La moto

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Piano piano, correva verso casa Ugo Tartarugo.

Aspettava una telefonata importante e il suo cellulare era scarico.

Aveva messo un annuncio sul giornale per vendere la sua roulotte, perché voleva comperare una moto.

Uff, uffh, sbuffando entrò in casa senza pulirsi le zampe, ma lo sguardo di sua madre lo fece tornare indietro subito, e, mentre chiedeva se avesse telefonato qualcuno per lui, stropicciò le sue quattro zampette sul tappetino di muschio ed entrò.

La mamma, rialzando gli occhi dal quadro che stava dipingendo, gli disse che sì aveva telefonato una scimmia, ma doveva avere sbagliato numero, voleva comperare una roulotte… “Eh certa gente non sa proprio stare al mondo… Cosa mai potrebbe farsene una scimmia di una roulotte?” concluse scuotendo la testa.

“Per la coda del gatto!” Pensò Ugo. “Dovrò stare attaccato al telefono, altrimenti la mamma scoraggerà tutti i potenziali acquirenti.”

“Se hai fame” disse Mariuga Tartaruga al suo figliolo, accasciato sulla poltrona a fianco del telefono, “potresti farti una bella insalata, ne ho raccolta un po’, bella fresca e piena di lumachine croccanti.”

“Umh, sì dopo, mamma adesso non ho fame” rispose Ugo.

Finalmente squillò il telefono, non fece in tempo a fare il secondo trillo che già Ugo, con la zampa davanti alla bocca per non farsi sentire, era in piena trattativa, vantava i colori della sua roulotte, la sua robustezza e la sua pulizia. In fine disse alla mamma “Esco, vado a trovare Mariano perché oggi non è venuto a scuola e devo dirgli cosa deve studiare, ciao mamma.”

“Non fare tardi Ugo, lo sai che stasera papà torna presto e vuole mangiare alle sette!” Disse Mariuga alla porta che si chiudeva alle spalle di Ugo.

Ugo intanto non faceva che pensare alla moto che avrebbe comperato.

Azzurra e verde metallizzati, con filetti dorati e casco in tinta, sarebbe stato il ragazzo più corteggiato del bosco, tutti avrebbero voluto essere suoi amici, probabilmente anche nella palude sarebbe arrivata la sua fama!

Accipicchia che noia portarsi dietro questa roulotte, non si poteva mai correre e appena ci si affrettava si faceva una gran sudata, ma in moto sarebbe stata tutta un’altra cosa, con il vento tra i capelli…

Così, parlando tra sé, arrivò sotto il castagno dei marroni e lì cominciò a guardarsi in giro: Manente il Serpente non si vedeva ancora, eppure aveva detto di essere vicino, ma era un tipo diffidente, probabilmente era nascosto tra i rami e prima di farsi vedere avrebbe voluto essere sicuro di non correre rischi.

Finalmente, uno strofinio intenzionale sulla corteccia del tasso, lo avvisò della direzione da prendere e, dopo pochi passi, ecco Manente.

“Oh eccoti!” Disse Ugo. “Guarda che bellezza, lucidata a specchio, guarda i bruni e i verdi che si alternano ai beige e ai gialli a cerchi concentrici sul dorso, guarda questo bordo se non sembra d’avorio!

“Mmh, sì sembra abbastanza ben tenuta, ma devo provarla, non so se ci sto tutto, mi sembra un po’ piccola.”

“Figurati,” ribatté Ugo, uscendo dal suo guscio “di questo proprio non devi preoccuparti entra e vedrai che è molto più grande di quanto sembra”

Dopo avere discusso e contrattato per una mezz’ora Ugo, felice, trotterellava leggero verso la tana di Mariano il Caimano. Mariano lo aspettava, non era ammalato, invece, d’accordo con il suo amico, si era fatto dare la barca dallo zio, Salvatore l’Alligatore.

“Sei pronto?” Bofonchiò ansimando Ugo saltando in barca. “Andiamo!” Disse solenne Mariano. Era pronto a traghettarlo oltre la palude per andare da Turillo l’Armadillo a comperare la moto che lui aveva verniciato a nuovo per Ugo. Erano entrambi emozionati.

Turillo stava giocando con il cugino Luigino Pangolino a chi si appallottolava più in fretta, ma appena vide arrivare Ugo e Mariano gli andò incontro tutto allegro: “Vedrai Ugo che bel lavoro, forse non ho mai fatto una moto così bella.”

Aveva appena finito di parlare quando accese la luce della sua rimessa e lì, splendente come una melanzana verso il tramonto, brillava la moto. Ugo sentiva di dover fare la pipì, era troppo bello che il suo sogno si realizzasse!

Al suo ritorno Ugo trovò che Mariano, vedendo lo sconcerto di Turillo, si era chinato a osservare meglio e gli faceva lodi e ostentava meraviglia per le decorazioni della moto.

Finalmente tutto finì.

