non c’e’ altro modo. e non c’e’ mai stato.

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Buon Appetito

Pubblicato da caterina il 8 novembre 2007

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Buon Appetito

Squisiti Lettori,

Fatico ad uscire dallo spauracchio di chi scrive o tenta indegnamente come me, di buttar giu’ le classiche due righe: trovare l’incipit, l’avvio , un inizio possibile e plausibile a quello che dovrebbe poi rappresentare il grosso della novella.
E si’ che di cose ne avrei da raccontare, la mente si affolla di cosi’ tanti aneddoti e buffe situazioni, tutti ruotanti intorno al bancone in marmo della cucina di mia mamma…
“Cucina”, parola magica che sa di famiglia e serenita’, colori caldi e solari, che racchiude buone e cattive esperienze, approcci con uova e farina, che se positivi, ti renderanno indipendente e libero il piu’ possibile da fast food e panini consumati al bar ma se qualcosa va storto alle prime battute, quando ancora porti i codini e le calze al ginocchio, beh, allora il rapporto con la pappa ti segnera’ a vita!
Partiamo dall’inizio.
Sono piccola, ho i famigerati codini e le ginocchia sempre sbucciate e piene di crosticine.
Sono e mi sento il prototipo della piccola casalinga perfetta, nella mia casina di legno verde marcio, due metri per due, persino con i vetri in plastica che scorrono e tutto un sistema di mensole e mensoline attorno alle quattro pareti. Adesso si definirebbero funzionali, da vera cucina , allora erano per me l’appoggio di una serie ben nutrita di pentolini, una batteria di vettovaglie in piena regola, in alluminio, color grigio e tutti butterati dall’uso frequentissimo che ne facevo.
Rappresentavano il mio sogno di bambina, impegnatissima in cucina, e ogni festa, una sagra, il compleanno, Natale o un giorno qualsiasi di magnanimita’ da parte di qualche parente a me vicino era l’occasione giusta per rimpinguare la gia’ folta schiera di casseruole.
La casina verde era in realta’ una sorta di fondo di magazzino, una seconda mano del mio nonno falegname, artista del legno e grande appassionato di caccia.
Negli anni aveva avuto la necessita’ di sostituire la “casupola delle anitre” che teneva in campagna con una sistemazione piu’ moderna, sempre fatta da lui e dotata di tutti gli optionals del cacciatore, con stufetta e dispensa e anche una brandina per riposare; tutto sommato sara’ stata la sua isola di evasione da mia nonna… cosi’, magicamente , una mattina, affacciandomi alla finestra che dava sul grande cortile di casa , vidi spuntare il capanno verde…porto con me la stessa sensazione di allora e ogni volta che ho avuto il piacere e la curiosita’ di entrare in una nuova casa, il sentimento e’ sempre quello provato in quella circostanza: questa e’ la mia casa.
Per fortuna non realizzavo che i vetri scorrevoli lunghi e stretti servivano per far uscire la canna del fucile e prendere bene la mira… e pensare che spesso accompagnavo mio nonno in campagna con i suoi splendidi cani. Lui in quei momenti li stava addestrando all’olfatto e alla ferma per stanare covoli di uccellini inermi mentre io ingenuamente raccoglievo papaveri.
Decisamente non sarei mai diventata una dea della caccia…
La mia casa posta in mezzo al cortile e adiacente alla cuccia di rumorosi cani girandola aveva una scritta sulla porta d’entrata, ” hasta la vista” che, mi ricordo, il nonno Tone aveva quasi inciso con un lapis rosso, a corto di punta, e per questo il matitone aveva creato un solco con quel saluto spagnolo che e’ stato tra le prime parole scritte impresse nella memoria e che solo dopo anni ho imparato a tradurre ed utlizzare.
Quando avevo un ospite, e accadeva spessissimo, che veniva a curiosare tra le mie mura domestiche, per controllare che non combinassi qualcosa di strano o piu’ semplicemente per tornare bambino in quel mondo in miniatura, lo salutavo in spagnolo. Un figurone.
