lindas, in punta di penna

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Un viaggio di ritorno

Pubblicato da lindas il 6 Luglio 2009

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- Allora arrivederci, Marianna. La prossima volta che vieni, portami ancora un vassoio dei tuoi biscotti! E vedi di sorridere, ogni tanto, che male non ti fa!
- La fai facile, tu! – brontolò lei, spalancando la portiera dell’auto. – Ciao, don, alla prossima.
- Alla prossima.
Marianna fece un ultimo cenno di saluto, mentre il sacerdote ripartiva, poi aprì l’ombrello e si diresse al pontile. Lei e don Patrizio si conoscevano da oltre una ventina d’anni, ormai, da quando cioè, poco più che maggiorenni, frequentavano la stessa parrocchia. A quell’epoca, lui era agli inizi del suo cammino da seminarista: aveva appena terminato il primo anno di teologia, era un ragazzo bruno, schivo fino quasi ad essere scontroso, sempre disponibile se c’era da dare una mano ma cercando di non mettersi mai in mostra. Lei, invece, era un autentico vulcano: solare, sempre pronta allo scherzo, piena d’iniziativa.
Tutto questo, però, Marianna non lo ricordava più. Era oramai una donna matura, rispettata insegnante di matematica in un liceo, single perché la sua famiglia e-rano i colleghi e gli studenti, diceva. Quello che non di-ceva, perché faticava ad ammetterlo a se stessa e sa-rebbe stato una sofferenza confessarlo agli altri, era che si sentiva assolutamente insoddisfatta della sua esistenza da ultraquarantenne. Le incertezze ed il senso di essere inadatta per qualsiasi situazione che le si erano insinuati nel cuore ai tempi dell’università, non erano mai scomparsi; si erano, piuttosto, amplificati nel tempo.
Finalmente, il battello arrivò ed attraccò al pontile. Marianna camminò sulla passerella e salì sull’imbarcazione, mostrando il biglietto all’addetto, un giovane biondo, dagli occhi azzurri e dall’aria spigliata, nella sua cerata gialla.
- Grazie… per Varenna, eh? Buon viaggio, signora.
- Sì, buon pomeriggio – fu la risposta di Marianna, che suonò come un “va’ a quel paese”.
Scese al coperto, dopo aver chiuso l’ombrello, e si preparò alla traversata che l’attendeva, sotto la pioggia scrosciante che increspava il lago con onde inquiete e che non accennava a smettere. Il battello prese a cara-collare e Marianna guardò, dal finestrino, il promontorio di Lenno che, piano, si allontanava. Vi si recava, periodicamente, sempre spostandosi via lago, proprio per rivedere don Patrizio, l’amico della sua giovinezza, e chiacchierare un po’ con lui.
Nonostante fosse la fine di agosto, uno scuffione d’aria le fece venire la pelle d’oca e, nello stesso tempo, avvertì una strana sensazione. Mentre su per la schiena le saliva un brivido di freddo, dagli angoli più reconditi del suo cuore emergeva un ricordo… una scena simile a quella che stava vivendo, ma avvenuta anni prima… quanti anni prima? Se non sbagliava, era accaduto nell’anno in cui si era diplomata… sì, proprio così…
Anche allora erano gli ultimi giorni d’agosto. Aveva trascorso un breve periodo di tempo all’abbazia dell’Acquafredda, in compagnia di altri giovani, per soddisfare il suo bisogno di riflettere e fare il punto della sua storia. Avrebbe compiuto diciannove anni di lì a una settimana. Al termine della sua permanenza lì, un ragazzo ed una ragazza da poco conosciuti l’avevano accompagnata all’imbarcadero. Marianna si era accomiatata da loro sotto un cielo dall’aspetto incerto, che cinque minuti dopo aveva incominciato a vomitare acqua. Poiché mancavano quasi due ore prima dell’arrivo del battello, stringendosi nel suo k-way nero e rannicchiandosi quasi sotto l’ombrellino pieghevole, si era incamminata sul lungolago pedonale alla ricerca di un bar. Finalmente, aveva raggiunto un locale dai vetri scuriti dal fumo. Sullo zerbino stava pigramente accoccolato un gatto, che si scostò appena quando lei entrò. Aveva appoggiato il suo zaino su una sedia, si era recata alla toilette ed aveva ordinato un caffè ed una brioche. Era rimasta per quasi due ore seduta al suo tavolino, leggendo giornali distrattamente e lanciando, di tanto in tanto, occhiate al cielo che restava plumbeo. Quando era stato il momento, aveva pagato ed era andata a prendere il battello. Era quasi deserto, come quel giorno… Aveva chiesto all’uomo che agganciava le corde al pontile se sui battelli potevano lavorare anche le donne e a chi ci si doveva rivolgere per fare domanda d’assunzione, poi si era seduta e aveva pregato, e poi… e poi…
