lindas, in punta di penna

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Sui monti – piccola storia vera

Pubblicato da lindas il 5 settembre 2010

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Chiunque conosca anche solo minimamente Mandello e le Grigne, la loro posizione e i rifugi della zona, avrà certamente sentito parlare del rifugio Elisa. Sorgeva (e grazie a Dio, sorge tuttora!) nel bel mezzo della Val Meria, a 1515 metri d’altitudine, per anni unico rifugio di proprietà del CAI Mandello, che attualmente ha anche il Bietti-Buzzi. Si tratta di una piccola capanna alpina, a cui si perviene facilmente in un paio d’ore abbondanti dal sentiero monotono che parte da Rongio e che permette di superare oltre mille metri di dislivello. Difficilmente si aveva il tutto esaurito e quasi mai si raggiungevano a pranzo trentacinque coperti, che altrove, alla Rosalba, per esempio, non stupivano più nessuno. Ma la tranquillità del luogo, la calma, il panorama su Mandello e sul lago di Como, mi davano la bellissima sensazione di essere in pace con tutto il Creato.
Era stato così che, un anno prima, mi ero fatta conquistare dall’ambiente e dalla gente che di solito bazzicava il posto e che, nonostante non avessi un nome particolarmente raro, non se lo ricordava mai. Alla fine, dopo essere diventata Elena, Elisa, Silvia, Chiara, Monica e da ultimo Stella, tutti avevano preso l’abitudine di chiamarmi semplicemente “la ragazza” o, più poeticamente, dal mio punto di vista, “la tusa”. Ero entrata nella squadra degli “amici del Noè”, il gestore, che salivano a dare una mano e trascorrevano così allegre giornate.

Quante cose erano cambiate in un anno, pensavo guardando verso le montagne, dalla finestra della cameretta di Luca, uno dei bambini che aiutavo nei compiti scolastici, ogni pomeriggio, con il caldo e il freddo, il bello e il cattivo tempo…
Gli ultimi raggi del sole (erano circa le cinque del pomeriggio) indoravano i prati e i boschi. Tra gli alberi si iniziavano ad intravedere alcune macchie giallo-rossicce, prime ma espressive pennellate date da un pittore di nome Autunno. Sapevo che di lì a non più di due mesi l’Inverno avrebbe sparso manciate di neve, come fanno i contadini con le sementi sui campi arati, ed allora il rifugio, con la neve sul tetto, si sarebbe a mala pena distinto dall’ambiente circostante. A non sapere che era proprio lì, neppure lo avresti visto… Ma ora spiccava ancora tra il verde un po’ incerto. Al mio occhio attento, o forse più che altro suggestionato, sembrava di riuscire a scorgere perfino le finestre con le imposte chiuse…

