non c’e’ altro modo. e non c’e’ mai stato.

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Il Panno

Pubblicato da caterina il 12 gennaio 2009

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Poche volte, quando scrivo, uso l’imperfetto.

Mi sa di una cosa a metà, non interamente compiuta, leggermente malinconica.

Un tempo struggente sul quale si poteva, forse, avere qualche ripensamento, un tempo che genera rimorsi e rammarichi.

Proprio per queste sue caratteristiche, la piccola storia che narro necessita di questo tempo, delle sue ferite ancora aperte e di un tratto di Storia, la nostra, che avrebbe meritato ben altri epiloghi.

Sabato scorso stavo bene sotto la mia trapuntina, comodamente sistemata sulla bergere blu del mio salotto ma l’orologio è severo con chi non vorrebbe ma deve darsi una mossa.

Quasi le due del pomeriggio.

Dovevo vincere la pigrizia, dovevo alzarmi, dovevo scuotermi dal mio torpore…glielo dovevo.

Non era un sabato da incursione nei centri commerciali con annessa cioccolata con panna insieme ad un’amica a parlare di uomini.

Un pomeriggio da dedicare alla commozione, al classico “groppo” che ti viene anche se non vuoi e ti pare impossibile che a sessantasei anni esatti dalla vicenda, ci sia qualcuno che si incarica di ricollegarti a quei disperati di cui avevo solo una cartolina sbiadita in mano, ricavata dalla brochure che mi invitava alla cerimonia.

Nicolajewka, 26 Gennaio 1943…e mi chiedevo, sfilando in corteo dietro agli stendardi delle decine di Associazioni dell’Arma…ma io cosa c’entro?

Mai pomeriggio speso meglio, una lezione di Storia, di Eroismo e di Umanità che difficilmente avrei potuto apprendere dai libri o da Piero Angela.

L’occasione ci era stata data dalla benedizione del Cappellano Don Rino a quel monumento che si sta erigendo nel veronese, l’unico in Italia dedicato alla Battaglia di Nikolajewka e già li’ avevo iniziato a chiedermi perché nessuno negli anni aveva pensato ai morti rimasti là sotto, in quel cunicolo di mattoni rossi, nella steppa, a metà tra il Don e il Donez in quel pomeriggio di un tremendo inverno russo, alla stessa ora in cui adesso io sono qui in un mondo completamente diverso da quello di allora.

Ero circondata da Alpini, con gli occhi lucidi, fieri rappresentanti delle Divisioni che difesero l’avanzata russa fino all’ultimo.

C’era anche la banda comunale che acutizzava l’atmosfera e la rendeva triste che di più non avrei saputo. Una semplice marcetta di trombe, tamburi e tromboni aveva tante piccole falangi che mi strappavano via le lacrime da sotto gli occhiali da sole.

Un Generale spiega gli accadimenti ma è talmente coinvolto che non ce la fa ad esporre i fatti nudi e crudi.

Il 17 Gennaio, quando ormai l’Armata Russa stava accerchiando Tedeschi, Italiani, Ungheresi e tutti gli Alleati nella tipica sacca, loro famosa strategia militare, giungeva finalmente l’ordine di ritirata per i nostri che stavano battagliando senza mollare la presa, tra mille difficoltà, con mezzi antiquati, della prima guerra mondiale, cannoni trasportati dai trattori e i vestiti fatti con una stoffa ricavata dal formaggio, che si sbriciolava e gelava a contatto con la pelle.

Quello era il panno, cosi’ chiamato in gergo militaresco.

Coperti di panni, coperti di stracci.

In un passaparola che ha dell’incredibile, i nostri Alpini, gli ultimi ad aver tenuto testa ai Russi che avanzavano con i loro T34 sul Don ghiacciato e diventato autostrada di morte per noi, puntano su Nikolajewka, passata la quale, sarebbero stati salvi e liberi di rientrare in Italia.

Inizia cosi’ il lungo calvario del cammino giorno e notte nella neve, con poco da mangiare, con le bombe a mano infilate in ogni anfratto del loro misero equipaggiamento, un solo fucile e la pretesa di portarsi appresso il più possibile. Le divisioni rimaste camminano in lunghe file parallele a 50 metri di distanza l’una dall’altra per potersi aiutare in caso di attacco del nemico, complice il bagliore della neve che fa da faro. Uno dietro l’altro, con una mano sulla spalla di chi precede per non perdersi, molti pregano e lasciano testamenti ai loro amici.

Dei venti Cappellani, tredici moriranno nella steppa, fermandosi a dare sollievo ai feriti che non ce la facevano più, consapevoli di non poter rientrare a loro volta.

Di giorno si sparava e di notte, a turni di tre ore, si dormiva ammassati nelle baite sparse sul percorso.

Dieci giorni di inferno, incalzati dai Russi che li accerchiavano, scavalcando le truppe che si erano arrese al Nemico e bivaccavano a zonzo qua e là, senza più un obbiettivo. Ma loro, questi 60.000 alpini, la meta ce l’avevano ben presente: Nikolajewka era la loro salvezza.