Ugo era così emozionato e ansioso di salire sulla sua moto, che aveva temuto di finire con l’essere sgarbato con Turillo, che gli faceva esaminare da vicino i particolari delle decorazioni, ma ce la fece a trattenersi e salì sul sellino, mise in moto e si avviò verso casa facendo il giro della palude.

Fu sfortunato però, un ramo di robinia era caduto sul sentiero, lui frenò, ma ci finì comunque sopra con la ruota anteriore e cominciò subito a sentire il sibilo dell’aria, che usciva dal foro che una spina della robinia aveva fatto nella gomma.

Era lontano da casa e oramai si faceva notte, certo non avrebbe voluto lasciare la sua moto da sola nel bosco, ma di spingerla sul sentiero non era neppure il caso di parlarne. Anche lasciando la moto comunque non sarebbe riuscito ad arrivare a casa prima di domattina e quella notte era nuvolosa, sarebbe stata una notte senza luna e senza stelle. Anche Giovanni il Barbagianni probabilmente sarebbe rimasto a casa quella notte.

Ugo cominciò ad avviarsi nel crepuscolo, ma dopo un paio di ore dovette arrendersi, continuava a sbattere contro i tronchi, aveva paura di farsi del male.

Si sedette contro un albero e pensò di ritirarsi nella sua roulotte, ben protetto dal freddo e dai nemici, ma l’aveva venduta e così l’unica cosa che poté fare fu dimettersi una zampetta sul naso, una sugli occhi e nascondere la coda sotto di sé.

La notte di quell’autunno era lunga, l’umidità si insinuava tra le pieghe del collo, saliva dal terreno a bagnarli la pancia, ogni poco cadeva una foglia, con la cadenza di un passo furtivo si susseguivano, e lui tremava.

“Se non li vedo io non possono vedermi neanche loro” si ripeteva.

Gli doleva la coda, nascosta sotto il sedere, continuava a sbirciare tra le zampe, ma non sapeva nemmeno se aveva gli occhi aperti o chiusi tanto era il buio, doveva toccarseli per saperlo, e poi dopo poco non si fidava e di nuovo.

Dopo qualche ora cominciò a tremare dal freddo intorno aveva solo foglie secche e bagnate, neppure un filo d’erba succoso da masticare. Allora cominciò a pensare alla sua moto a quanto era bella, ma più ci pensava più si confondeva, non si ricordava se fosse verde con decorazioni blu e oro o blu con decorazioni verde e oro, non avrebbe dovuto lasciarla, e le decorazioni avevano piccole fogli e che si avviticchiavano su loro stesse o erano fiori? Più ci pensava più gli tornava alla mente la sua roulotte con le sue sfumature di bruni e di verdi e di avorio, e di gialli, quanto era confortevole, quanto era tiepida, quanto era asciutta.

Si svegliò bagnato di freddo sudore, nel suo confortevole guscio, mentre suonava la sveglia, la fermò e alzò lo sguardo al poster della Tortue Davidson 1600 Blu Bay sorrise e si rimise a dormire, felice che fosse solo un sogno.

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3 Commenti a La moto

  1. giangia dice:

    A chi lo dici, Bernardo!
    Anch’io pensavo fosse una faccenda soft, invece abbiamo dovuto parlare con la SIAE, consultare un legale amico dell’Associazione, calibrare le parole, in sostanza ha vinto l’U.C.A.S. (Ufficio Complicazione Affari Semplici): Il Castello dei Sorrisi è neonato e non può permettersi di partire col piede sbagliato, ti assicuro che non è stato divertente montare questa panna burocratica, che ha coinvolto i pazientissimi e disponibilissimi Andrea e Fabio, a scapito della freschezza delle idee e degli intenti.
    Veniamo al tuo racconto: ti sei divertito, vero? Ti è sfuggito dalla penna il fanciullo Bernardo? se è così ne sono contenta, io mi sono divertita a leggerlo. Non puoi fare uno sforzo e adeguarti, please? In ogni caso grazie diecimila!

  2. andreaandrea dice:

    Ciao Bernardo,

    beh che dire: non partecipare è una tua scelta, ma a me tutto sommato è convenuto, visto che almeno posso leggermi subito questa bella favoletta.

    Molto azzeccati i nomi dei personaggi, e anche lo sviluppo della trama, che ripropone un po’ un tema classico delle storie moralizzanti (“chi lascia la via vecchia per la nuova…”).

    L’unica cosa che proprio non mi è piaciuta è il finale “è stato tutto un sogno”, ma proprio perché non amo quel tipo di finale, non per come l’hai scritto tu :)

    A presto,

    Andrea.

  3. bernardodaleppo dice:

    Anche io ho sempre detestato i racconti che finiscono con è “stato tutto un sogno”, ma mi sono lasciato prendere dai personaggi e quando mi sono reso conto che la tartaruga era senza guscio ho capito che per una tartaruga questo può essere veramente un incubo e un bambino avrebbe potuto, identificandosi, traumatizzarsi. Ricordo con orrore da bambino la storia di Andersen del piccolo Claus e del grande Claus che buttava la nonna in un sacco nel fiume…

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