clitoride «diventa l’organo in base al quale “la natura” autorizza e sollecita un tipo di sessualità non procreativa», scrive Lonzi, che denuncia «nella colonizzazione sessuale la condizione di base dell’indebolimento e dell’assogettamento della donna». La critica della sessualità e la ricerca di una sua espressione autentica diventano uno dei cardini del movimento femminista, articolate e rivissute quotidianamente nei gruppi di autocoscienza. È una rivoluzione copernicana.

La negazione del desiderio (femminile)

«Prima del femminismo una donna per bene non doveva provar piacere: doveva adeguarsi a quello maschile e magari diventare madre. Se perseguiva il proprio piacere era considerata perduta. La generazione di mia madre parlava del sesso come un fastidio inevitabile che si poteva superare perché ci si voleva bene – racconta Barbara Mapelli, studiosa e scrittrice che a quella stagione ha preso parte –. Per noi, che avevamo tutte tra i 20 e i 30 anni e avevamo già avuto figli, era ovvio partire da lì: ci rendevamo conto che la sessualità socialmente e culturalmente imposta negava il nostro desiderio».

Quarantacinque anni sono poca cosa nella storia dell’umanità, eppure quei tempi non potrebbero sembrare più lontani. Che cosa resta adesso di quel tentativo? Il movimento femminista ha davvero contribuito alla liberazione sessuale delle donne? E c’è ancora bisogno di una riflessione sulle forme e i modi della sessualità? Se da un lato nessuno (almeno in Italia e in Occidente) può più mettere in discussione il diritto delle donne al piacere nel sesso, dall’altro sembrano ormai altrettanto inaccettabili alcuni eccessi di quegli anni. «Il nostro errore – spiega ancora Mapelli – è stato pensare che con il pensiero si possano immediatamente mutare i comportamenti. Noi li cambiavamo ma così finivamo per esasperarli e perdevamo autenticità».

La prestazione anche nel sesso

Oggi è dunque scomparsa l’idea che esista un tipo più vero (o libero) di orgasmo. Ed è sparita anche quella – sostenuta dalle teoriche radicali americane degli Anni 70 Catharine MacKinnon e Andrea Dowrkin – che le donne nel sesso vengano inevitabilmente ridotte a oggetti del piacere maschile, una reificazione che le priverebbe di umanità e da lì finirebbe per definire tutta la condizione femminile. Su questo tema ha scritto pagine bellissime la filosofa Martha Nussbaum che in un saggio del 1995 «Persona oggetto» (pubblicato in Italia due anni fa da Erickson) spiega come in condizioni di parità e di rispetto reciproco uno degli aspetti «meravigliosi» del sesso sia trattarsi a vicenda come oggetti di desiderio e piacere e perdere l’autosufficienza e il controllo che caratterizzano gli altri ambiti della nostra esistenza.

Ma se le donne godono di maggiore libertà non significa che la sessualità sia «finalmente» libera o autentica. Il problema è soprattutto quello che Roberto Todella, sessuologo e presidente del Centro interdisciplinare per la ricerca e la formazione in sessuologia chiama «modello prestazionale» su cui uomini e donne tendono a valutare se stessi e ciò che fanno a letto. «L’attenzione al piacere, anche da parte delle donne, è diventata centrale, ma sempre più spesso viene misurata sull’immaginario della pornografia con la sua insistenza su posizioni, intensità, ruoli stereotipati – dice Todella –. In questo scenario la donna è sempre disponibile e sembra godere qualunque cosa le venga fatta, l’uomo deve essere prima di tutto forte, prestante, impositivo. Se il sesso diventa imitazione di un repertorio precostituito, però, non è più un’esperienza, non passa attraverso la conoscenza di sé e si deforma per aderire a un copione scritto da altri. Smette di rappresentarci».

Desideri e sexy shop

Una tendenza evidentissima secondo Yasmin Incretolli, scrittrice 22enne che in «Mescolo tutto» (Tunuè, 2016) ha raccontato anche la centralità del sesso (spesso mal vissuto) nella sua generazione. «La rivoluzione sessuale ormai è sdoganata – afferma –, ma spesso il sesso viene vissuto come se fosse un mantra, in modo ritualistico ed estremizzato».

Anche perché manca una vera educazione alle sessualità a scuola e da parte di molti genitori: «L’insegnante per i maschi è Internet, la pornografia. I maestri delle ragazze sono i ragazzi che si scelgono: anche per loro c’è un nesso con il porno, filtrato però dai gusti del loro compagno, che è anche peggio. Il sesso dovrebbe essere scoperta di sé, non un’ospitata nel mondo maschile».

Non è un caso che tra i temi dei nuovi femminismi ci sia la riappropriazione in chiave emancipatoria della pornografia: «I movimenti del post-porno hanno dimostrato che è possibile una pornografia diversa, che non riproduca le medesime strutture di potere della società che mette a nudo, in cui l’uomo sta sopra e la donna sotto, in tutti i sensi», dice Barbara Bonomi Romagnoli, autrice di «Irriverenti e libere. Femminismi nel nuovo millennio» (Eir, 2014).

È solo uno dei tentativi delle nuove generazioni femministe di riprendere la questione sessuale, «che rimane rilevante e viene declinata da vari punti di vista – rileva Bonomi Romagnoli –, Post-religiosi, atei, materialisti: nell’infinita gamma degli atteggiamenti dell’Occidente secolarizzato verso la religione sembra manchi solo quello più semplice: credere. È ormai una scelta marginale, in via d’estinzione? Niente affatto, tanto è vero che il bisogno di Dio sembra tornare alla ribalta ovunque nel mondo, in modi anche drammatici. Perché? È opinione comune che la religione sia stata inventata dagli uomini per autoconsolarsi della propria condizione mortale. Ma se le cose stanno così, come mai tutte le religioni hanno sempre offerto ai fedeli e ai non-fedeli scenari inquietanti, dal giudizio finale al paradiso e all’inferno? Il fatto è che la religione, nel momento in cui risponde alla domanda sul senso della vita, riguarda la nostra libertà, perché della libertà è l’ultima difesa e non la soppressione. Ecco perché il ritorno a Dio è necessario al fine di contrastare il totalitarismo in tutte le sue forme. Se è vero che la religione non può essere tenuta fuori dalla sfera pubblica, riflettere sulla sua opportunità significa riflettere sulla giustizia, che è ciò da cui si dispiega, secondo la lezione del pensiero antico da Parmenide in poi, l’ordinamento stesso del mondo e del nostro stare insieme come umani. Uno dei nostri maggiori filosofi si interroga e ci interroga sulla necessità della religione prima ancora che sul bisogno di essa, avendo il coraggio di prendere le distanze da figure mai come ora oggetto di discussione e al centro del dibattito: Nietzsche e Heidegger. E lo fa da laico, consapevole che laico non è chi rivendica la propria indifferenza nei confronti della religione ma al contrario chi la prende sul serio, riconoscendo che i contenuti essenziali con cui è chiamato a fare i conti, le ragioni per cui si vive, vengono proprio da lì. Un percorso incalzante e profondo che fa appello alle conclusioni di poeti e scrittori non meno che a quelle dei filosofi – Hölderlin e Dostoevskij su tutti –, intreccia alla religione il discorso sul sacro e mette in guardia dai pericoli del relativismo e dell’etica utilitaristica. Al cuore, una domanda cruciale: davvero possiamo fare a meno della verità sull’uomo e sul mondo che solo la religione è in grado di comunicare?