In quel monolocale non so quante torte ho preparato e quanta terra che aggiunta all’ acqua diventava splendido caffelatte dal colore perfetto e che meraviglia la testure di certe pappine ricavate dalla sabbia finemente ottenuta con un vecchio passino di mia nonna Virginia con il quale sudavo ore e ore a raffinare le piccole zolle dell’orto. Le sottraevo le carote anche se avevo piu’ fortuna con l’insalata ma non riuscivo a farla franca tanto facilmente.
Mi teneva d’occhio dalla sua cucina, dove bolliva sempre di tutto e da li’ si’che uscivano dei veri manicaretti. Ancora adesso ho la certezza che nei “capunsei” ci mettesse il prezzemolo anche se questo suscitera’ le ire dei puristi di questo piatto mantovano. Eppure sono convinta che lei li facesse veramente alla perfezione e il dibattito e’ aperto, oltre al rammarico di non aver mai imparato ad impastarli con quegli ingredienti cosi’ caratteristici e semplici il cui profumo d’insieme ti apre il cuore!
Il mio menu era completo e constava di: zuppa di verdura (carote, appunto, insalata e qualche ciuffo d’erba, quello che offriva il cortile al momento) come entrata, budino di sabbia come piatto principale e caffelatte all’argilla tanto per gradire.
Il tutto per commensali non troppo esigenti, bambole vecchie alle quali avevo praticato un buco in prossimita’ della bocca per cacciar loro giu’ il cibo.
Quanti bambolotti marciti abbiamo buttato negli anni non li saprei contare.
E’ una lunga premessa per arrivare a dire che con tutte queste attivita’ ludo-gastronomiche, sarei dovuta crescere con il sacro furore del ricettario,e invece …
Invece mi ritrovo ad aver oltrepassato la trentina senza i fondamentali, quelle quattro regole basilari che ti salvano la vita e le serate e non ti costringono a buttarti su ogni specialita’ precotta o surgelata.
Senza scomodare Freud, io so di chi e’ la “colpa” se di colpa si puo’ parlare.
La mia mamma non mi ha trasmesso la passione, l’occhio, il buon senso per la cucina.
Impegnata com’e’ nel far quadrare le 24 ore per riuscire a sbrigare tutto, ha sempre relegato il problema pranzo-cena, anche se io e mio fratello siamo cresciuti ben pasciuti lo stesso ma un tantino monotematici nella scelta delle pietanze.
Perche’ non c’era la scelta, in realta’.
Il motto della mamma e’: “ragazzi, c’e’ tutto pronto, un pranzettino”, anche se sono le 12.25 e intanto che lo dice sta ancora salendo le scale di casa.
Ma in men che non si dica saltano fuori dalla borsa della spesa cartoccini di ogni tipo con i nomi di rosticcerie e supermercati, piccoli e medi sacchettini multicolore che pero’, ben disposti nei piatti, sembrano appena cucinati e fanno la loro figura.
Ecco, le lezioni di cucina di mia mamma hanno sempre riguardato la “mise en place”, piu’ che la preparazione, della serie ” come ti cucino un bel niente ma te lo presento su di una tavola perfettamente apparecchiata”
Centri tavola per ogni stagione, con fiori e frutta, posizione delle posate pressoche’ perfetta e le idee chiare su quanti bicchieri, che tipo e in che occasione. Per lo meno la base, giusto per non sfigurare e bere l’acqua minerale nei flutes.
Tempo fa, irritata con il mio io per essere rimasta la pasticciona che ero da piccola, solo che allora mi era permesso ed e’ anche vero che le peculiarita’ di quando sei bambino difficilmente te le scrolli di dosso, mi sono decisa a trovare una soluzione.
Un rimedio tardivo per prendere gli uomini per la gola perche’ non dimentichiamoci che chi scrive sta scivolando nello zitellaggio e la cucina potrebbe essere la mia ultima spiaggia.
Ho cosi’ tante frecce al mio arco, sono sempre piu’ circondata da amici che hanno a che fare pesantemente con il mondo della cucina.
Uno e’ cuoco, anzi, chef , che e’ molto di piu’. Le mie amiche del cuore sono strabrave, la prima e’ una raffinata pasticcera e mi ripete all’infinito la differenza tra pasta frolla e crostata, dati che non mi riesce di incamerare; conosce moltissimi segreti, per esempio su come non fare attaccare le ciambelle alla pentola o come far si’ che nella cottura non si stacchino le braccine ai bambolini di pasta che si confezionano per Santa Lucia