Cercò di ricordare ma nella sua mente tutto si dis-solse. Le pareva di essere simile al personaggio prou-stiano alle prese con la celeberrima madeleine inzuppata nel tè… Un benessere strano, infatti, si era impadronito di lei: Marianna sentì il bisogno di ricordare ancora. Abbassò lo sguardo sull’acqua, un po’ incerta… se un altro ricordo non fosse emerso, sarebbe stata sicuramente delusa. Timorosa, respirò profondamente, con gli occhi socchiusi…
Uno stanzino, piccolo, debolmente illuminato da un neon, in cui si trovavano sette persone. Le riconobbe immediatamente: suo fratello con il microfono in mano, cinque amici di sempre alle prese con gli altri strumenti, e lei era la ragazza con le trecce, dietro alla tastiera. Marianna si identificò quasi con stupore. Il complesso… era stato uno dei sogni in cui aveva creduto di più, avevano anche partecipato ad un concorso. Si ricordò, d’improvviso, di una canzone… per anni era rimasta sepolta nel suo cuore, sotto il peso di troppe macerie… e sì che l’aveva scritta proprio lei!
Amaramente, Marianna si domandò cosa ne fosse stato dei suoi sogni di allora e, non appena si fu posta la questione, l’immagine che si era formata svanì. La donna strinse la sua borsa e corse ciecamente all’aperto. Si sentiva soffocare, le mancava l’aria. Si appoggiò al parapetto dell’imbarcazione e cercò la forza per attaccarsi ad un nuovo ricordo. Adesso, improvvisamente, dopo anni, voleva ricordare.
“Che cosa? Che cosa? – si chiese. – Non ci riesco, non riesco più…”.
Invece, dalla sua mente, come dalla nebbia, emersero le luci di fuochi d’artificio. Ne riascoltò il botto nel suo cuore. Si vide ancora protagonista dell’immagine, speciale quadro vivente. Era lì, stavolta, con lo sguardo rivolto al cielo nero, trapunto di mille stelle e mille scintille colorate. C’era, intorno a lei, insieme a lei, un gran numero di giovani; non ricordava di averne mai visti così tanti insieme, in un’altra occasione. Tutti lì, davanti ad un Papa ottantenne fuori e giovane dentro, un uomo che parlava loro di Dio come di un amico. Quella era la Roma che Marianna ricordava. Spostò una mano, come per far segno all’immagine di non andarsene, ma l’immagine si dissolse, lasciandone emergere un’altra…
Una bambina, di cinque anni, non di più, con i ca-pelli corti e spettinati, correva in un prato. Correva, correva… Marianna non ebbe bisogno di vedere altro, per riuscire ad abbozzare un sorriso. Due gambe magre, impegnate in una gara tra bambini durante una festa all’alpeggio: proprio le sue gambe! Sua madre non a-vrebbe nemmeno voluto iscriverla alla corsa, ma uno degli organizzatori aveva insistito e alla fine i genitori le avevano dato il permesso. Ricordò che, alla fine della gara, aveva posato in alcune fotografie, in braccio ai suoi genitori, con la medaglia al collo, stretta in mano, ma ben in vista.
La stessa bambina fiorì dalle nebbie della sua mente, ed era ormai un po’ cresciuta. Era il tempo della terza elementare, quando ancora il cortile della scuola non era recintato. Faceva già caldo, la primavera era inoltrata. In quel periodo si stava celebrando il grande avvenimento delle missioni parrocchiali. Lei si trovava in cortile, con le compagne, intente ai soliti giochi: il sassello, la corda, le pietruzze (cioè dei piccoli frammenti di vetro “incastonati” nel cemento dei muri, che le bambine si divertivano a staccare e collezionare, scheggiandosi le unghie), gli evidenziatori vestiti con abitini di carta. Sulla strada, avevano visto passare un giovane frate, di quelli che erano in paese per animare le missioni. Si era fermato, la maestra aveva riunito tutti gli alunni della terza in cerchio e con il frate avevano fatto alcuni canti: “Ho la gioia nel cuore”, “Diamo lode al Signor”, “Ave mamma”… Risentiva le voci infantili cantare. Lei cantava bene, ci metteva impegno, e mentre cantava dalla sua bocca facevano capolino dei denti enormi e storti.
“Com’ero sgraziata, da bambina!” si disse, con una punta d’indulgenza Marianna. Forse fu proprio per via di questo particolare atteggiamento che un nuovo ricordo si fece strada in lei… Il volto dell’unica persona che le avesse fatto capire cosa fosse la tenerezza le si affacciò nel cuore con una violenza tale da farle male. Combattuta tra la volontà di richiamare alla memoria ed il rifiuto per quel passato, dolce e doloroso ad un tempo, si coprì il volto con le mani, poi le lasciò ricadere e si arrese al flashback…