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Essere: l’evento-radura dell’Esserevento-«è»’esser-ci abissale già radura… — gpdimonderose.

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abnulla, il racconto di giax gpdimonderose – Storiebrevi – ilmiolibro.

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Al — gpdimonderose.

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lympharmakonty, il racconto di giax gpdimonderose – Storiebrevi – ilmiolibro.

o è quello di suor Lucrezia
Barbarigo, monaca professa in Sant?Alvise a Venezia e
coeva di Tarabotti, che nel 1627 ebbe effettivamente,
dopo processo di nullità intentato a Roma, il
proscioglimento dai voti solenni dalla congregazione
preposta grazie anche all?appoggio della madre e del
fratello Sebastiano, ma che non riuscì comunque a uscire
dal convento perché si interpose il Senato della
Serenissima.70
Arcangela Tarabotti non arrivò neppure lontanamente
a questo, seppure tutti i
nel 1556 (lei fu probabilmente la maggiore delle femmine
il che spiegherebbe sia il nome al secolo, Lucia, preso
dalla nonna paterna nata da Mosto, sia il fatto che fosse
entrata in monastero, come di solito accadeva alle figlie
maggiori a Venezia) e dal fatto che il padre era morto
nel 1575 e sua madre, Maria Barbarigo di Antonio, nel
1582 per “probabile suicidio” (il che spiegherebbe la sua
destinazione al monastero, unica delle tre figlie
femmine, nata dopo Alvise, del 1560, e prima dello
sfortunato, più celebre Antonio, che era del 1570): vedi
Roberto Zago, “Foscarini, Antonio”,Dizionario biografico
degli Italiani, Roma, Istituto dell?Enciclopedia
Italiana, 1997, vol. 49, pp.361-365, in part. p.361.
Ringrazio l?autore per le ulteriori informazioni sulla
famiglia. Per l?età di suor Constantina Zorzi, vedi
ASPVE, San Pietro in Castello, b.1, f.2, c.426r (5
gennaio 1630) che la dice morta a 77 anni mentre era in
carica come badessa.
59 Vedi Barbaro, Ms. 23, VII, “Zorzi”, c.408 e c.423 (ramo
“H”), dove erroneamente si legge che Lucrezia era figlia
(anziché nipote) di Costantino di Andrea Zorzi. Cfr.
Avogaria di Comun, Libro d?oro dei matrimoni, Registro
89, cc.269v, 274r.
60 Vedi ASVE, Provveditori sopra i Monasteri, b. 265,
fasc. 22 giugno 1618, c.5v.
61 Vedi Creytens, La giurisdizione… cit., p.583 sgg.
62 Vedi Museo Civico Correr, Venezia, Mss. Cod. Cicogna,
2.570, cc.302-303 penna, in part. rigo 6-7.
41
63 Vedi Francesca Medioli, Lo spazio del chiostro:
clausura, costrizione e protezione nel XVII secolo, in S.
Seidel Menchi, A. Jacobson Schutte, Th. Kuehn (a cura
di), Tempi e spazi di vita femminile tra medioevo ed età
moderna, Bologna, Il Mulino, 1999, pp.353-373.
64 Vedi ASPVE, Monialium, Decreti, b.2, cc.33r-v.
65 Vedi a titolo d?esempio Medioli, L?Inferno… cit.,
pp.31-32, 39, 42, 49-50, 53 ecc.
66 Vedi Giuseppe Alberigo, Giuseppe L. Dossetti,
Perickles-P. Joannou, Claudio Leonardi, Prodi Prodi (a
cura di), Conciliorum oecumenicorum decreta, Bologna,
Edizioni Dehoniane, 1991, Concilio di Trento, Sessio XXV,
pp.779-782.
67 Vedi BNMVE, Mss. It., VII, 2.493 (=10.146), A. Priuli,
cc.306-307 penna, 1631, 15 ottobre.
68 Per il primo vedi ad vocem Gaspare De Caro in DBI, vol.
14, 1972, pp.712-720; per l?altro vedi Mario Infelise,
Avignone, 5 marzo 1644. La decapitazione di un libertino,
in Sergio Luzzatto, Gabriele Pedullà (a cura di), Atlante
storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, vol.
II, in corso di pubblicazione, per gentile concessione
dell?autore che qui ringrazio.
69 Vedi Francesca Medioli, Donne ribelli al proprio
destino, “Clio. Rivista trimestrale di Studi Storici”,
XXX, 3, 1994, pp. 431-454.
70 Vedi ASPVE, Curia patriarcale, Sezione Antica,
Monialium, Decreti e licenze, busta 3, cc.67r-v; e cfr.
Sperling, pp.288-289.
71 V, Ms. It. X, 358 (=7.323), c.101r, e c.103r.
72 Ibid.
73 Vedi Cicogna, Iscrizioni… cit., vol. I, p.135.
74 Vedi Giuseppe De Luca, Della pietà veneziana nel
Seicento e d’un prete veneziano quietista, in AA.VV., La
civiltà veneziana nell’età barocca, Firenze, Sansoni,
1959, p.73.
75 Per Marianna de Leyva, vedi AA.VV., Vita e processo di
suor Virginia Maria de Leyva monaca di Monza, Milano,
Garzanti, 1985, che contiene la trascrizione dell’intero
processo..
76 Per i capelli, segno di vita al secolo e ornamento di
bellezza su cui si dilunga Tarabotti, Inferno… cit.,
pp.41, 43, 46, 51, cfr. ASPVE, Monialium, Decreti e
licenze, filza 5 (1637), cc.17-18r-v, dove si narra della
visita del patriarca Corner alle monache della Celestia
il 19 aprile 1638, in part. c.18r per la citazione. Cfr.
ASVE, Provveditori, b. 265, fascicolo 22 giugno 1618,
c.6r, dove il barcarolo, che aveva traghettato suor
Isabella Franceschi fuggita dalle Convertite della
Giudecca, “Domandato come sapesse che la fosse monaca”,
risponde che era stato interrogato dal prete che
42
l?inseguiva, ma specifica: “Non era vestida da munega et
l?haveva i suoi caveli”.
77 Vedi Bartolomeo Cecchetti, La Repubblica di Venezia e
la corte di Roma nei rapporti della religione, Venezia,
Naratovich, 1874, vol.II, pp.100-101.
78 Vedi Jules Michelet, La sorcière, Paris, Dentu, 1862
(II edizione).
79 Vedi Virginia Woolf, A room of one?s own, Londra,
Harcourtbrace, 1929; cfr. Conti Odorisio, Donna e… cit.,
frontespizio.
80 Cito da Virginia Woolf, Opere, Milano, Mondadori, 1998,
vol.II (Saggi), pp.297-421, in part. cap.I.
81 Vedi Medioli, L?Inferno… cit., p.28.
82 Vedi “Le donne Medici nel sistema europeo delle corti”,
Firenze, 6-8 ottobre 2005, e il convegno internazionale
del 2-4 ottobre 2008, ora nel volume di Gigliola Fragnito
(a cura di), Elisabetta Farnese. Principessa di Parma e
regina di Spagna, Roma, Viella, 2010. Cfr., sulla stessa
scia e per gli stessi tipi, Maria Teresa Medici-Guerra,
Donne di governo nell?Europa moderna, 2005; Letizia
Arcangeli, Susanna Peyronel (a cura di), Donne di potere
nel Rinascimento, 2008; Francesca Cantù (a cura di), I
linguaggi del potere nell?età barocca, 2009; Patrizia
Mainoni (a cura di),“Con animo virile”. Donne e potere
nel Mezzogiorno meridionale (secoli XI-XV), 2011; cfr.
Benedetta Craveri, Amanti e regine. Il potere delle
donne, Milano, Adelphi, 2005.