Giulia invece, si lascia andare ad esperimenti etnici, noci dappertutto e spezie come se piovesse. Sedersi alla sua mensa significa essere catapultati all’improvviso in una di quelle riviste patinate di arredamento chic mentre dalla sua finestra si gode una vista mozzafiato su Vicenza vecchia e sul santuario di Monte Berico.
Un amico d’infanzia tiene corsi di cucina ad alto livello, roba grossa.
Del tipo che mi invito’ al corso, cosi’, un po’ per amicizia un po’ per vedere se mi scoccava la scintilla e quella sera la lezione era “come non rovinare i colli dorati dei cigni bigne’ alla panna”…
Ma vi rendete conto? C’e’ gente che ha questo problema.
Io che non so mai se nel soffritto ci va la cipolla…
Infatti alla fine della lezione avevo fatto amicizia un po’ con tutti, forse per quella domandina sul perche’ la maggior parte dei poveri cigni in questione che vedi in circolazione nelle pasticcerie ha sempre il collo mingherlino e bruciacchiato.
Apriti cielo. Lo chef quasi quasi mi infilava la testa nel microonde ed era tutto un vociare in giro per la cucina industriale a pontificare sui grandi maestri del passato come il sommo Escofier che pare abbia rivoluzionato tutto lo scibile culinario.
Non mi hanno invitata piu’ perche’ mi hanno detto che li ho scossi nel loro profondo.
Ma si, perche’ io sono per le cose semplici, per i corsi base, appunto. Chiedo solo che mi si insegni il postulato della cucina, i fronzoli li lascio a quelle esperte, che dopo aver lavorato tutto il giorno, vanno a casa e aprono i loro bei frighi smaltati di blu e dal frizer esce la platessa impanata, gli ossi buchi, il minestrone bilanciato…
Ma come fanno? Cucinano di notte? tengono la bacchetta magica nell’oblo’ della lavatrice?
Hanno orde di suocere, mamme e vicine di casa sempre li’ dietro l’angolo, pronte al salvataggio?
Io so fare solo la crema pasticcera e la offro a tutti. Prendere o lasciare.
E infine, per venire al succo della questione, presa da una sottile inquietudine per questa mia ignoranza assoluta in fatto di cibo cucinato, ho lanciato la proposta ad una persona che sapevo avere il mio stesso problema.
E’ un single anche lui e con la strana abitudine di invitare sempre un sacco di gente a cena pur sapendo della gravita’ della cosa. Tanto che al malcapitato ospite tocca il lavoro piu’ ingrato.
Personalmente mi ha fatto impanare decine di cotolette oltre che preparare i tramezzini con quel pane al latte appositamente prodotto per le tartine, che ti si sbriciola solo a guardarlo.
Abbiamo deciso di partecipare ad una serie di lezioni di cucina, corso base che piu’ base di cosi’ non si poteva, scoprendo che non e’ mica facile che in citta’ qualcuno si prenda la briga di organizzare questo genere di attivita’. Abbiamo colto al volo l’occasione e ci sembrava l’affare della nostra vita. Quante sere passate a fare i conti (lui fa il commercialista!) su quanto avremmo risparmiato in ristoranti e trattorie , senza contare come si sarebbe allargata la nostra cerchia di amici.
A forza di fantasticare eravamo andati cosi’ avanti , grazie anche a bicchierini piuttosto generosi di vino recioto, che l’idea successiva sarebbe stata di aprire noi un nostro ristorante, dove finalmente sarebbero state permesse le cose che di solito si fanno a casa, come intingere il pandoro nel caffelatte o avere il coraggio di chiedere la minestrina coi gratini all’uovo o montagne di bastoncini di pesce che nella tua cucina non friggeresti mai per via della puzza; o i cocopops, quelle miracolose palline di cereali al cioccolato da accompagnare a scodelle di latte caldo, che hanno rappresentato la base nutrizionale mia e di quel santo di mio fratello, da consumarsi rigorosamente davanti al cartone animato “Willy il Coyote”.
Avevamo trovato anche il nome alla nostra attivita’: “Come a Casa”…
Proprio ieri l’ho incrociato che vagava disperato tra le corsie di un iper e ho idealmente appeso al chiodo il mio grembiule da cucina, facendo tramontare ogni mio sogno di diventare dal nulla una cuoca “sui generis”, una che avrebbe lanciato un nuovo stile, dato una svolta al pranzo fuori casa.

