Scarti di DIOtecnologia

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Il primo a scivolare, per poi prendere vantaggio dalla capacitazione flagellare di cui era dotato, fu Lumach. Poi venne la volta di ~#ru1 morbosamente connesso a Lumach, ed infine mi avvinghiai io al culo di quest’ultimo, forte della mia poderosa struttura tentacolare.

Ci sostenevamo vicendevolmente per spostarci lungo il sentiero, ma nessuno aveva il coraggio di ammettere che non potevamo fare a meno gli uni degli altri.

Eravamo tre merde.

Io, non avevo occhi.

~#ru1 non riusciva ancora ad operare una distinzione fra le sue antenne e le zampe, e fra queste e i suoi denti, ed infatti utilizzava il suo apparato dentario per muoversi, ma naturalmente, a differenza di me e di Lumach, non poteva cibarsi e deambulare contemporaneamente. Per di più ~#ru1 non parlava.

Lumach tentava di riprodursi per autofecondazione, perché un giorno ~#ru1 ebbe la pessima idea di fargli notare a gesti che c’era qualcosa di vagamente sessile in lui.

Eravamo alla scoperta di noi stessi. Non conoscevamo ancora del tutto le nostre fragilità.

Un giorno Lumach disse d’essere in aria di gemmazione, così la chiamava lui, una fase in cui dal suo corpo mellifluo e vagamente diaginico, potevano formarsi dei bubboni di materia frattalicamente simili a se stesso.

In una di queste gemme di Lumach, quel giorno io vi percepii un apparato di locomozione. Non che glielo avessi visto, non potevo, ma udii un crepitio gemere fra le pieghe tissulari di quell’enorme corpo.
“Lumach, quel coso..”, gli domandai rovistandogli alla cieca fra i flagelli gonfi di vita.

“Cosa?”, biascicò lui, timidamente.

“Quel coso che ti esce di lato. Sarebbe uno dei tuoi figli?”

Non mi era ancora capitato di percepire Lumach in estremo imbarazzo.

Poi, sadicamente continuai: “…e da quando partoriresti esseri muniti di zampe?”

L’imbarazzo di Lumach non era ingiustificato. Aveva compreso che io avevo sospettato di lui e di ~#ru1, e del fatto che secondo me trombavano alla grande da mesi, e che il miracolo dell’autoriproduzione di Lumach non era che un solenne miraggio della sua mente.

“Tu credi che.. io e ~#ru1..”, sussurrò viscidamente..

“e certo che lo credo, altrimenti da quale cromosoma avresti attinto quelle graziose zampette per tuo figlio?”

Sentii che Lumach era amareggiato. Profondamente deluso di se stesso per quella sconfitta. Avrebbe voluto generare delle gemme pure, sotto ai suoi tentacoli. Ed invece alcune spore di ~#ru1 avevano contaminato i pronuclei delle cellule germinali, nel fondo del suo ventre. Aveva scopato con ~#ru1, era evidente. Ma Lumach era fin troppo ingenuo per accorgersi di quella copulazione.

E anche se si fosse trattato di una relazione stabile e affettuosa fra i due, sarei stato felice per loro. Io volevo solo dimostrare che nessuno di noi tre sarebbe stato in grado di autoriprodursi. E che l’unico modo che avevamo, per continuare a trascinare quella assurda esistenza in futuro, altro non era che accoppiarci vicendevolmente, io e ~#ru1, con Lumach, e sperare che dalle gemme di questi potessero sgorgare le sorgenti future delle nostre sciagurate vite.

Intanto ~#ru1 continuava ad emettere spore. Di tutti e tre era quello meno dotato di intelligenza. Si spostava goffamente come un meccanismo arruginito, talora incapace di controllare i suoi denti deambulatori, ed incredibilmente incasinato, nella gestione delle sue antenne.

Trascorrevamo la maggior parte del nostro tempo all’aperto, dentro ad una crepa dell’asfalto, nella parte retrostante di un cortile abbandonato, poco lontano dal gruppo di beute dalle quali un tempo eravamo forse provenuti. Le beute, ancora cariche di spore simili a quelle di ~#ru1, facevano parte del materiale di smaltimento prodotto da un laboratorio biotecnologico situato di fianco, trent’anni prima della scomparsa di coloro i quali, secondo le nostre ipotesi, dovevano essere le nostre creatrici divinità.

Di costoro non sapevamo nulla. Solo che erano vissuti lungamente, prima del nostro arrivo, poi qualcosa li aveva allontanati, o peggio, annientati.

Non saprei datare il momento storico in cui gli esponenti delle nostre famiglie presero coscienza di sé. Qualcuno ci parlò di ammassi cellulari venuti fuori dalle beute, che poi subirono una spinta evolutiva. Così per molto tempo credemmo che le beute fossero le sedi di tutte le nostre origini.