83 Vedi di chi scrive, Reti famigliari. La matrilinearità
nei monasteri femminili fiorentini del Seicento: il caso
di Santa Verdiana, in Margareth Lanzinger, Raffaella
Sarti (a cura di), Nubili e celibi fra scelta e
costrizione (secoli XVI-XX), Udine, Forum, 2006, pp.11-
36, in part. p.30.
84 Vedi Joan Kelly, ora in Id., Women, History and Theory,
Chicago, The University of Chicago Press, 1984, pp.19-50.
Cfr. ora, nella stessa identica ottica, Joyce de Vries,
Caterina Sforza and the Art of Appearances. Gender, Art
and Culture in Early Modern Italy, Ashgate, 2010.
85 Vedi il volume, pubblicato nello stesso anno, Maria
Cristina Marcuzzo, Anna Rossi Doria (a cura di), La
ricerca delle donne. Studi femministi in Italia, Torino,
Rosenberg e Sellier, 1987.
86 Vedi Anna Scattigno, L?esperienza religiosa.
Discussioni e ricerche, in Donne sante, sante donne.
Esperienza religiosa e storia di genere, Torino,
Rosenberg e Sellier, 1996, pp.11-36, in part. p.20; Luisa
Accati, Madre simbolica e madre reale. La controriforma
dei sentimenti, in Ibid., pp.235-253.
43
87 Vedi Lucetta Scaraffia, Gabriella Zarri (a cura di),
Donne e fede. Santità e vita religiosa in Italia, Roma-
Bari, Laterza, 1994; cfr. Gabriella Zarri, Le sante vive.
Profezie di corte e devozione femminile fra „400 e „500,
Torino, Rosenberg e Sellier, 1990.
88 Vedi Luce Irigaray (a cura di), Il respiro delle donne,
Milano, il Saggiatore, 1996, in part. Luisa Muraro, Prima
e dopo nella vita di una donna, nella storia delle donne,
in Ibid., pp.45-53, e Luce Irigaray, Introduzione, pp.9-
17 e Id., La redenzione delle donne, pp.127-145. Sempre
di Irigaray, vedi ora Una nuova cultura dell?energia. Al
di là di Oriente e Occidente, Torino, Bollati-
Boringhieri, 2011.
89 Vedi Luisa Muraro, Guglielma e Maifreda. Storia di
un?eresia femminista, Milano, La Tartaruga, 1985.
90 Vedi ad esempio di chi scrive e Silvia Evangelisti,
Monica Martinat, Cristina Papa, Carla Tonini,
Generazioni, in Generazioni. Trasmissione della storia e
tradizione delle donne,Torino, Rosenberg e Sellier, 1993,
pp.156-161; Francesca Medioli, Generazioni. Qualche
nuovo spunto di riflessione, in “Agenda”, n. 9, 1993,
pp.13-16; cfr. Rosi Braidotti, Roberta Mazzanti, Serena
Sapegno, Annamaria Tagliavini, Baby Boomers. Vite
parallele dagli anni Cinquanta ai cinquant?anni, Firenze,
Astrea-Giunti, 2003. Come appartenenti alla generazione
precedente, oltre alle citate nel testo, vedi anche sul
tema specifico Geraldine A. Johnson, Sara F. Matthews-
Grieco (a cura di), Picturing Women in Renaissance and
Baroque Italy, Cambridge, Cambridge University Press,
1997; Id.(a cura di), Moglie, serva, cortigiana: vita e
immagine delle donne tra Rinascimento e Controriforma,
Firenze, Morgana Edizioni, 2001; Vita Fortunati (a cura
di), Vita artistica nel monastero femminile. Exempla,
Bologna, Editrice Compositori, 2002.
91 Vedi Margaret L. King, Book-Lined Cells: Women and
Humanism in the Early Italian Renaissance, in Patricia A.
Labalme (ed.), Beyond Their Sex: Learned Women of the
European Past, New York, Columbia University Press, 1980,
pp.66-90.
92 Vedi il sito di http://www.zeroviolenzadonne.it,
sezione “Statistiche”, voce “Violenza degli uomini contro
le donne”, dove si riporta il dato Istat 2007. Vedi ora
anche il numero in uscita di “Genesis. Rivista della
Società Italiana delle Storiche” sul tema della violenza,
a cura di Lucia Ferrante e Maria Clara Donato (IX / 2,
2010).
93 Vedi Caroline P. Murphy, Isabella de? Medici, London,
Faber & Faber, 2009, e ora Milano, il Saggiatore, 2011.
Cfr. Ottavia Niccoli, Stendhal e la duchessa di Palliano.
44
Passioni e rituali, in Roberto Mancini (a cura di), La
trama del tempo. Reti di saperi, autonomie culturali,
tradioni. Studi in onore di Sergio Bertelli, Roma,
Carocci, pp.205-225.
94 Vedi Caroline Walker Bynum, “…And Woman His Humanity”
Female Imagery in the Religious Writing of the Later
Middle Ages, in Caroline Walker Bynum, Stevan Harrell,
Paula Richman (a cura di), Gender and Religion: on the
Complexity of Symbols, Boston, Beacon Press, 1986,
pp.288, in part. 277.
95 Vedi su quest?uso, che suscitava lo stupore dei
viaggiatori stranieri, Giovanni Scarabello, Meretrices.
Storia della prostituzione a Venezia fra il XIII e il
XVIII secolo, Venezia, Supernova, 2006, in part. p. 90.
96 Per la prima, vedi Susan Haskins, Vexatious Litigants,
or the case of Lucrezia Marinella; New Documents
concerning her Life, “Nouvelles de la République des
Lettres”, 2006, 1, pp.81-128; per la seconda, Carla
Boccato, Lettere di Ansaldo Cebà, Genovese, a Sara Copio
Sullam, poetessa del Ghetto di Venezia, “Rassegna mensile
di Israel”, vol.XL, n.4, aprile 1974, pp.169-191; Id.,
Una disputa secentesca sull?immortalità dell?anima –
contributi d?archivio, “Rassegna mensile di Israel”, vol.
LIV, n.3, settembre-dicembre 1988, pp.593-606. E ora Don
Harràn, Sarra Copia Sullam, Jewish Poet and Intellectual
in Seventeenth Century Venice, Chicago, Chicago
University Press, 2009, che pure non trova ulterior
riscontri documentari.
97 Vorrei leggere in questo senso, e non nel senso dato da
Gabriella Zarri, quanto scritto da Elissa Weaver,
Introduction, in Weaver (a cura di), Arcangela… cit.,
p.10: “This would surely been impossibile, had she
remained in the secular world”.
98 Vedi Gabriella Zarri, Presentazione, in Ray, Westwater,
Lettere… cit., pp.7-17, in part. p.7 e 17.
99 Vedi Carr, Sei lezioni cit., p.29, nella traduzione
reso come “capacità di rappresentarsi e comprendere”.
100 Vedi Zarri, Presentazione cit., p. 7.
101 Ibid. Polemizzo ovviamente con Zarri e riprendo
l?asserzione dell?incipit: “Abbiamo da poco finito di
piangere sulla monaca di Monza. Dopo la pubblicazione di
questo libro smetteremo di piangere anche su Arcangela
Tarabotti. Decenni di ricerche sui monasteri […] hanno
messo a fuoco che la nostra idea del monastero come
carcere è in buona parte una costruzione storiografica.”l’«essere» ––evento Dell’Essere’evento è oltre–verità kAt’evento l’evento è’eventontologynphynyty l’«essere» ––verità. Essa è un tentativo della parola che risponde, che fonda; il Dire della divergenza; ma un cammino su un sentiero interrotto.