Mi rividi in una mattina tiepida, di domenica, ad aprire una di quelle ante, mentre mi stiracchiavo, gustando lo spettacolo di due caprioli che saltellavano sul crinale, solleticati dalla Primavera burlona. Ero alla prima ascensione della stagione. Quante cose avevo appreso in un anno! Avevo imparato proverbi e piatti da cucinare, il gusto della fatica di salire con una formaggella nello zaino, ma più ancora la soddisfazione di arrivare alla meta e scorgere, oltre il lago, sei o sette catene di monti. Avevo imparato le principali vie che da lì si potevano raggiungere, non certo per praticarle, ma per poterle illustrare ai clienti, se le chiedevano; il valore dell’acqua nei periodi di siccità e la preparazione di una fantastica grappa al pino mugo. Soprattutto, avevo imparato, sulla scia di grandi scrittori come Ezio Franceschini e Mauro Corona, che si poteva raccontare la montagna senza necessariamente parlare di Himalaya. Lo dice-va sempre anche il Faustèn del Crèp, abituale frequentatore del rifugio, così chiamato dopo essere caduto in un crepaccio, un paio d’anni prima: “Non importa se sei in cima all’Everest o alla collina di casa tua. L’importante è esserci e guardare oltre”. Così, nelle lunghe serate davanti al caminetto, perennemente acceso anche il venti d’agosto, allora scrivevo. Il retro di grandi fogli che pubblicizzavano la sky-race del “Sentiero delle Grigne” diventava il mio quaderno, mentre Angelo mi lanciava frutta da prendere al volo e mi celiava: “Io una roba così lunga non l’ho mai scritta in tutta la mia vita”, e Martino discorreva con Roberto del Renato e del Walter, “un bel po’ che non passano più di qui, eh?”. Terminavo di scrivere, uscivo per lavarmi i denti ed il volto, per sentire il brivido dell’acqua fredda sulla pelle che aveva accumulato tutto il sole della giornata e per guardare le lucciole rincorrersi nel prato, autentica rarità. Un ultimo sguardo al cielo oltre i monti, ancora riflessato dell’arancione del tramonto, tale e quale un acquarello di Manet, poi rientravo e, come tutti gli altri, “andavo in branda”. Nelle giornate-tipo, il mattino ci si alzava sempre abbastanza presto. Dopo una veloce colazione, iniziavo a cucinare con Gabriella. Aveva forse trentacinque anni più di me, eppure c’intendevamo alla perfezione; complicità femminile, credo.
C’erano poi le giornate eccezionali, ed allora ci si alzava an-che prima del solito. Mi venne in mente il giorno in cui il rifugio era rimasto nelle mani mie e di mio fratello Diego, perché Noè era sceso per la spesa e Giancarlo era andato via con i cacciatori, per il censimento dei galletti. “Comunque – mi aveva detto quest’ultimo – prendo la radiotrasmittente. Se arriva un quai von de chi là… un grattacuu, mi chiami che arrivo subito, intesi?”. Qualcuno di quelli là, un “grattaculo”… era un modo di dire che non voleva assolutamente essere offensivo e che indicava quelle persone che arrivavano con mille pretese, di cui almeno novecentonovantanove assurde, se rapportate al luogo.
Ero stata coinvolta, nello stesso periodo, nella levataccia per andare a funghi con Martino e Noè. Paterni, mi avevano munito di un bastone alto quasi quanto me, perché non scivolassi, ed eravamo partiti. In quattro ore ero riuscita, con gran soddisfazione, a trovare sei bedulet (i betullini) e quattro feréé (i porcini), oltre a mezza dozzina di simpatiche e fiabesche amanite rosse con i puntini bianchi, che ti aspettavi di veder comparire gli gnomi da un momento all’altro, e una coppia di funghetti apparentemente ottimi: bianchi, sani. Non appena li avevo sfiorati, però, avevano assunto una tinta verde acido e, potrei giurarci, mi era sembrato di sentirli sogghignare… hi-hi-hi, così… Guardandoli bene mi era parso di scorgere, proprio sotto la cappella, due occhietti sul malvagio andante e un sorrisino da cui sporgevano due canini appuntiti… Colta dal dubbio che fossero funghi allucinogeni, avevo pensato bene di lasciarli dov’erano…
Nemmeno un mese dopo, la sky-race ci aveva impegnato, con Sandra e Silvano, due degli organizzatori di Missaglia, a distribuire sali, banane, biscotti e tè per i rifornimenti agli atleti. Avevamo aspettato i corridori nelle nostre magliette nuove fiammanti, con il logo della gara. I primi erano arrivati, avevano afferrato un bicchiere, ringraziato senza neppure smettere di correre ed erano già lontani. Erano quelli con i nomi di classifica, che ammiravo per aver letto spesso, sui giornali, il loro nome, a seguito di simili imprese. Erano poi giunti quelli che correvano per sfida con se stessi, per provare, perché un amico aveva chiesto di avere compagnia nell’impresa, per divertirsi, ed arrivavano da noi, al ventiduesimo di quarantasette chilometri, già mezzi stravolti. Si fermavano a gruppetti, mangiavano, bevevano, chiacchieravano tra loro e scherzavano con noi: “Biscotti e banane… ma una bella pulenta oncia non si può avere? Un quartino di quello buono?”. I primi, l’ho già detto, li ammiravo; questi ancora di più. Non cercavano certo le comodi-tà, arrivavano sereni, sorridenti. Qualcuno rideva, strabuzzando gli occhi, e chiedeva “Ma chi me l’ha fatto fare?!”, poi ripartiva, annaspando un po’ sulla vicina salita. Magari sapevano già che non sarebbero arrivati al rifugio Bogani entro il limite di tempo massimo consentito, però continuavano. Contenti. Applauditi ed ammirati.
Quel giorno eravamo scesi a valle accompagnando Andrea, il ragazzo del ponte-radio istituito per la gara, che l’elicottero non aveva potuto recuperare a causa della nebbia improvvisa. La nebbia capitava di frequente, e non era mai la benvenuta. Chiacchieravamo tutti insieme, ed è incredibile come in montagna tutti sono più socievoli, pronti a comunicare. Altro che il mito del nonno di Heidi, burbero come nessuno! Un po’ ci sentivamo una famiglia sola. D’altronde, non era raro che qualche escursionista passasse da noi e prima di ripartire mi chiedesse quale grado di parentela ci legasse tutti, di chi tra i presenti fossimo figli Diego ed io, e se gli altri fossero i nostri zii…

