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Reperti romani

Pubblicato da poetto il 5 agosto 2009

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Mi chiamo Massimo Simplicio Mela e quello che stai guardando è quello che rimane del mio sepolcro.
Sono passati moltissimi anni dal quel brutto, terribile giorno.
Era una mattina come tante, il sole, dopo giorni di pioggia, splendeva alto nel cielo.
Come tanti bambini, dovevo compiere dodici anni, mi preparavo per andare a lezione.
Lo schiavo che mi accompagnava l’aveva preso mio padre diversi mesi prima, si chiamava Fifadelfio, era un tipo magro, capelli neri, alto.
Mio padre sembrava soddisfatto di questo acquisto, a me non piaceva per nulla, anzi, solo a vederlo, mi incuteva un certo timore.
Lui ripeteva, vedendo la mia diffidenza: È un greco, prima era precettore di Caio Valerio…vedrai che ti troverai bene.
Amava chiamarlo precettore ma, a me, pareva un buono a nulla, per lui erano tutti precettori, sarebbe stato più corretto chiamarli accompagnatori ma precettori suonava meglio.
I veri precettori insegnano a casa, questo si limitava ad accompagnarmi a scuola ed aiutarmi nei compiti.
Quello che avevo prima, Talamo, era morto.
Aveva sempre questa tosse, chiesi a mio padre di farlo vedere dal medico, ero bambino ma mi rendevo conto che Talamo aveva un brutto colorito, una brutta cera, insomma qualcosa non andava.
Mio padre non era molto convinto, pensando ad un banale raffreddore, inoltre Talamo, per paura di finire chissà dove, minimizzò la cosa, risultato fu che il medico non lo vide e lui peggiorò.
Un giorno, quando stavamo ritornando da lezione, vomitò sangue, fui molto impressionato da questo fatto, ne parlai con mio padre che, finalmente, lo fece vedere da un medico.
Non mi dissero nulla, anche se chiesi molte volte.
Non molto tempo dopo, mio padre mi prese da parte e mi disse che gli Dei avevano deciso il destino di Talamo.
Piansi, piansi tutto il giorno, per me, lui, era come un secondo padre, un uomo buono e paziente.
Filadelfio era diverso staccato, freddo, distante.
Il suo sguardo mi dava l’aria di malvagio.
Mio padre mi disse che avevo queste impressioni perché era difficile, dopo Talamo, affezionarmi ad un altro, secondo lui, vivevo ancora il lutto, il dramma di quella scomparsa, lui parlava, parlava alla fine capivo solo che questo Filadelfio mi stava antipatico.
Dopo due settimane di Filadelfio ritornai da mio padre per lamentarmi di alcune cose che non andavano.
Il mio precettore non aveva pazienza, spiegava le cose in modo sgarbato e, una volta, non visto, mi aveva dato uno spintone.
Mio padre ascoltò tutto quanto, gli parevano accuse esagerate, questo perché in sua presenza Filadelfio si comportava in modo irreprensibile, così come anche col maestro, era un tipo furbo, scaltro.
Viste le mie continue lamentele, stabilimmo un accordo, io dovevo cercare di essere il più gentile possibile con lui, se questa situazione continuava ancora allora mio padre avrebbe mandato Filadelfio in una tenuta di campagna ed io avrei avuto un altro precettore.
Per alcune settimane, dopo il discorsetto che mio padre gli fece, Filadelfio sembrò cambiare rotta, ascoltava quello che gli dicevo guardandomi negli occhi, aveva più pazienza, la cosa non durò molto.
Pian piano, il mio precettore, riprese le vecchie abitudini.
Lentamente la sua pazienza si esaurì, incominciò ad essere sgarbato anche con il maestro.
Lo vidi un giorno minacciare il maestro, il quale, con mia grande sorpresa, rimase fermo a subire le minacce.
Nascosto da un albero seguì tutta la scena, non riuscivo a sentire bene, capivo solo le frasi gridate, ero lì incredulo, alla fine Filadelfio si girò e con una grossa risata si allontanò.
Per me era troppo, non lo volevo più, non so che minaccia gli abbia fatto, so solamente che la cosa mi turbò molto.
Rimasi diversi giorni pensando il da farsi, alla fine decisi di dirlo a mio padre.