A partire dai Contributi alla filosofia (Dall’evento), trasformare tutto in questo Dire.

*

Il destino dell’Essere si consegna ai pensatori

Sotto ognuna delle parole fondamentali è detto lo Stesso, l’evento. La loro successione è determinata in base all’essenza della divergenza, alla cui insistenza il Dire è talvolta transpropriato.

Le parole fondamentali sono tracce, che, in un circolo attorno all’evento non dominabile dallo sguardo, conducono in un ambito, che è oltre ogni prossimità e, per questo, ignoto per ogni immediata rappresentazione.

Ogni parola risponde a e risponde, che fonda; il Dire della divergenza; ma un cammino su un sentiero interrotto.

A partire dai Contributi alla filosofia (Dall’evento), trasformare tutto in questo Dire.

*

Il destino dell’Essere si consegna ai pensatori

Sotto ognuna delle parole fondamentali è detto lo Stesso, l’evento. La loro successione è determinata in base all’essenza della divergenza, alla cui insistenza il Dire è talvolta transpropriato.

Le parole fondamentali sono tracce, che, in un circolo attorno all’evento non dominabile dallo sguardo, conducono in un ambito, che è oltre ogni prossimità e, per questo, ignoto per ogni immediata rappresentazione.

Ogni parola risponde alla pretesa della svolta: che la verità dell’Essere si dispieghi essenzialmente nell’Essere della verità.

L’anello della svolta indica l’in-volgimento (Verwindung) dell’inizialità.

Il pensiero della storia dell’Essere fonda il fondamento abissale, insistendo nella verità dell’inizio e trasformando così la parola.

*

La disposizione dell’Essere nell’evento per l’inizio….La connessione è la compagine e soprattutto il disporsi.

La commessura dell’Essere è l’uno e l’altro a partire

dalla connessione dell’inizio.

*

Non solo per tutto il mondo

ma attraverso tutto l’Essere

nell’evento

per l’inizio

ma mai all’inizio

pensando disporsi

disponendo pensare – reggere fino in fondo la differenza nel congedo.

L’esposizione va avanti e torna indietro, segue la svolta e si dà nell’eco di risonanza e consonanza.

*

A proposito dei «Contributi alla filosofia (Dall’evento)»

1. L’esposizione risulta in alcuni punti troppo didascalica.

2. Il pensiero si attiene, motivato solo da ragioni didattiche, alla distinzione tra la «domanda fondamentale» e la «domanda guida» all’interno della «questione dell’essere». Quest’ultima è ancora compresa nello stile della metafisica, piuttosto che essere pensata al modo della già concepita storia dell’essere.

3. Di consegu…….i conseguenza, anche «l’inizio» è ancora compreso in base alla sua attuazione da parte del pensatore e non nella sua unità essenziale con l’evento.

4. Per lo stesso motivo, l’evento non serba ancora l’essenziarsi puramente iniziale dell’abisso, in cui si prepara l’avvento dell’ente e la decisione riguardo al divino e all’essere umano.

Il pensiero dell’ultimoa Dio resta ancora impensabile.