Si chiamava Ludovico. Era un bimbo di quattro anni, quando lei lo aveva incontrato per la prima volta. Si era messa a fare volontariato in un istituto per bambini orfani. Il piccolo, biondo, con due incredibili occhioni tondi e azzurri, le era corso incontro il primo giorno, con un sorriso curioso. Marianna gli aveva regalato delle caramelle e lo aveva portato a fare una passeggiata. Lo aveva condotto al lago, tenendolo in braccio. Questa scena si era ripetuta molte volte. Lei aveva ventidue anni. Le piaceva immaginare che Ludovico fosse figlio suo e di Maurizio, il suo ragazzo di ventitré anni, che in fondo era pure lui biondo, anche se aveva gli occhi verdi. Maurizio la prendeva un po’ in giro per questa sua innocente fantasia, ma a volte l’accompagnava a prendere il bimbo, la domenica, e si univa alla passeggiata. Le diceva che avrebbero potuto adottarlo, ma Marianna sapeva che non sarebbe stato possibile nemmeno se fossero stati sposati. Sia lei, sia Maurizio, ancora studiavano, e poi i genitori di lui… Non era neppure il caso di parlare di matrimonio. Ricordò il periodo di Natale di quell’anno: la settimana prima, mentre fuori cadeva la neve, era rimasta in istituto con Ludovico a scrivere la letterina per Gesù Bambino e poi era corsa a spendere i soldi guadagnati con le ripetizioni agli studenti delle medie per comprare dei regali al piccolo. Li aveva poi consegnati alla buona suora portinaia, immaginandosi l’espressione di lui nel trovarli al mattino, sotto il grande albero posto nel salone. Aveva continuato così per mesi, ed il bambino aveva imparato ad attenderla la domenica, con le scarpine ai piedi, pronto per uscire. Andavano spesso al lago. Un giorno un’anziana signora le aveva fatto i complimenti: “Ha proprio un bel figliolo, signora!” le aveva detto. Marianna si era sentita felicissima: l’avevano scambiata per una mammina! Erano giunti sulla riva mentre lei stava pensando che le sarebbe piaciuto aiutarlo ad imparare a leggere, a scrivere, di lì ad un paio d’anni. Il bambino le teneva la testolina bionda poggiata sulla spalla e le stringeva le braccine al collo. “Vedrai – gli aveva detto lei. – Sono sicura che quando sarai grande ti piacerà il lago. È bello, vero? E poi non è mai uguale, mai”. Un pomeriggio, Marianna era andata all’istituto e, come al solito, aveva chiesto di Ludovico. Ma il bambino non era più lì. Era stato adottato da una famiglia che abitava a poche decine di chilometri. Smarrita, Marianna si era detta che doveva essere contenta, ma era come se una parte di lei se ne fosse andata. Quel pomeriggio si era rifugiata tra le braccia di Maurizio, ed era stato per l’ultima volta. Solo tre giorni dopo, infatti, la madre del ragazzo le aveva telefonato dopo cena in preda al pianto e le aveva annunciato che il giovane aveva perso la vita in un incidente. Era stato un colpo tremendo. Poi Marianna era partita, aveva completato l’università altrove, insegnato per alcuni anni nelle Marche ed in Friuli, prima di tornare al suo lago. A Ludovico ci aveva pensato poco, anche perché pensare a lui la rimandava immancabilmente a Maurizio, e questo le costava ancora molto, nonostante il tempo trascorso. Solo a volte, aveva sognato d’incontrare, un giorno, un ragazzo che le dicesse “Avevi ragione, dicendo che il lago mi sarebbe piaciuto”.
D’un tratto, le parve di sentirlo dire davvero:
- Avevi ragione, dicendomi, quando ero piccolo, che avrei amato il lago.
Si voltò di soprassalto: al suo fianco stava il giovane addetto che le aveva controllato il biglietto, biondo, con due grandi occhi azzurri… gli stessi, incredibili occhi azzurri… No, non era possibile… e se invece… Solo un tremolio negli occhi della donna tradì un’emozione, prima che il ragazzo, con un ampio sorriso, pronunciò le sole parole che lei avrebbe voluto sentire in quell’istante:
- Ciao, Marianna. Sono io.

Copyright ©2009 Linda Spandri

2 Commenti a “Un viaggio di ritorno”

  1. emmaus2007 dice:

    Come ti dicevo, scrivi davvero in modo piacevole. Bella questa trama ricca di flash-back, con un ottimo finale!
    Ciao! Al prossimo racconto lacustre!

  2. andrea dice:

    Ciao Linda,
    molto ben riusciti i flashback, che pur essendo molti non confondono per nulla il lettore.
    Grazie per avercelo fatto leggere :)

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