non c’e’ altro modo. e non c’e’ mai stato.

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sentivo il Po con il fiato sul collo

Pubblicato da caterina il 22 ottobre 2007

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SENTIVO IL PO CON IL FIATO SUL COLLO.


Parte prima



Squisiti Lettori,



Vi colgo in vacanza o siete in questo momento tranquillamente seduti sotto il pergolato dietro casa mentre Vi avvolge il silenzio dei paesi svuotati, giusto il ronzio sottile e costante del frigorifero ( che mia nonna Virginia chiamava familiarmente “el frigor” ) e un nugolo di mosche padane Vi invita al suo stridente concerto?


ZZ Z ZZZZ, piccola pausa intanto che si posano a scaricare un po’ di microbi qua e là e poi si riparte ZZZZ ZZ ZZZZZZZZZZ.


Fastidiose e petulanti, tutte uguali che sembra che sia sempre la stessa, clonata all’infinito, restano tipiche presenze estive e tutta l’attenzione del nostro udito, in assenza di altro, e’ per loro, che ci piaccia o no.


Pare che lo sappiano, dalla foga con cui ci danno dentro… ‘ste bestie.


Che poi a voler dare una definizione di vacanza si potrebbe anche lambiccarsi il cervello senza uscirne vincenti.


Sono in ferie se mi sposto da un luogo abituale e vado in un altro per un tempo ragionevole.


Potrebbe essere, si’.


Si tratta ora di quantificare quel “ragionevole”, altrimenti sarei in vacanza ogni volta che mi reco al lavoro poiché esco di casa per un altro posto dove passo delle ore.


Vi immaginate che bello?


Ma forse alla lunga mi verrebbe a nausea la pausa, non vedrei l’ora di tornare a sgobbare, santo Stakhanov!


Accade però che si possa partire per una meta, dove fermarsi per un tempo ragionevole, appunto, e quindi rientrare teoricamente nella definizione ma in realtà non essere mai davvero partiti.


Anche per concedersi uno svago, devo dire, miei Squisiti che e’ questione di testa; e’ la mente che disegna i confini di un viaggio, e’ lei che ti da’ la sensazione di distacco da A verso B e soppesa la dimensione di una vacanza.


Se ci si libera della zavorra di ogni giorno anche solo un attimo prima di blindare la porta di casa e dire bye bye , allora sarà un Viaggio maiuscolo, sarà una autentica vacanza, non importa quanti chilometri mettiamo tra noi e il quotidiano.


Sotto questa nuova luce, anche all’ombra del nostro pergolato possiamo considerarci alle Hawaii o sulla punta dell’Everest e il frigor sarà un’arpa celestiale con le mosche che diventano aquile reali…con un briciolo di fantasia, ovviamente ma quella non me la faccio mai mancare.


Come quella volta… quando scelsi il Po.


Che buffi dobbiamo essere stati all’occhio assonnato di quell’unico pescatore che ci stava osservando dalla riva, quasi all’alba, in attesa di veder abboccare il suo trofeo mentre grandi e vigorose strette di mano suggellavano l’incontro di un gruppo di amici, sportivamente abbigliati, sorridenti e un tantino chiassosi, sostanzialmente felici, ebbri del primo mattino, quando molto può accadere ancora; eravamo , da lontano, tanti maglioncini legati in vita e pronti a salpare.


Poca strada, abbiamo scelto di intercettare il lungo corso del Grande Fiume e i suoi 650 chilometri e rotti tra Mantova e San Benedetto Po.


In linea d’aria o in auto, saranno 20 chilometri in tutto…a noi pareva di iniziare una crociera caraibica!


Per questo sostengo che sono il nostro desiderio e la nostra capacità di stupirci a fare tutto il lavoro.


Noi ci mettiamo solo lo sforzo fisico di partire, il resto è demandato alla fantasia, all’imprevisto, all’ignoto e al piacere delle persone scelte come compagni di viaggio.


Spesso tendo a dare per scontate certe mete.


“Gita sul Po???”.


“Ma dai, cosa mi proponi? Non so neanche se sia navigabile!


Tu e le tue idee salutiste e minimaliste, neanche fossi la Lambertucci!


Tse’. Ma ti sembro una da Po, io?!


Una presidentessa dello Zeta Club merita il Titanic, se permetti.


Al mare, voglio andare al mare, io, con tutte le mie belle comodità, santa Costa Crociere!”.