Lui ascoltò, poi decise di domandare al maestro, si mise in testa di fare l’investigatore, non voleva arrendersi al fatto che il precettore, che aveva profumatamente pagato, fosse un farabutto, gli faceva rabbia l’idea di aver speso tutti quei soldi per nulla.
La mattina dopo, sicuro che quella volta mi avrebbe accompagnato Diodone, un servo anziano che era da noi una vita, mi vidi nuovamente davanti Filadelfio, mi guardai intorno per capire, poi lui disse la sua solita frase: andiamo?!
Ero furioso, nero, mio padre non mi aveva ascoltato, non aveva voluto capire che, per me, la situazione era divenuta antipatica, non aveva preso i provvedimenti che mi aveva promesso.
Dopo giorni di pioggia, splendeva un fantastico sole.
La giornata era magnifica.
Filadelfio ad un certo punto della strada si fermò e mi disse: il maestro, oggi, fa lezione da un’altra parte.
. Perché? – chiesi stupito di questa novità.
. Un incendio… o un crollo ha …insomma la lezione non è più lì – concluse sgarbatamente.
. Non ci credo! Voglio andare a vedere – gli risposi.
Sorrise, incominciavo ad aver paura di lui.
Arriviamo al solito posto, nessun segno di incendi o crolli.
I portici iniziavano ad essere animati dalla solita piccola folla di passanti.
Vedo alcuni miei compagni, parlo con loro.
Il maestro non si vede.
Aspettiamo.
Dopo diversi minuti decido di seguire le indicazioni di Filadelfio.
La destinazione è sotto i portici vicino alla statua grande di Giove, non conosco questo posto.
Camminiamo per un po’ , alla fine stanco di tutto questo camminare mi fermo.
. Voglio andare a casa – dico al mio accompagnatore.
. Non siamo ancora arrivati, manca poco – mi risponde.
. Sono stanco…
Mi convince a camminare ancora, non capisco dove mi trovo.
Incrociamo tutta una serie di brutte facce, una di loro saluta Filadelfio, lui ricambia con un sorriso.
Mi fermo, noto che gli sguardi di molti sono rivolti verso di me, la cosa mi preoccupa, cosa avranno da guardare?
. Ma quanto manca? – chiedo con voce preoccupata.
. Manca poco.
. Basta! Voglio tornare indietro.
Improvvisamente Filadelfio mi tiene per una mano e mi spinge verso l’ingresso di una casa.
Urlo come un matto, ma come si permette?! Questa volta l’ha fata veramente grossa!
Una mano tappa la mia bocca, è femminile, piccola.
Mi trascinano dentro la casa, continuo ad urlare, non capisco che ci faccio li dentro.
. Filadelfio portami via da qui! Hai capito! Questa volta non…- non faccio in tempo a terminare la frase che un sonoro ceffone mi colpisce in viso.
Rimango di sasso.
. Allora piccolo mostro…forse non hai chiara la situazione, te la spiego subito…vedi il padre di quell’imbecille di Caio Valerio mi aveva promesso di rendermi libero…stavo già facendo i miei progetti, le mie cose…
. Ma io che c’entro? Portami a casa…ti lascerò scappare…ti supplico!
. Quando sei buffo! Allora non vuoi proprio capire?
. Capire cosa?
. Mi avevano promesso la libertà ed invece mi ritrovo venduto…non ci sto! Non posso, non voglio continuare questa vita. Ho diritto alla libertà.
. Ti renderò libero io…portami a casa! Io non c’entro nulla.
. Ti sbagli piccolo mostro…tu c’entri eccome!…oramai ho capito che la libertà è come un faro lontano, ne vedo solo la luce…ho deciso di godermi quanto mi rimane da vivere facendo la bella vita…almeno cercando di farla…penso che tuo padre qualche soldo per riaverti indietro…
Nella stanza entra anche il maestro, era tutto combinato per portarmi via.
Ho paura.
Una ragazza con i capelli castani, quella che mi aveva tappato la bocca, mi prende per mano e mi porta in un’altra stanza, cerca di rassicurarmi, impresa difficile se non impossibile.
Resto confinato in quella stanza, sempre chiusa a chiave, inutile gridare.
I giorni passano, nessuno mi dice nulla.
Ripenso a tutto quello che mi è successo.
Se mio padre mi avesse dato retta ora non sarei qui.
A che serve recriminare? A nulla.
Quel farabutto di Filadelfio è sparito, mi domando che cosa stia architettando.
La ragazza castana mi porta da mangiare, chiedo a lei ma lei non sa mai nulla.
Non so neanche il suo nome, quando lo chiedo lei sorride ma non risponde.