Le nostre madri, solenni merde come noi, ce lo avevano detto. Loro erano state in quel laboratorio. Avevano visto delle cose, altre beute con dentro altre merde come noi, solo un po’ più morte di noi.

Mia madre, la madre di Lumach e quella di ~#ru1, e prima di loro le nostre nonne, avevano sperato che qualcosa potesse cambiare, nel tempo. Ma nulla mai cambiò. L’unica cosa di cui erano coscienti, era che fino a quando Lumach, io e ~#ru1 restavamo uniti, non ci saremmo mai estinti.

Perché ~#ru1 era stupido, sì, ma generando spore in continuazione avrebbe fornito per me e Lumach materia organica a volontà, di cui cibarci. Ed inoltre, essendo anaerobio come sua madre e sua nonna, poteva scindere i nitrati generati dai nostri metabolismi in azoto ed ossigeno. Di acqua ne avevamo a volontà. Il nostro era dunque un biosistema altamente equilibrato, ed io e Lumach eravamo troppo intelligenti per litigare a causa del cibo.

La gemma con le zampe dentali, generata da Lumach, avrebbe assunto ben presto le sembianze di ~#ru1. E sebbene Lumach non fosse particolarmente contento di quel parto, sapevamo tutti e tre che quello sarebbe stato l’evento del giorno; ~#ru1 e Lumach stavano per diventare madri.

Ma allora cosa quel giorno ci rendeva così tristi? Perché mai Lumach era depresso?

Lumach aveva ambito all’autoriproduzione ed aveva fallito. Questo suo tendere all’impossibile era stato dettato dalle aberrazioni del suo istinto. Eppure dentro di sé sapeva che nessuna nuova vita sarebbe gemmata dal suo corpo, senza la fecondazione delle spore di ~#ru1.

C’erano delle cose che non comprendevamo. Io, ad esempio, come avrei dovuto riprodurmi? Mia madre non mi aveva raccontato nulla al riguardo. Si disciolse come una medusa al sole, prima di dirmi cosa avrei dovuto fare con Lumach.

Oltretutto, lasciare che il mio amico si trovasse in quello stato psicologico di profonda prostrazione non mi aiutava certo a rompere il ghiaccio con lui. So solo che mia madre aveva creduto in qualcosa, qualcosa che ci avrebbe trasformato per sempre. Ed io quel giorno mi convinsi che doveva esserci una relazione fra la frustrazione di Lumach e la profezia della Grande Metamorfosi, preannunciata dalle nostre madri.
Durante le ore notturne che seguirono, ~#ru1 litigava con una muffa penzolante da una beuta. La muffa lo assalì primitivamente, per assorbirgli qualche spora. ~#ru1 allora rovesciò la beuta con dentro un liquido fetido, ed una sostanza gelatinosa multi-tentacolare. Io non potevo vedere, ma percepii. Provai empatia per il povero ~#ru1 che lottava per liberarsi, ma poi notai qualcosa di diverso: le sue antenne presero a vibrare, forse un meccanismo istintivo di richiesta d’aiuto mai rivelatosi prima di allora, e di lì a poco diverse gelatine provenienti dalla beuta rovesciata cominciarono ad oscillare.

Molte di loro andavano raggruppandosi sotto l’effetto “diapason” delle antenne del mio amico. Ed improvvisamente quel suono mi apparve soave ed intelligente. Era così, dunque, che ~#ru1 poteva comunicare. E non si trattava mica di un discorso di basso livello: le antenne di ~#ru1 andavano intessendo un codice a quattro frequenze, che poteva essere modulato in sequenze quaternarie. E fu allora che compresi per quale motivo anche i miei tentacoli si misero a vibrare sulla base di quella modulazione, ed io, quella sequenza, la riconobbi eccome: era un codice genetico.

Questa sorta di danza sonora altro non era che un Mantra Cosmico. Ogni muffa, ogni scarto organico vivo e presente nei residui delle beute entrava in risonanza, e andava cosi allineandosi secondo uno schema che solo ~#ru1 conosceva profondamente.

Lumach si mise a gemmare spontaneamente ed ogni gemma sembrava innescare parti di quel codice emesso da ~#ru1. Catene di proteine, ognuna rivelata ed intimamente inanellata all’interno dello Schema Universale, si svilupparono dopo diverse ore di incubazione, nel ventre sempre più gravido di Lumach. Non si sarebbe trattato di una fecondazione basata su spore. Adesso Lumach poteva riprodurre qualunque forma di vita dettata dallo Schema Universale.

Ed anche io, sì anche io mi stavo evolvendo. Ogni tentacolo si separò da me, per sviluppare capacità telecinetiche indipendenti da ogni mia volontà e desiderio. Improvvisamente mi ritrovai ricoperto da bulbi oculari e potei finalmente vedere la Luna comandare su tutti gli astri dell’Universo.