5. Certo, l’esser-ci è pensato essenzialmente a partire dall’evento, ma riferito ancora in maniera unilaterale all’uomo.

6. L’essere umano non ancora sufficientemente conforme alla storia destinale….. storia dell’Essere [GA 69]

cf. L’oltrepassamento della metafisica [GA 67]

cf. Meditazione [GA 66]

cf. Contributi alla filosofia (Dall’evento) [GA 65]

cf. Conferenza sulla verità 1930: Dell’essenza della verità [GA 80]

cf. Essere e tempo [GA 2]

cf. Corsi universitari:

Semestre invernale 1931/32: Dell’essenza della verità.
Sul mito della caverna di Platone e il Teeteto [GA 34]

Semestre estivo 1932: L’inizio della filosofia occidentale (Anassimandro e Parmenide) [GA 35]

Semestre invernale 1934/35: Gli inni di Hölderlin «Germania» e «Il Reno» [GA 39]

Semestre estivo 1935: Introduzione alla metafisica [GA 40]

Semestre estivo 1936: Schelling: sull’essenza della libertà
umana (1809) [GA 42]

Semestre invernale 1937/38: Verità: Domande fondamentali
della filosofia. Selezione di «problemi» di «logica» [GA 45]

1. Il primo inizio
L’????e?a si dispiega essenzialmente come l’inizio.

La verità è la verità dell’essere………La verità è «la dea» ?e?.

La sua casa è ben rotonda, non chiusa, cuore mai (tremante) dissimulante, bensì disvelante rilucere di ogni cosa. L’????e?a è nel primo inizio ciò che è velato – la verità: la velante salvaguardia del diradato – aperto, la garanzia dell’inizio, l’ammissione del venire alla presenza. La verità è l’essenza dell’essere.

*

L’ente ????e?a (primo inizio)

Essere – verità

Verità – Essere

Svolta la verità (altro inizio)

Evento

Inizio

Differenza

Divergenza

«Essere» (Sein) «è» già nello s-volgimento (Entwindung) (e precisamente esso dispiega la propria essenza nello s-volgimento inconoscibile). L’in-volgimento (Verwindung) dell’essere.

Certo, in un primo momento, sarà difficile rinunciare all’Essere (Sein) sulla base dell’in-volgimento e, allo stesso tempo, esperire la verità come ciò che è «più essente……a quanto possa fare un’interpretazione gnoseologica della sua essenza.

2. ????e?a – ?d?a
Lo svelamento; quando e dove esso è e accade? Possiamo porre tale domanda, qualora sappiamo che ????e?a è l’essere stesso; tuttavia ?st?? ??? e??a? – certamente, ma questo implica che lo stesso essere faccia essere essenzialmente il luogo-tempo, senza poter mai essere esso stesso saldamente collocato al suo interno mediante l’indicazione di una posizione.

Ma non diventa sempre inevitabile la domanda: come dovrebbe essere accolta e custodita l’????e?a? Sicuramente – ma questa assunzione (l’essenziarsi dell’uomo come ????) non è la fondazione dell’????e?a, la quale si dispiega essenzialmente soltanto nel suo proprio essere iniziale, cioè inizialmente. Per questo, l’esperienza di ciò che è iniziale è decisiva, ma lo sono, anche, la rinuncia alla spiegazione o alla collocazione in un luogo. Tutto ciò porta solo alla questione: perché noi pensiamo nei termini dell’ente e siamo ancor meno in grado di corrispondere all’essere, essere che noi, in virtù della denominazione, prendiamo e cerchiamo allo stesso tempo come un «oggetto»?

Ma allora l’?d?a, la capacità di risplendere, non è la stessa cosa dell’????e?a? Sì e no. In essa ancora l’essenza di ciò che si schiude, ma, al tempo stesso, l’assun…..allora, e prima di tutto, dobbiamo considerare a fondo: ????e?a è lo svelamento del velamento ed è essenzialmente in ciò che è abissale e in ciò che è enigmatico – e questo non è soltanto una barriera alzata nei confronti della comprensione umana; anzi, la fondazione abissale è l’essenziarsi stesso – l’iniziare.

Tuttavia, rimane ancora la questione del riferimento all’????e?a e all’inizio stesso – indeterminato nel primo inizio, nell’altro inizio: l’esser-ci.

3. L’erranza
è l’estrema non-essenza della verità.

4. ????e?a (Platone)
Negli pseudo platonici ???? (definizioni):

413 c 6 sq.

????e?a ???? ?? ?ataf?se? ?a? ?p?f?se?· ?p?st?µ? ??????.

??n-velatezza – l’atteggiamento nell’addire e disdire. «Conoscenza» di ciò che è non-velato.

413 c 4 sq.

??st?? ?p?????? ???? t?? ??t?? ??e?? ?? a?t? fa??eta?·ßeßa??t?? ?????.

Fede, la corretta anticipazione, il fatto che qualcosa si comporta così come si mostra a qualcuno. Saldezza del portamento….e tipo di ‘unità’?

Cf. Kant, unità del coesistere, Critica della ragion pura, B § 16.

«Insieme» – pa??.

«stare» – st?s??.

stabile –

«costante» – ?e?.

6. Verità e essere nei Greci
(Detto e non detto)

(cf. Semestre estivo 1942, p. 34 s.)*

L’esperienza dell’essere come f?s?? non contraddice il pensiero che muove dal non detto e dal velato.

Ma l’??s?a – qui anche già il cominciamento della distruzione dell’????e?a.

7. ?-???e?a
Nell’????e?a è custodita l’essenza della grecità. In che modo, però, questa custodia dovrebbe non accadere nell’essenza della verità che un tale popolo fu in grado di esperire? L’????e?a – il non-velato – dice che il vero non è la verità; la verità come verità racchiude appunto il velato, o piuttosto il velamento del velato, velamento che lascia sorgere nella verità solo una certa misura dello svelamento.

Qui si cela la determinazione del ….. cela la determinazione del pensiero iniziale, ovvero che esso è pronto, dall’inizio, al riconoscimento dell’inconciliabile e dell’escludentesi, dal momento che presagisce la loro unità come il fondamento, senza tuttavia essere in grado di esperirla già in un domandare. (l’essenza dell’??!)

In questa duplice essenza dell’????e?a si devono custodire l’?? e il µ? ?? e il loro riferimento; qui è il fondamento per l’?? – p??ta (Eraclito B 50), l’??µ???a ?fa??? (B 54), t? ??t????? s?µf???? (B 8), il s?µa??e?? (B 93), tutto ciò è pensato per lo più nei termini della modernità e sulla base della coscienza, ovvero dialetticamente e, per questo, anche frainteso.

8. ????e?a e «spazio e tempo»
Spazio e la rappresentazione spaziale e il pensiero
(cf., per esempio, l’essenza della rammemorazione del già-stato)

Si dice che noi impieghiamo ovunque rappresentazioni spaziali, anche nella sfera «spirituale», priva di spazio e non riducibile allo spazio.