Domando dei miei, quando mi lasceranno andare… nulla! Come chiedere ad un cavallo!
Mi sento sempre più debole e mi fanno male gli occhi, passo buona parte del tempo al buio, inoltre non ho praticamente più voce a furia di urlare.
Una mattina decido di scappare.
La ragazza apre la porta, mi sorride, la spingo e corro verso l’uscita.
Poco prima della porta, un omone enorme mi da uno schiaffo che mi fa volare verso il muro.
Sbatto il braccio destro e la testa, mi esce sangue dal naso.
L’omone mi prende di peso e mi riporta in stanza, senza preoccuparsi della mia salute.
Resto solo, al buio, a piangere.
Capisco che continua ad uscirmi sangue ma non vedo nulla.
Sento la voce della ragazza che parla con l’omone, vorrebbe curarmi, lui dice: a che servirebbe?
Che cosa vorrà dire? Questa frase attira la mia attenzione.
Quando si è bambini non si pensa che certe cose possano accadere.
Dopo giorni avevo realizzato che quella sarebbe stata la mia tomba, avevo visto i miei sequestratori, non mi avrebbero fatto tornare a casa.
Dopo diversi minuti la porta si aprì, la ragazza mi prese per mano.
Alla debole luce del giorno, oramai non capivo se fosse mattina o sera, vidi i miei vestiti sporchi di sangue, mi faceva male la testa.
Senza dirmi nulla, senza quasi neanche guardarmi, la ragazza mi pulì, mi diede un altro vestito.
Tutto questo sotto il vigile sguardo dell’omone.
Quella notte non riuscì a dormire dal mal di testa, mi faceva male anche il braccio.
La mattina dopo sentii uno strano trambusto, altre voci, oltre le solite, si aggiunsero.
Saranno venuti a liberarmi? Mi domandavo ingenuamente speranzoso.
Dopo un po’ riconobbi la voce del maestro.
Parlavano liberamente a voce alta, di solito o parlavano a voce bassa o non parlavano per nulla.
Mio padre aveva fatto arrestare Filadelfio, questi era scappato ma era stato ripreso.
Il maestro stava dicendo all’omone che era il caso di liberarsi di me.
La ragazza, che fino a quel momento ascoltava in silenzio, gridò che non potevano farlo, che…
Grida su grida, un trambusto.
La testa mi scoppiava.
Poi, improvvisamente, il silenzio.
Sentivo i passi dell’omone che si avvicinava alla stanza, la porta si aprii e vidi prima ombre e poi, più chiare, le figure di almeno sei persone.
Uno era il maestro, non aveva neanche il coraggio di guardarmi in faccia.
Nessuno aveva il coraggio di dirmi nulla.
L’omone, una persona di una crudeltà unica, mi prese per un braccio, feci resistenza, lui mi tirò verso di se, mi tenne fermo.
Ero sempre stato magro, di corporatura esile, inoltre i giorni in quella casa mi avevano molto indebolito.
Mi ritrovai immobilizzato dall’omone.
Uscirono tutti, rimanemmo solo noi due.
. Perché?! Non ti ho fatto nulla! Lasciami andare…ti prego!
. Mi dispiace ragazzino! Lo devo fare…mi dispiace!
Nel mentre che diceva questo la sua enorme mano premeva contro il mio viso.
Piano piano mi mancarono le forze.

Il mio corpo fu fatto ritrovare nei pressi della mia casa.
I miei genitori affranti fecero fare il sepolcro che ora tu stai guardando.
I primi tempi era curato, riparati i danni del tempo, degli uomini, poi, dopo che i miei scomparvero, nessuno venne a fargli visita, neanche mio fratello Caio e tanto meno i suoi figli.
Questo cimitero fu abbandonato, dimenticato.
Dopo molti secoli l’erba alta ricopriva tutta la zona.
Molti sepolcri caddero a pezzi altri furono danneggiati intenzionalmente.
Nell’ottocento tutta questa zona fu ripulita e riparata.
Durante la guerra tutta l’area fu danneggiata in modo grave.
Prima si poteva leggere la mia storia, la sintesi di quella che ti ho raccontato e che i miei genitori appresero dal maestro, catturato ed in seguito pentito, ora si può solo leggere una parte del mio nome.
Solamente Massimo Simplic….

2 Commenti a “Reperti romani”

  1. andrea dice:

    ciao Poettto.
    Molto bello, forse uno dei migliori che hai postato qui.
    Grazie per avercelo fatto leggere :)

  2. fabio dice:

    Ciao,
    bellissima tutta la storia, anche se è un pochino triste! :(

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