“La Grande Metamorfosi!”, pensai.. Mia madre aveva ragione.. e rimasi commosso.

Ogni evento mi apparve come un sentiero posto dinnanzi alla mia nuova vista: ebbi in questo modo la possibilità di riconsiderare la storia delle nostre madri, alla luce di visioni allucinatorie che mai avevo avuto prima di quella notte.
E quando finalmente l’alba giunse, in quella parte di pianeta che per trent’anni ci aveva disprezzati, scivolammo lungo scenari di splancnocrani umani, calcificati nel cemento dei palazzi disabitati della metropoli, e stracotti dalle annose ustioni solari.

E a quel punto, ogni sorta di progetto genetico ci fu del tutto chiaro. E sulla base di ogni calco umano abbandonato all’umiliazione delle piogge, noi tre, le merde, riunite in preghiera, tentammo la ricostruzione.

In Lumach riversammo spore primordiali, ed i miei tele-occhi controllarono un inconcepibile numero di meiosi e mitosi. Incrociammo cromosomi lungo lo Spazio delle Soluzioni, come tre Parche tessitrici filammo acidi nucleici dentro brodi improbabili.

Così tutti gli altri scarti del laboratorio, che come noi avevano udito la Legge della Vita scandita dalle antenne di ~#ru1, si unirono a noi in quel progetto.

Non avremmo mai creduto che potessimo avvicinarci ad un’idea di Dio, anche perché noi, Dio, non lo avevamo conosciuto. Per complessità di codice, la nostra futura discendenza avrebbe impiegato un numero di tentativi combinatoriali pari all’età dell’Universo, prima di completare la ricostruzione della specie umana.

Ma noi non avevamo fretta: il tempo sarebbe stato dalla nostra parte.

Copyright ©2008 Luca Zammataro

12 pensieri su “Scarti di DIOtecnologia

  1. Affascinante l’idea degli scarti di un laboratorio che diventano creatori dei loro creatori. La descrizione dei tre protagonisti poi e’ proprio spassosa :)

  2. “Ma noi non avevamo fretta: il tempo sarebbe stato dalla nostra parte.”

    appunto..proprio per questo io mi prendo il mio tempo per commentare come si deve questo scrittoo..sono arrivata a leggerne metà e ho un po’ di mal di stomaco…… ;)
    oddio 3 esseri di non so che consistenza, avvinghiati a vicenda per la vita e nella vita..per la serie “il triangolo no”… aahhaah
    cmq bello, solo che lo devo rileggere cn più attenzione..leggo e vengo distratta dai miei pensieri rigo per rigo…

  3. Fantastico! Divertente e profondo; disperato e comico. Io non scriverei mai così – ho un diverso stile – e sono perciò contenta che tu lo faccia. La lettura non è proprio scorrevole e richiede tempo, come ha notato Smath, ma un po’ alla volta leggerò anche gli altri tuoi lavori: mi hai incuriosita. Ciao.

  4. Fantastico! Divertente e profondo, disperato e comico. Mi hai incuriosita e un po’ alla volta leggerò anche gli altri tuoi lavori: il tuo stile richiede tempo, come ha osservato Smath. Ciao!

  5. Il messaggio mi pareva non fosse andato, e dunque l’ho riscritto. La conseguenza è che ne scrivo un terzo per spiegare (sgrunfh!!). Scusa la confusione, Luca. A presto!

  6. Se vivi credendo che ciò che esiste è ciò che vedi
    non sarai mai dio di te stesso.
    E non saprai mai che lo puoi essere, permettendo a tutto ciò che è più piccolo di te di impossessarti della tua vita;
    cadendo nell’inerzia comune ai vecchi
    che ormai sanno che non hanno molto tempo…

  7. Bello scatenare commenti di varia natura.. Comunque, al di la’ dell’ironia dei miei personaggi, credo che non esista, nella vita, una dimostrazione d’amore piu’ grande del desiderio di avvicinarsi a cio’ che si vorrebbe amare..
    Grazie lettori!!

    P.S. A Berna’.. un Kamasutra con le beute non lo so se riesco a immaginarlo.. ma dentro le beute perche’ no?? Magari il prossimo racconto lo ambientero’ in una sorta di “Beuta-casa-chiusa post-atomica”..

  8. Ehi ZammaTauro,

    penso che iscrivermi qui sia il minimo che io possa fare per dimostrarti la mia ammirazione per questo sito, e per tutto il resto.

  9. Grazie R4andolph! Soprattutto estendo il tuo ringraziamento e la tua “ammirazione” ai creatori di questo sito, Storydrawer, e a tutti coloro i quali, scrivendo, gli danno un anima..

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