- A che cosa pensi? – mi chiese d’improvviso Luca, strappandomi ai miei pensieri.
- A niente – risposi, sorridendo.
- Non ci credo – rispose lui, con fare furbetto. – Mi fai vedere dove vai tu in montagna? Il rifugio?
Gli dissi di avvicinarsi alla finestra aperta e cominciai ad indicargli con il dito i luoghi dov’era volata poco prima la mia mente:
- Allora, vedi là? Ecco, quello è il rifugio Elisa… Di là, invece si vede la Rosalba e quella là sopra è la Grignetta, dove se vedi sventolare il Tricolore è perché il Luciano matuchel è già su a vendere bibite…
Mi lasciai prendere un po’ la mano e mi misi a descrivere i colori, i versi degli animali e i profumi degli alberi portati dal respiro ormai rantolante di madama Estate, le nuvole soffiate dal vento d’alta quota come da un artigiano del vetro. Gli parlai della roccia che, in autunno, al calar del sole, si colora di rosa:
- La leggenda dice che sono le rose del giardino di re Laurino, che fioriscono ancora, come cento e cento anni fa…
Gli occhi di Luca seguivano il percorso del mio dito, incantati. Quel giorno, non riuscimmo a finire i compiti…

Copyright ©2010 Linda Spandri

6 Commenti a “Sui monti – piccola storia vera”

  1. andrea dice:

    Bellissimo…
    Pare proprio di vederle, le tue montagne, di sentirne gli odori. Quell’accenno al camino acceso anche d’estate e’ fantastico: mi ha veramente fatto apparire davanti agli occhi i rifugi che conosco.
    Grazie per avercelo fatto leggere!

  2. lindas dice:

    Ciao Andrea, era una storia che volevo raccontare, perché a quell’ambiente sono molto legata, ma avevo il dubbio che come racconto fosse un po’ “sempliciotto”… e invece mi dici che ne esce qualcosa di tangibile… grazie per il riscontro! :o)

  3. fabio dice:

    E’ piaciuto molto anche a me ^_^
    Non è affatto sempliciotto… è vero! :D

    Ciao,
    Fabio

  4. lindas dice:

    Ciao Fabio, grazie per il commento e soprattutto per averlo letto! :o)

  5. martino dice:

    Brava Linda e complimenti per lo scritto. con molto piacere vedo che é rimasto vivo in Te il ricordo che ,in qualche modo,ti ha legato al rif. elisa, all’ambiente ma in particolar modo a NOI frequentatori assidui in quel periodo. GRAZIE e onorato per averTI conosciuta.

  6. lindas dice:

    Ciao Martino, certo che è rimasto vivo… non poteva essere altrimenti, perché da voi ho ricevuto tantissimo :)
    A presto, magari proprio sulle nostre montagne!

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