Il canto del lago (3)
Pubblicato da lindas il 3 Marzo 2010
La prima cosa che Eva percepì al risveglio fu una lama di luce arancione che filtrava dalla finestra. Il molo era come incendiato dai riflessi del tramonto e lei realizzò di aver dormito tutto il giorno. Solo allora si rese conto delle voci che giungevano dalla camera.
- Ma lo sai cosa rischi, per favoreggiamento di immigrazione clandestina?
- Dai, Mimmo, quale clandestina! Ti sembra che quello che indossava possa essere un vestito da clandestina?
- Perché, di solito ce l’hanno scritto sulla maglia, “Sono un clandestino”?
- I clandestini non arrivano dal lago!
- Se qualcuno ce l’ha buttata, non saranno contenti che tu…
- Senti, se l’avessero buttata in acqua, avrebbe tentato di ribellarsi, di opporsi… un vestito così si sarebbe strappato, e invece ho controllato prima di lavarlo… oppure sarebbe stata legata…
- Va bene, va bene. Ammettiamo che tu abbia ragione. Se però è una pazza frenetica, tu comunque…
- Ma perché deve essere pazza?!
- Forse ti sembra normale una che ti frega un laccio di scarpa e ti gira le fotografie?! La polizia, Stefano, la polizia!
- No, Mimmo, io la polizia non la chiamo, finché non so qualcosa di più su questa… Eva!
Solo allora si accorsero che si era svegliata e si era affacciata sulla porta.
- Ehi, ti sei fatta una bella dormita! Non hai nemmeno…
Eva, senza ascoltare, si era avvicinata a Mimmo, riconoscendolo come il giovane della fotografia, e gli aveva afferrato il braccio, con forza.
- Mollami! Il mio orologio! Cazzo, è cleptomane…
Eva lasciò di scatto la presa.
- Eight o’ clock! - esclamò. – Il est tard!
Stefano era così impreparato ad un simile comportamento da rendersi conto che la ragazza aveva parlato in lingue comprensibili solo quando già si era precipitata fuori dalla porta, giù per le scale. La rincorse fino in strada, guardandola mentre scendeva sulla riva. Lì, immobile, la vide inspirare tre volte, accosciarsi e fissare l’acqua scintillante di luce del tramonto per qualche istante, prima di sfilarsi il sacchettino dal polso.
“Ma quello è il mio laccio” realizzò Stefano.
Dal sacchetto Eva trasse qualcosa: un oggetto piccolo, che poteva stare dentro ad un pugno chiuso, mentre lei legava nuovamente il borsino di raso. Riaprì il pugno e con pollice ed indice dell’altra mano afferrò l’ancora indefinito oggetto. Lo sollevò in alto, contro il sole, e lo osservò.
“Un guscio di noce?” rimarcò, stupito, Stefano.
Era proprio un guscio di noce. La giovane lo baciò e lo adagiò, con una lentezza di gesti degna di un rituale, sul pelo dell’acqua.
- Mihjai… - sospirò.
Aspettò che il guscio fosse meno di un puntino sulla superficie appena increspata dalle onde, poi si rialzò, si voltò e si accorse di Stefano. Lo raggiunse, con una smorfia buffa, ma poi si bloccò, l’attenzione catturata da uno stridio rauco proveniente dall’alto: un volo bianco, sul cielo di fuoco. Mormorò qualcosa, come tra sé.
- Come hai detto?
- Il lago… il canto del lago…
- Non capisco…
- E dimmi com’è il mare
visto da lassù:
se è ancora tutto uguale
o se ti va di più…
E dimmi:quanto è grande il sole?,
e quanto piccolo io?,
se è vero quel che immagino:
chi abita più in alto è proprio Dio…
E dimmi-
Si interruppe un attimo, tentò di riprendere:
- E dimmi-
Le parole, però, non venivano più. Allargò le braccia, con un gesto teatrale, che fece ridere Stefano.
- Dai, saliamo, ora… prima che Mimmo ci dia per dispersi e mandi fuori i soccorsi!
- Latte!!!
- Ok, ok. Latte.
Tornarono in mansarda, dove Mimmo li accolse col previsto sarcasmo:
- Ah, ma ci siete ancora! Stavo per telefonare al 112! Beh, io tolgo il disturbo. Stefano, pensaci bene…
Mimmo scomparve dietro la porta, lasciando Eva seduta al tavolo e Stefano ai fornelli che scaldava il latte. Nessuno dei due commentò.
- Eva?
Stefano si decise a fare la domanda che gli ronzava in testa da qualche minuto, curiosa:
- Che cos’era quel guscio di noce?
- Noce?
- Noce, lì, nel sacchetto… - indicò lui. – Con il mio laccio…
- Noce? – ripeté, scuotendo la testa. – Barca!
Stefano aveva la certezza quasi totale che la ragazza avesse capito benissimo e provò a cambiare domanda:
- Ma allora parli l’italiano… e il francese, e l’inglese… ti ho sentito, prima… Da dove vieni? E che significa quel… mi-… miiii-
- Mihjiai svanisnji, podcie… - scandì, sottovoce. – Stefano, latte.
- Ok, non insisto.
Sospirò. Per il momento era inutile.
-fine terza parte-
Copyright ©2010 Linda Spandri


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3 Marzo 2010 alle 21:03
Ringrazio l’amico e collega musicista Andrea Mosca, autore della canzone contenuta in questa e nelle prossime parti del racconto! :o)
5 Marzo 2010 alle 18:24
Brava Linda!
Il racconto è interessante, fila liscio, non annoia, veremante buono il ritmo,
Da un’artista c’era da aspettarselo. Assolutamente una conferma!
Complimenti!
5 Marzo 2010 alle 18:27
Ciao Marco, grazie per il commento… vorrà dire che ti aspetto sulle prossime pagine! ;o)
4 Agosto 2010 alle 15:21
Concordo con Marco.
Intrigante, ben scritto. Mi tuffo nel resto.
9 Agosto 2010 alle 12:54
Grazie!
:o)