Passato quell’ostacolo, si andava a casa.

La guerra era persa, la disfatta era totale e loro volevano vivere.

Erano tutti ventenni o giù di lì.

Il relatore piangeva e parlava, parlava e tirava su con il naso.

Per quanto volessi essere distaccata, non potevo. In sala non volava una mosca, solo qualche colpo di tosse, per nascondere la commozione.

Ho innanzi a me le cartine militari, il puntatore dello schermo segnala le varie mosse, i nomi dei villaggi raggiunti e superati e una lucina rossa ci aspetta la’, a Nikolajewska come se ci stessimo andando di nuovo, stremati, distrutti dal freddo e dalla stanchezza, dalla fame, dalla disperazione, dal desiderio di uscire dall’incubo.

E fu lì che in un atto estremo, dettato da quell’energia, l’ultima, che non sai di avere, i quasi sessantamila uomini dell’Esercito Italiano, nei loro panni grigio-verdi, irrompono come furie animalesche dentro al tunnel, sopra, a lato, scavalcano i corpi fucilati che si ammassavano alla velocità della luce e in un urlo gigantesco che mi pareva di sentire, vincono l’unica battaglia, annientano il Nemico e oltrepassano il villaggio, liberi.

Eroi dimenticati, fino a oggi.

Nei programmi scolastici non si arriva nemmeno lontanamente a studiare queste date della battaglia ma non per questo non è accaduto.

I Russi riconobbero l’onore al Nemico e lo trattarono con rispetto, decretando Nicolajewka l’unica loro sconfitta ad appannaggio degli Italiani.

Sabato scorso ho odiato la guerra come non mai, ho maledetto le scelte avventate di chi c’era e non ha capito niente, gli astrusi desideri di conquista, la pazzia di chi pensò di potercela fare, avendo tutto il mondo contro quando fu necessario invece il coraggio umile di questi ragazzi che non videro più nulla se non la vita che forse, se erano fortunati, avrebbero potuto continuare a condurre.

Rientrano solo poche tradotte…

Dei duecentocinquantamila uomini dispiegati sul Don, ne tornarono diciassettemila.

Ecco, bel risultato.

Vicino a me era seduto un reduce, uno dei venti viventi a Verona e provincia. L’ho guardato proprio nel momento della descrizione della dinamica. Non aveva nemmeno più gli occhi.

La faccia era trasformata, lui era ancora la’.

Mio Dio, che disastro, che disastri siamo capaci di combinare se ci mettiamo d’impegno, noi uomini…

Poi e’ accaduto un piccolo miracolo. I reduci si sono radunati in un pulmino che li avrebbe riportati a casa e sono salita per salutarli.

Eravamo diventati amici in quattro e quattr’otto.

I loro sorrisi, le loro strette di mano ancora vigorose, lo sguardo vivace e sereno di chi ha visto e non ha dimenticato, le loro voci che si accavallavano quasi allegre mi hanno suggerito una sola parola: perdono.

E non a caso mi è parso ragionevole scrivere a carattere maiuscolo tutti i protagonisti di questo fatto, Italiani, Tedeschi, Russi. Polacchi. Ungheresi, Nemici, Alleati.

“Non esistono guerre giuste. Esiste il rispetto per Vinti e Vincitori, accomunati dalla volontà della conquista della Pace”, così è stato scritto.

Il tempo imperfetto è finito. Torno al presente, felice di accompagnare chiunque lo vorrà sui gradini di marmo di questo monumento, un semplice tunnel che in Russia non c’è nemmeno più.

 

 

11 Commenti a “Il Panno”

  1. emmaus2007 dice:

    BELLISSIMO!!!!!!!!
    Caterina, davvero un componimento maiuscolo, che trascina dalla prima all’ultima parola. Ci hai fatto sentire il freddo e gli stenti, coinvolgendoci nella follia della guerra.
    Io sono un appassionato di quel periodo (forse perchè non l’ho vissuto e lo posso accettare ormai come Storia passata), quindi questo reportage di guerra lo reputo uno dei tuoi migliori lavori.
    Ripeto: bello, coinvolgente, emozionante e… incredibile!… privo di errori di battitura o di disattenzione!
    Bravissima!
    quante stelle? e c’è da chiederlo?

  2. emmaus2007 dice:

    Dimenticavo: il panno fatto col formaggio non l’avevo mai sentito! Incredibile…

  3. mattiekian dice:

    brava cate
    davvero bello! ho letto un libro in proposito scritto da Alfio caruso e tu in poche righe mi ha fatto provare le stesse emozioni.
    Complimenti! e se l’imperfetto ti fa quest’effetto ti consiglio di usarlo più spesso!!!