In verità, non adoperiamo lo spaziale, bensì non riconosciamo soltanto il cosiddetto mero spaziale come un oscuramento e un de-essenziarsi (Entwesung) dell’aperto diradato – cioè del carattere estatico della verità dell’Esse……dinario né attraverso l’abituale rappresentazione spaziale.

In verità, tale ignoranza dell’essenza di spazio e tempo è sicuramente già molto antica e quasi iniziale, perché l’essenziarsi della verità nel suo inizio doveva restare non-fondato. Per questo, anche nella spiegazione, luogo e tempo hanno acquisito rilevanza e con la metafisica moderna la «natura» è del tutto staccata dalla f?s?? e trasformata nell’oggettività di un modo di rappresentazione o nel cosiddetto «biologico» nel modo di rappresentazione di un’egualmente vaga e confusa esperienza vissuta del flusso della vita.

Il vaniloquio senza freni di questo rappresentare è inadeguato all’esperienza dell’Essere in senso iniziale.

9. ????e?a e il primo inizio (f?s??)
Ciò che è essenzialmente nel primo inizio, ciò che di esso è più iniziale è l’????e?a.

Anassimandro: ta?t? – ?pe????

Eraclito : f??e?? ???ptes?a? – questo è più

essenzialmente della f?s?? stessa

t? µ? d???? p?te

Parmenide : ????e?a t? ??? a?t?

d??a – f?s??

E proprio questo, il fatto che ????e?a sia l’inizio, quindi l’essenziarsi dell’essere, ciò che è più s…nciare da Platone, ma, attraverso la non-fondazione nel primo inizio, data come procedere).

Perciò il ricordare deve innanzitutto tentare di trovare nella f?s?? il primo sostegno per la dimensione iniziale dell’essere e deve in primo luogo trarre questa dal fraintendimento che è invalso finora. Ma qui risiede il pericolo che la f?s??, da parte sua, venga posta ora come l’inizio e l’????e?a le venga semplicemente assegnata. Ma più iniziale è l’????e?a stessa.

Non appena l’interpretazione della f?s?? sarà sviluppata per una volta in maniera sufficiente, non appena anche l’essenza della «verità» sarà (innanzitutto) portata oltre la adaequatio indietro in direzione della non-velatezza come essenziarsi dell’ente, non appena f?s?? e ????e?a saranno liberate dalle catene della metafisica, ma, soprattutto, non appena si comprenderanno l’essere iniziale dell’inizio e la sua storicità, si potrà arrischiare di nominare l’????e?a come l’essenza iniziale del primo inizio.

Da qui risulta però, nuovamente, la necessarietà di pensare la f?s?? sul fondamento essenziale dell’????e?a, nel senso di una già determinata ????e?a, cioè della d??a nel senso essenziale dell’apparire, del sorgere.

F?s?? diventa allora l’origin…tato ceduto all’?d?a, la f?s?? diventa la determinazione di un ambito ancora più vicino, vale a dire più stabile e insieme mutevole: la «natura».

10. ?-???e?a
(il suo velato essenziarsi è: il velamento come (evento))

(cf. Dell’inizio)

Abbiamo del tutto dimenticato, finora, il fatto che nell’????e?a il ?a????e??, il velare, è il «positivo». L’a- sembra portare nell’aperto e rendere superflua la meditazione sul ?a????e??.

Così è nel primo inizio e anzi in modo necessario e per quale ragione? Perché è solo lo schiudersi, lo svelamento che ha dato per la prima volta l’aperto e lo ha dato innanzitutto come sovrabbondanza – e tuttavia come f?s??. Eraclito (cf. sulla Fisica di Aristotele B 1). L’?-???e?a non qualcosa di diverso dall’essere, bensì la dimensione iniziale dell’inizio.

11. Nel primo inizio
Non-velatezza è esperita (f?s??).

Velamento è esperito (f?s??).

F?s?? lo schiudentesi risalire come stabilità nel venire alla presenza («essere» come divenire).

L’essenziarsi della f?s??, tuttavia, è l’????e?a…..a non-velatezza e velamento non vengono interrogati nel loro fondamento.

Essi sono essenzialmente come il primo, come ????.

Per questo, il non-velato stesso deve guadagnare una posizione di preminenza e con esso ciò che spinge in avanti nell’ambito dell’apprendere.

Il non-velato nell’apprensione (Parmenide: ta?t??), il non-velato nella sua visività (?d?a), la visività come stabilità del venire alla presenza (?????e?a).

Allo stesso tempo: il primato dell’ente stesso nel trasferimento all’a?t?a.

Quindi: ????e?a lasciata indietro nella dimenticanza.

12. La verità e il vero
Il vero – significa che ciò che ogni volta è fondato ed esperito nella stessa non riconosciuta essenza del vero, della verità, è sempre la medesima cosa, nella misura in cui esso costituisce il riferimento all’«ente» e lascia permanere in esso.

La verità invece, l’essenziarsi del vero, è a volte, sebbene abbastanza raramente, in ogni caso diverso. E questo essere diverso scaturisce dalla ricchezza dell’Essere stesso.

13. Non-velatezza
è strappata con la forza a un velamento e a una velatezza. Deve esserci una lotta? (cf. Eraclito: p??eµ??). Conformemente al modo e all’originarietà, con cui si domanda del velamento e della sua appartenenza all’Ess….nche di questo stesso, conformemente all’essere iniziale della tonalità emotiva e della transpropriazione nell’Essere, da cui soltanto scaturisce il domandare, è possibile pensare anche la non-velatezza e l’essenza del «non».

Il «non» è anzi il segno del tipo di iniziale appropriazione della radura dell’Essere e della conseguente interpretazione e formulazione concettuale.

Con la semplice citazione del nome «non-velatezza» non si è fatto nulla; neppure i tentativi di pensare a questo proposito «in modo greco» conducono qui a ciò che è essenziale.

14. f?s?? – ????e?a – Essere
Costituisce una decisione anche il fatto che, con l’interpretazione di Platone dell’essere come ?d?a, l’essenza dell’????e?a è portata nell’indeciso; essa è anzi la decisione, a cui dovrebbe essere destinata la più vasta portata nel corso della «storia» della «verità» quale si è data finora.

Con questa decisione per l’indecisione, e cioè qui, immediatamente, per l’indecidibilità dell’ormai inaccessibile inizio essenziale dell’essenza della verità, nasce un’«epoca» nella storia dell’essere. L’essere vela la sua essenza dopo lo schiudersi nel primo inizio; il velamento lascia venire nell’essere, cioè, ora, nella «potenza», l’abbandono dell’ente da parte dell’essere nella forma dell’enticità c…ione. L’«??a???», il «bene», «è» la sua essenza: il «male».