E invece…stipati nel sacchetto della zavorra quegli inutili preconcetti che talvolta condizionano le mie scelte, mi sono affidata alle placide onde di questa “acquastrada” della Pianura Padana e mai opzione mi arrise tanto.


Me ne accorsi subito che sarebbe stata una domenica ben spesa, fino da quando percorremmo la piccola passerella per salire a bordo del battello, passatoia verde, corrimano di corda… “TUTTO MOLTO NAUTICO”.


La sensazione era quella di attesa, quasi di fremito e di suspense che sempre assale prima che ci si metta in moto, sul treno, sull’autobus, sull’aereo, su di un barcone, su di una giostra al Luna Park.


Come se inconsciamente ci dicessimo “ormai ci sono e allora perché non ci muoviamo?


Dai, su, via che voglio andare a vedere cosa c’è dietro l’angolo”.


I soliti ritardatari mi permettono di perlustrare l’interno del battello anche perché poi la traversata sarebbe stata in terrazza…uhau!


Le Zeta Club vogliono sempre il top, si sa.


Che kitch, Squisiti… panche di legno tipiche dei traghetti, come quelli che si prendono a Venezia, tavoli in formica corredati da tovagliette di carta a quadretti stile pic-nic e sottili colonne attorno alle quali si arrampicava una finta e fitta edera da addobbo nuziale, lucidata con lo spray, nell’aria odore di pasticcio di carne già alle prime ore del mattino…


Ma ci sta, Squisiti, CI – STA!


Assolutamente perfetto all’occasione.


E’ cosi’ che pensavo al “mio” battello , cosi’ volevo la mia gitarella, permeata da un’atmosfera stile New Orleans, con il suo bel jazz, il Mississippi, camicie a tinte vivaci, riti magici creoli (beh quelli no, magari..)… “TUTTO MOLTO ALPITOUR”.


Mi bacchetto da sola per un attimo e mi urlo in faccia: perché mai paragonare una cosa bella e reale che sto vivendo adesso a qualcosa che non ho nemmeno mai visto e che mi affascina solo perché straniero?


Non ci siamo, Titta cara. Il motto deve essere “qui e ora”, come dice un famoso pensatore indiano e questa, oggi, deve essere anche la mia filosofia.


Qui, su uno dei laghi di Mantova, in direzione Po e da nessun’altra parte, zavorra gettata nel lago intanto che una parte del mio io si era distratta a bere un caffè e innanzi a me solo il vociare e l’entusiasmo dei miei amici che mi sembravano impazziti, come dei bambini a bordo di quei grossi cigni di plastica galleggianti sulle piscinette che si vedevano a Rimini quando ero piccola. Non so se ci sono ancora…Quanti soldi ho fatto spendere ai miei.


E non solo per i cigni, mi sa…ma questa e’ veramente un’altra storia.


Saliamo in terrazza, alla nostra destra, a braccetto con Castel San Giorgio, il quale serba il prezioso gioiello della Camera degli Sposi di quel diavolo del Mantegna, sfila il Palazzo Ducale, voluto dai Gonzaga, dove Isabella d’Este fece il bello e il cattivo tempo, quasi una Grace Kelly dell’epoca, regina incontrastata nel suo Ducato, con i suoi cavalli che erano i più famosi, belli e lucidi d’Europa e il complesso del Palazzo più esteso della reggia di Versailles…mica balle, cari miei!


Roba di lusso, roba mantovana.


Si dice che la Isabella mandasse in giro per l’Europa delle bamboline vestite con i modelli da lei disegnati, una specie di book fotografico del tempo che avrebbe dettato le nuove tendenze.


Sai avere adesso una di quelle bamboline?


Penso che la Isa sia stata davvero una grande imprenditrice di se stessa ed una grande comunicatrice e il nostro battello similMississippi intanto è già oltre , mentre, Siore e Siori, a prua c’è anche l’orchestrina , con tanto di cantante vestito di bianco e…il sax! Non ci posso credere!!!


Grazie, dio del fiume.


E vai di anni sessanta che e’ un piacere! Certe cantate, lassù; siamo andati da Fred Bongusto a Tenco, Gino Paoli e Battisti, il Mondo di Jimmy Fontana e poi Baglioni.


Come sempre le so tutte e partecipo vivamente alla goliardia, aggrappata al corrimano della terrazza , mi godo la brezza e il vago odore di marcio del mio Mincio verde-marrone, mi addentro con lo sguardo nei tanti microcosmi che incontriamo, fino ai giganteschi fiori di loto importati da non mi ricordo chi ma che sembrano essere diventati autoctoni.