  4. caterina dice:

    grazie, cari amici !
    mi fate felice e confermo che a volte le cose buttate giu’ di getto ma fortemente vissute e sentite, sono quelle che vengono meglio .
    grazie ancora :)
    si’, la stoffa ircavata da una sostanza proveniente dal formaggio ha dell’incredibile davvero…
    molti sono stati gli scrittori che hanno descritto la campagna di Russia.
    Bedeschi e le sue “Centomila gavette di ghiaccio” e’ rimasto nella storia della Letteratura.
    Lo scorso anno incontrai la moglie, donna fiera e nobilissima con ancora l’amore negli occhi nonostante fosse vedova da anni. Purtroppo anche lei e’ venuta a mancare qualche settimana fa.
    Senza dimenticare il grandissimo vicentino Rigoni Stern che con il suo “il Sergente nella neve” racconta in prima persona cio’ che anche lui ha vissuto.
    pazzesco.
    e poi c’e’ un bel libro scritto da Don Gnocchi del quale mi sfugge il titolo ma che ho ordinato e spero arrivi presto, in cui lui racconta la sua esperienza di Cappellano nelle divisioni.
    a me paiono tutte esperienze sconvolgenti.

    bacitanti
    :)

  5. andrea dice:

    Ciao Caterina.
    Beh che dire, l’imperfetto ti viene molto bene. Sai che (non prenderla male) quando ti lasci alle spalle lo z-club, quando ti concedi una narrazione piu’ rilassata, quasi intimista, scrivi MOLTO meglio?

  6. caterina dice:

    uhe’ ma grazie Andrea!!!!
    non rinnego epro’ il mio zeta che mi ha permesso di accedere ai Corti!!! :)

    grazie ancora davvero anche se il lavoro lo hanno fatto coloro che hanno ben confezionato questa cerimonia che mi ha cosi’ colpito.
    non credevo.

  7. olaf dice:

    Molto emozionante. A scuola, studiando storia, certe emozioni profonde non si riescono a captare. Capisco il tuo pensiero anche perché ho avuto la possibilità di percorrere a piedi tutto l’altopiano d’asiago, mi riferisco alla guerra precedente, lo so, ma la malinconia è la stessa. Bella pagina … ora la rileggo più lentamente.

  8. giangia dice:

    …che disastri siamo capaci di combinare se ci mettiamo d’impegno, noi uomini…
    È proprio vero, Caterina, e tu hai reso bene il disastro della ritirata dalla Russia, non hai scritto con la penna ma con il cuore.
    Mi permetto una riflessione. Durante il percorso scolastico studiamo enne volte la Preistoria, i Romani e così via; a malapena viene toccata la 1° guerra mondiale, nessun accenno alla 2°, perdiamo così la possibilità di conoscere la guerra (pensa, se durante l’ora di storia ce la facessimo raccontare da chi l’ha vissuta di persona), in compenso organizziamo allegri cortei sbandierando arcobaleno…

  9. caterina dice:

    Olaf, sei fortissimo! magari riusciremo ad andarci insieme sul Pasubio a vedere.
    ti ringrazio molto per quel “ora rileggo”… un sogno per chi questa pagina l’ha scritta solo seguendo l’impulso ma ti assicuro che nn era difficile emozionarsi.
    e grazie a Giangia!
    vero, scritto con il cuore.
    Sembra impossibile e invece quando meno te l’aspetti, accade e nn sei tu a scrivere.
    comunque, dai, troppo buoni. un semplice resoconto di questo fatto colto al volo e ora cementato dentro di me.non pensavo di suscitare cosi’ tanto nteresse ma potevo immaginarlo. qi c’e’ gente di grande sensibilita’.
    pensa, Giangia che la tua considerazione sui programmi scolastici e’ stata la prima cosa chiesta a chi aveva organizzato. anch’io mi domando perche’ proprio la scuola ci crea queste lacune… mah.
    spero che queste persone vadano nelle scuole, nei circoli culturali e anche nelle universita’ a raccontare. sarebbe un grande dono.

  10. adb dice:

    UN BEL RESOCONTO DI GUERRA. HAI TRATTEGGIATO IN MANIERA PERFETTA, UNA PAGINA DI STORIA CHE MOLTI PREFERISCONO TACERE. MI HA COMMOSSO IL SACRIFICIO DI QUEGLI ALPINI, MOLTI DEI QUALI APPENA VENTENNI MANDATI ALLO SBARAGLIO SULLE STEPPE RUSSE CHE CON IL LORO VALORE HANNO SAPUTO VINCERE LA BATTAGLIA DI NICOLAJEWKA E SFONDARE L’ACCERCHIAMENTO NEMICO, SALVANDO COSI’ LA LORO VITA E QUELLA DI TANTI ALTRI SOLDATI DA UNA SICURA PRIGIONIA O DA UN’ATROCE MORTE PER CONGELAMENTO. COMPLIMENTI.

  11. caterina dice:

    Adb ti ringrazio.
    non pensavo che questo episodio impressionasse cosi’ e seppur nella tristezza che evoca, sono orgogliosa di averlo riportato, a questo punto, anche se con le mie mille imprecisioni.
    mi fa anche piacere che tu abbia letto e commentato.
    leggo spess i tuoi componimenti catanesi e mi affascina il periodo che racconti.
    ma questo magari lo posto da te. mettiamo le cose nel luogo giusto!
    ancora grazie, ADB, davvero per la tua visita qui.
    in questo momento Catania-Verona zero kilometri!

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