Me ne sto qui nella mia cara cucina che non vorrei mai sporcare o mettere in disordine. Ecco, trovato l’arcano, quel piccolo e insormontabile ostacolo che mi rende impossibile la scalata alla guida Michelin: il terrore di rigovernare, grattar via lo sporco dai fornelli, sbrinare il congelatore e far splendere pentole e pentoline.
Il mio angolo cottura, dove non c’e’ nemmeno il tavolo, e’ cosi’ pulito che…ci potresti anche mangiare!

Vostra Affezionata

13 Commenti a “Buon Appetito”

  1. fabio dice:

    Ciao Caterina, non provare neanche minimamente ad arrenderti alla cucina :). Racconto carinissimo e molto divertente, brava!

  2. emmaus 2007 dice:

    Cara Titta,
    nominato con grande onore tuo commentatore ufficiale, mi appresto all’incombenza, ben conscio della grande responsabilità che grava sul mio capo. Nel pieno possesso delle mie facoltà mentali (spero), passo quindi ad esaminare la tua nuova creatura. Restando in tema, così come una torta ben riuscita è costituita da tanti ingredienti ben amalgamati e in armonia fra loro, una buona scrittura dev’essere un sapiente assemblaggio fra: un pizzico di buon’umore, una spruzzata di nostalgia, qualche cucchiaiata di aneddoti e modi di dire, il tutto in un impasto che rivela, pagina dopo pagina, qualcosa di te. Conclusione: gli ingredienti anche stavolta ci sono tutti, non manca proprio nulla. E’ facile tornare indietro col tempo, a quando avevamo i calzoncini corti e le ginocchia sbucciate, e pazienza se non sei brava in cucina, ti apprezziamo per quelle emozioni che ci regali ogni volta. Alla prossima! Ciao Manu

  3. Caterina dice:

    che dirti, Manu???!!!!!!!!!!!
    Se non che sei un bigne’ delizioso???!!
    grazie, a parte gli scherzi. tu hai parole e termini cosi’ azzeccati che mi dai l’impressione di essere dell’ambiente mlto piu’ di quanto tu voglia far credere.
    e se cosi’ fosse, ne sarei ancor piu’ onorata e felice. voglio partecipare ad un workshop di un mio amico scrittore il cui nuovo libro uscira’ a breve. che dici, puo’ essere una buona idea? con te mi pare di calarmi nellatmosfera e mi appassiona. e’ bellssimo tornare sui banchi di scuola, stare li’, ascoltare chi ne sa, imparare.affidars a qualcuno che e’ li’ per te eper trasmetterti cosa lui ha gia’ scoperto. ne ho bisogno.
    baci e buon sabato, Emanuele!

  4. Caterina dice:

    Fabio!!!
    non ti invitero mai a casa. ero’ ci sono tant d quei ristoranti in giro…:) tanti baci :)

  5. emmaus 2007 dice:

    Grazie del bigné!! Comunque, non sono uno scrittore affermato, tutt’altro, una fatica boia a vendere i tre libretti di raccolte stampati a mie spese, per dirla tutta… E’ pur vero che scrivo ormai da una quindicina d’anni – sono un vecchio bacucco! – quindi di racconti e romanzi ne ho nel cassetto. Per il momento, comunque, è veramente bello far parte della combriccola di questo sito, mi sembra di conoscervi da sempre! I commenti positivi fanno sempre un gran piacere, spingono sull’acceleratore della nostra creatività – è pur vero che siamo anche un pochino egocentrici, ma non guasta – quindi, al lavoro! Buttiamo fuori tutto quello che abbiamo dentro! Buon weekend!! Lascia perdere i fornelli e datti da fare con la penna!! Ciaooo!!!