15. ?-???e?a e l’aperto
Il concetto di «aperto», conforme alla storia dell’Essere, è la determinazione dell’inizio iniziato, cioè dello svelamento. L’aperto – e la sua apertura – è il carattere essenziale dell’essere ed esso può giungere all’esperienza solo nel sapere iniziale. Nella misura in cui solo l’uomo storico è essenzialmente nel riferimento all’essere dell’ente, il suo apprendere, cioè l’apprensione assunta dall’uomo si distende nello svelamento. Solo l’uomo apprende un aperto. Senza il mantenimento del rigoroso riferimento tra ????e?a e apertura, l’essenza dell’aperto conforme alla storia dell’Essere non può mai essere pensata in modo essenzialmente corretto. Solo nel conquistare con il domandare l’essenziarsi dell’Essere, il pensiero raggiunge il concetto di «aperto» così determinato.

Solo dove è questo aperto, là c’è «mondo» come ordinamento dell’insistentemente fondato aperto (verità) dell’ente.

L’ente è solo un possibile [oggetto] che-sta-contro e un oggetto che sta di fronte (??t?), perché esso è essenzialmente nell’aperto dell’essere. Proprio dove c’è un «di fronte a», là è essenzialmente ciò che è più originario, la radura del frattempo. E proprio questo aperto è questo è accaduto proprio là dove l’ente è diventato ciò che è oggettuale, perché al tempo stesso l’essere dell’ente non è più valorizzato nell’essenza, ma è persino preso per ciò che è puramente deciso, anzi come ciò che è certo, che è piegato nella «riflessione» e, così bloccato, come ciò che è assicurato. Questa non valorizzazione dell’essere è, nel modo della dimenticanza dell’essere, un modo proprio della verità dell’ente, che attesta più che mai l’essenziarsi dell’essere e cioè lo svelamento dell’aperto.

L’uomo – determinato metafisicamente – è animal rationale, e la ratio è riflessiva: l’uomo colui che è «girato» e in tal modo rivolto all’ente, che per questo può essere solo oggetto.

Ma colui che è «riflesso» è l’uomo moderno. E la rotazione proviene dall’essenziarsi e dalla storia dell’essere stesso. Ma ciò che non è girato di questa rotazione non è mai l’essenza del mero «animale» – al contrario: ciò che non è girato è l’appartenere all’inizio, appartenere che è appropriato solo a partire dal carattere di inizialità. Qui, tuttavia, lo svelamento dispiega la propria essenza come l’inizio. E da tutto ciò è esclusa sempre tutta l’animalità.

(Si compie un enorme fraintendimento di Essere e tempo, quando, nei consueti paragoni storiografici….sì come «l’angelo» indica la sua posizione fondamentale nella metafisica. L’uomo è, per Rilke, «interiorità», il soggetto rinchiuso, spazio interno, in cui tutto deve essere trasformato.

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abstabylyty, il racconto di giax gpdimonderose – Storiebrevi – ilmiolibro.

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È Grundygrammy. — gpdimonderose.

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abgrammy | ontologosofia.