Davvero splendidi ed esotici al punto giusto.


” TUTTO MOLTO VIVAIO”.


Geograficamente un po’ confusi, ci chiediamo ma senza avere il coraggio di confessarcelo, se questo e’ già il Po. Mi sembra un po’ piccolino, modesto…ma ad un incrocio, una freccia enorme, blu e arrugginita sulla punta, proprio come sulle strade di asfalto, ci indica che occorre tenere la sinistra.


Un signore vicino a me mi dice ” sa che se per sbaglio prendessimo il lato destro, e’ un vicolo cieco? Chi si gira poi la in fondo?”.


Oh mamma! Meno male che non ci siamo sbagliati “E di qui invece dove si va?”.


“Ah , per di qui andiamo dritti in bocca alla chiusa”.


Una chiusa!?! Altro che Louisiana!


Come a Panama, il Canale di Suez, lo Stretto di Bering, il Bosforo, i Dardanelli… uguale, Squisiti!


Beh, quasi uguale dai ma va bene. CI-STA.


E’ tutto “MOLTO GIRO DEL MONDO”!


Che fascino però queste chiuse. Sono lingue di mare che collegano bestioni, l’Alaska all’Asia, per dirne una; territori angusti e apparentemente dimenticati senza i quali laggiù a Istanbul l’intera Europa saluterebbe l’Asia sull’altra sponda senza poterla toccare.


Spazi insignificanti che però per la loro collocazione geografica diventano fondamentali a quella parte di umanità che si sposta. Fantastico.


Lo dice sempre mia mamma” se sei nel posto giusto, farai faville!”


Ma lei magari si riferisce ad un negozio o ad una attività commerciale. Qui si parla di chiuse, invece.


Roba grossa, roba anche mantovana.


Ed è così che la prima parte di traversata, molle, liscia, oleosa, è terminata. Quasi come alla fine di una felice gravidanza, stiamo per uscire dal nostro luogo incantato, da questo pancione di verde, di acqua e di sabbia dove niente ci potrebbe capitare e saremo catapultati nel mondo, nel Fiume maiuscolo, che non perdona.


Si aprono degli enormi battenti di rame ossidato, sembrano quelli di un’attrazione di Gardaland, i cui infissi sono tenuti insieme da bulloni grossi come pizze margherite, la grande vasca di cemento e’ li’ che ci aspetta, sardonica e ineluttabile ci risucchia e di colpo il portone si richiude pesantemente dietro di noi.


Il Mincio ci ha chiusi dentro.


L’acqua inizia a scendere e freneticamente vado indietro alle scuole medie, Archimede, no lui parlava del peso specifico mi sembra; qui forse sarà per la teoria dei vasi comunicanti… oddio , come funziona questo aggeggio?


Mi sento quasi soffocare, mi pare che il battellone si sia incastrato tra le due sponde del vascone, imbottigliato millimetricamente in una sacca.


Due turisti dall’alto di uno degli argini guardano in giù. Non ridono mica. Non salutano con il fazzoletto.


Mi sembrano quasi preoccupati per noi che nel frattempo abbiamo perso tutta la nostra baldanza di prima.


Ammutoliti e schiacciati al suolo dal caldo afoso della pianura.


Anche l’orchestrina tace. Almeno sul Titanic avevano continuato la tiritera fino alla fine, loro…


Siamo prigionieri delle acque padane.


Verremo dimenticati, ci troveranno tra un millennio e passa e ci metteranno in un museo spaziale, vedrai; ci insalameranno in teche di cristallo, con i nostri maglioncini colorati e la targhetta reciterà: “esempio di umani fossili della Pianura Padana. XXI SECOLO.”


“TUTTO MOLTO TRANQUILLO WEEKEND DI PAURA”.


Calma, Calma…


Intanto avrò un mese di tempo, Squisiti, per descriverVi come ne uscimmo…dalla chiusa di Governolo e da questo mio modesto racconto dedicato al grande Po.


Felici Vacanze, ovunque andrete.


Resta l’appuntamento qui, insieme, quando vorrete riprendere il filo da dove si era interrotto.


Ci conto, eh?



Vostra Affezionata



 


 

Un commento a “sentivo il Po con il fiato sul collo”

  1. Andrea dice:

    Ciao Caterina. Spassosissimo :) Le chiuse hai ragione fanno veramente un po’ paura… io ho passato quelle sul Danubio tra Vienna e Budapest, e ancora me le ricordo…

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