  6. emmaus 2007 dice:

    Dimenticavo: ottima occasione quella del workshop! Facci sapere com’è andata!

  7. Andrea dice:

    Beh, dopo il commento di Emanuele non posso aggiungere molto altro :)
    A Caterina rinnovo tutti i miei complimenti. Per un attimo avevo sperato che fossi una maga in cucina, e già pregustavo il nostro raduno da te, dove ci avresti deliziato con chissà che manicaretti (magari ‘sti capunsei di cui parli tanto…), ma mi sa che dovrò rivedere un po’ le mie aspettative :)

  8. Caterina dice:

    Andrea, tu mi inviti a nozze con la tua curiosita’ sui capunesei!!!!!! sono rotolini di un impasto di pane grattuggiato, parmiggiao reggiano, uovo, burro fuso, sale, noce moscata e un’idea di prezzemolo. si cuociono nel brodo equando vengono a galla sono pronti da mangiare in un lago di burro fuso.
    ipercalorici, pieni zepppi di ricordi, inventati dallecasalinghe del mio paesino che e’ Solferino della Battaglia e sui quali si e’ scatenata una lotta furibonda sulla maternita’. tanto che a Bruxelles abbiamo ottenuto la denominazione di prodotto originale delle colline moreniche, aggirando l’ostacolo che stava causando non pochi incidenti dipolomatici tra i vari paesi del circondario.
    anche se io SONO SICURA che li ha inventati mia nonna!!!!!!!
    erano cibo per i poveri. adesso sono una prelibatezza . spesso faccio parte dele varie giurie perche’, nn giudicatemi presuntuosa, e’ la verita’, sono una diquelli che recano nelle proprie papille una sorta di memoria storica del capunsel originale, il cui nome e’ assolutamente intraducibile e sconosciuta la sua etimologia.
    buon appetito!!!!!!!!!!!!!

  9. emmaus 2007 dice:

    Forza, stiamo stabilendo il record di commenti per un racconto, siamo già a 9 se non sbaglio! Caterina, penso proprio che tu non te la cavi affatto male sui fornelli, ci snoccioli ricette come nulla fosse, quindi dal tuo famoso Zeta Club mi sa tanto che tra poco darai le dimissioni, dopo aver preso per la gola qualche bel giovine (in senso culinario, non per strozzarlo!). Buona domenica a tutti!!!

  10. caterina dice:

    ciao Manu!!!!
    tutta apparenza, la mia. Mi piace e apprezzo la buona cucina ma nn me la so procacciare…
    trovo che il problema del cibo sia immenso.
    Quando penso a chi nn ce l’ha e lotta per la sopravvivenza , quando poi penso a chi , come noi, ne ha troppo e fatica a rinunciarvi.
    tutto riconducible al fatto che mangiare e’ un bisogno ed un piacere. Una buona cena ti appaga e ti coccola, ti riconcilia con il mondo e quando mi dicevano che a tavola si sono fatte le piu’ grandi conquiste, nn ci credevo.
    smentita clamorosamente negli anni a colpi di convivialità!
    buona domenica, Emmaus, a te e a uttte le persone con le quali pranzerai oggi. una carezza al gatto. :)

  11. Chris84 dice:

    Secondo me, provando e riprovando, ricettario alla mano, qualcosa di commestibile verrà pure fuori…sennò si può sempre chiedere a suor Germana, no?

  12. caterina dice:

    Suor Gemana!!!!!!!!
    ti dico, Chris che di fame nn sono mai morta.
    certo che tra una tazza di caffelatte e un manicaretto ce ne corre.
    senza parlare dell’agitazione che mi monta quando devo ospitare qualcuno. il problema pappa e’ un problema e purtroppo lo e’ anhce per altri versi per un sacco di gente. che mondo, ragazzi.

  13. giovanni dice:

    Bravissima come al solito….
    Quando ci prepari qualcosa? Magari per il raduno..

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