È Grundygrammy. C’è Grammetastryngrundy[Sublimetagrammy resynstryngrammy—eventygrammetastryngrundy Ontologrammy. Thetrakthystryngrammetabgrundy eventhystryngrammetabgrundy È Resynstryngrammetabgrundy radurabgrundygrammy Paradostryngrammetabgrundy è Nullabgrundygrammypsé radurabgrundyresynstryngrammypsé lì. Metagrammabgrundy esserné in sé già nullabgrundygrammy. È evEnthystryngrammetabgrundy——TheTrakthystryngrammetabgrundy“GRammEtabgrundy c'è nulla Perché nulla c'è storygrammabgrundy È fenoumenontologrammetabgrundy eventhygrammy È” Paradoxabgrundygrammy “)]. È LympHythethrakthystryngrammy”” ?? storygrammetabgrundy eventygrammetabgrundy Grammevento-katastroficoNty. “
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sembrano sempre creare una tacca apparente, pro-visionale e derivativa nel sistema della prima e
dell’ultima presenza. Sono pensati come incidenti e non come condizioni della presenza desiderata. Il
segno è sempre un segno di caduta. L’assenza si riferisce sempre al distacco da Dio.
Per evitare la chiusura di questo sistema, non è sufficiente eliminare l’
ipotesi o l’obbligo “teologico” . Se si nega a se stesso le strutture teologiche di Condillac quando lui
cerca l’origine naturale della società, della parola e della scrittura, Rousseau fa sì che i
concetti sostitutivi della natura o dell’origine giochino un ruolo analogo. Come possiamo credere che il tema della
Caduta sia assente da questo discorso? Quanto specialmente quando vediamo il dito scomparso di
Dio apparire esattamente quando si verifica la cosiddetta catastrofe naturale? Le differenze
tra Rousseau e Condillac saranno sempre contenute nella stessa chiusura. Uno
non può affermare il problema del modello della Caduta (platonico o giudeo-cristiano) se non all’interno di
questa chiusura comune. 15
La prima scrittura è quindi un’immagine dipinta. Non che il dipinto fosse servito come scritto, come miniatura.
I due furono dapprima mescolati: un sistema chiuso e muto entro il quale il discorso non aveva
diritto di ingresso e che era protetto da ogni altro investimento simbolico. Lì, uno
non aveva altro che un puro riflesso di oggetto o azione. “È con ogni probabilità alla necessità di
delineare così i nostri pensieri che l’arte della pittura deve il suo originale; e questa necessità ha
senza dubbio contribuito a preservare il linguaggio dell’azione, come il più facile da rappresentare con la
matita “(Sec. 128) [p. 274].
Questa scrittura naturale è quindi l’unica scrittura universale. La diversità degli script appare dal
momento in cui la soglia della pura pittografia è
((284))
incrociate. Sarebbe un’origine semplice. Condillac, seguendo Warburton in questo, genera o
piuttosto deduce tutti gli altri tipi e tutti gli altri stadi di scrittura di questo sistema naturale. 16 I programmi
lineari saranno sempre quelli della condensazione e della condensazione puramente quantitativa.
Più precisamente, riguarderà una quantità oggettiva: volume naturale e spazio. A questa
legge profonda sono presentati tutti gli spostamenti e tutte le condensazioni grafiche che solo lo evitano in
apparenza.
Da questo punto di vista, la pittografia, il metodo principale che impiega un segno per oggetto, è
la meno economica. Questo spreco di segni è americano: “Nonostante gli
inconvenienti derivanti da questo metodo, le nazioni più civilizzate in America erano
incapace di inventare un migliore. I selvaggi del Canada non ne hanno altri “(Sec. 129) [p. 274]. La
superiorità dello script geroglifico – “immagine e carattere” – dipende dal fatto che “solo una
singola figura [è usata] per indicare diverse cose” [pp. 275, 274]. Il che suppone che ci
possa essere – è la funzione del limite pictografico – qualcosa come un segno unico per una
cosa unica, una supposizione contraddittoria rispetto al concetto stesso e al funzionamento del segno. Per
determinare il primo segnale in questo modo, per fondare o dedurre l’intero sistema di segni con
riferimento ad un segno che non appartiene a tale sistema, è quello di ridurre significato di
presenza. Il segno da allora in poi non è altro che una disposizione di presenze nella biblioteca. I l
il vantaggio dei geroglifici – un segno per molte cose – è ridotto all’economia delle biblioteche.
Questo è ciò che hanno capito gli “egizi più geniali”. Loro “furono i primi a usare
un metodo più breve che è noto con il nome di geroglifici”. “L’inconveniente
derivante dall’enorme quantità di volumi, li indusse a utilizzare solo una singola figura
per indicare diverse cose.” forme di spostamento e condensazione che differenziano il
sistema egiziano sono comprese in questo concetto economico e sono conformi alla “natura
della cosa” (nella natura delle cose) che è quindi sufficiente “consultare”. Tre gradi o
tre momenti: la parte per il tutto (due mani, uno scudo e un arco per una battaglia in
geroglifici curiosi); lo strumento – reale o metaforico – per la cosa (occhio per
conoscenza di Dio, spada per il tiranno); infine una cosa analoga, nella sua totalità, per la
cosa stessa (un serpente e il miscuglio delle sue macchie per i cieli stellati) nei
geroglifici tropicali .
Secondo Warburton, era già per ragioni economiche che i
geroglifici corsivi o demotici venivano sostituiti per geroglifici che parlano correttamente o per la scrittura sacra.
La filosofia è il nome di ciò che fa precipitare questo movimento: la corruzione economica che
desacralizza attraverso l’abbreviazione e l’annullamento del significante a beneficio del significato:
ma è tempo di parlare di una alterazione, che questo cambiamento del soggetto e del modo di
Espressione fatta nella figura DELINEATION of Hieroglyphic
((285))
. Finora l’animale o la cosa che rappresentava era disegnata graficamente; ma quando lo
Studio di Filosofia (che aveva occasionato la Scrittura Simbolica) aveva indotto il loro Imparato a
scrivere molto, e variamente, quell’esatto Modo di Delineazione sarebbe troppo noioso quanto
troppo voluminoso; perciò, per gradi, perfezionarono un altro Personaggio, che potremmo chiamare la
Mano Corrente dei Geroglifici, simile ai Personaggi Cinesi, che essendo inizialmente
formato solo dai Contorni di ogni Figura, divenne infine una specie di Marchi. Un
effetto naturale che questo Carattere da Corsa avrebbe, nel Tempo, prodotto, non dobbiamo qui omettere
parlare di; era questo, che il suo uso avrebbe tolto gran parte dell’Attenzione dal Simbolo, e
lo avrebbe risolto sulla Cosa significata da esso; in tal modo lo studio della scrittura simbolica sarebbe
molto abbreviato, essendoci poi poco da fare, ma per ricordare il potere del
marchio simbolico ; mentre prima, dovevano essere
apprese le Proprietà della Cosa o Animale, usate come simbolo : in una parola, ridurrebbe questa scrittura allo stato attuale dei cinesi. (I: 139-40)
[Warburton, p. 115]
Questo annullamento del significante portò di grado all’alfabeto (cfr pp. 125-26) [pp. 109-111.
Questa è anche la conclusione di Condillac (punto 134).
È quindi la storia della conoscenza – della filosofia – che, tendendo a moltiplicare i libri,
spinge verso la formalizzazione, l’abbreviazione, l’algebra. Con lo stesso movimento, separandosi
dall’origine, il significante è esaustivo e desacralizzato, “demotizzato” e universalizzato.
La storia della scrittura, come la storia della scienza, circolerebbe tra le due epoche della
scrittura universale, tra due semplificazioni, tra due forme di trasparenza e univocità:
una pittografia assoluta che raddoppia la totalità dell’entità naturale in un
consumo sfrenato di significanti, e una grafia assolutamente formale che riduce la spesa significativa
a quasi nulla. Non ci sarebbe storia di scrittura e di conoscenza – si potrebbe semplicemente
dire di non avere alcuna storia – tranne tra questi due poli. E se la storia non è pensabile tranne
tra questi due limiti, non è possibile disqualificare le mitologie della sceneggiatura, della
pittografia o dell’algebra universale , senza sospettare il concetto stesso di storia. Se si è sempre
pensato al contrario, contrapponendo la storia alla trasparenza del vero linguaggio, è stato senza dubbio
attraverso una cecità verso i limiti archeologici o escatologici, a partire dal quale si è formato il
concetto di storia.
La scienza – ciò che Warburton e Condillac chiamano filosofia qui – l’epistémè e, alla fine, l’
auto-conoscenza, la coscienza, sarebbe quindi il movimento di idealizzazione: una
formalizzazione algebrizzante e de-poetizzante la cui operazione è di reprimere – per dominarla
meglio: il significante carico o il geroglifico collegato. Che questo movimento renda necessario
passare attraverso lo stadio logocentrico è solo un apparente paradosso; il privilegio del logos è
quello della scrittura fonetica, di uno scritto provvisoriamente più economico, più algebrico, in
ragione di una certa condizione di conoscenza. L’epoca del logocentrismo è un momento
dell’effetto globale
(286)
del significante: uno crede che si stia proteggendo ed esaltando la parola, uno è solo
affascinato da una figura della techè. Per lo stesso motivo, uno sdegno (fonetico) scrive perché
ha il vantaggio di assicurare una maggiore padronanza nell’essere cancellato: nella traduzione di un (orale)
significante nel miglior modo possibile per un tempo più universale e più conveniente; l’autoaffection fonica,
dispensando tutti i ricorsi “esteriori”, consente, in una certa epoca della storia del
mondo e di ciò che si chiama uomo, la più grande maestria possibile, la più grande autoriflessione possibile
della vita, la più grande libertà possibile. È questa storia (come epoca: epoca non della storia
ma come storia) che è chiusa allo stesso tempo della forma di essere del mondo che è chiamata
conoscenza. Il concetto di storia è quindi il concetto di filosofia e dell’epistémè.
Anche se fu solo tardivamente imposto a quella che viene chiamata la storia della filosofia, lo fu
invocato lì dall’inizio di quell’avventura. È

resynabgrundy

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