“Dacci oggi il nostro orrore quotidiano”

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STELLINA

Pubblicato da mariacristina il 16 novembre 2007

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TUTTI I GATTI DELLA MIA VITA

 

                          STELLINA

 

Strano a dirsi ma, nonostante le apparenze fossero contro di lei, Stellina era una gatta bellissima. Era piccola e magra e le continue privazioni che aveva subito sin dalla più tenera età l’avevano resa leggermente rachitica.

Ad uno sguardo appena più approfondito, però, ci si accorgeva subito che era una gatta particolare e meravigliosa. Aveva il musino triangolare, con la bocca ed il nasino rosa, bianco fino alla mascherina tigrata che ricopriva gli occhi e si estendeva poi alla parte superiore del capo, alle orecchie, al dorso e giù fino alla coda. La gola e la pancia erano candide e morbide.

Quando mangiava abbastanza ed in maniera regolare, il suo pelo diventava lungo e setoso e risplendeva al sole.

Gli occhi erano la cosa più bella che possedesse: verdi e profondi, intensi come l’acqua del mare. Intensamente dolci. Erano contornati di nero, come se fossero stati truccati con il kajal e brillavano di una luce intensa e misteriosa.

Lei mi amava ed io amavo lei. Purtroppo, però, non era la mia gatta. La vedevo solo un mese all’anno, nella casa che prendevo in affitto in Sardegna, nel periodo delle ferie. Quando io e mio marito arrivavamo, la trovavamo in attesa, stesa dinanzi alla porta di casa. Ci accoglieva con il suo miagolio roco di gatta timida, che non sa parlare. La prendevo in braccio e la baciavo. “Non ti ho mica mandato un telegramma, Stellina. Come sapevi del nostro arrivo?“ Per tutta risposta strofinava il suo nasino umido sulla mia guancia ed emetteva il suo solito verso roco.

Quando aprivo la porta, era la prima ad entrare. Mi precedeva insinuandosi sinuosa tra le mie gambe. Sapeva che avevo già in serbo qualcosa per lei: una scatoletta di cibo per gatti, dei croccantini, un po’ di pesce. Nonostante fosse molto piccola, aveva sempre una fame da lupo.

Tutti gli anni, al mio arrivo, la trovavo stanca e smagrita:  denutrita. Aveva sempre la pancia scavata, infossata, le gambette rachitiche secche e storte, il pelo rado a chiazze, lo sguardo spaurito del gatto abbandonato.

Quando partivo, alla fine di luglio, era ridiventata una gatta bellissima, con la pancia rotonda, le zampette piene ed il pelo folto e lucente.

Nel lasciarla, non riusciva a trattenere le lacrime: non sapevo mai se quello sarebbe diventato o meno un addio definitivo.

Stellina era stata una gatta sfortunata: molto sfortunata. Era nata in un’isola splendida  e solare dove, però, il retaggio delle antiche tradizioni contadine rende la vita dei piccoli animali da compagnia molto difficile.

Stellina ha dei padroni ( brave persone, oneste, cordiali ed istruite) che non si curano affatto di lei, se non per torcere il muso disgustati davanti al suo essere così piccola e magra. Quando guardano le sue zampine storte ed il suo pelo rado e chiazzato non possono fare a meno di trattenere un sussulto schifato.

“Chissà perché questa gatta è così brutta?” Mi dice un giorno con sussiego il figlio medico. “Noi pensavamo che avesse qualche malattia. Era rimasta senza pelo. Volevamo portarla via.”

“Che ne direste di amarla, nutrirla e curarla?” Penso tra me e me. Ma sono una vigliacca. Non parlo, per quieto vivere. Mi limito ad un sorriso educato e me ne vado. Non c’è mai limite all’idiozia umana.

Stellina è dolce e tenera. Loro non se la meritano una gatta così.

 

/…………………./

 

Tutte le mattine, quando Luca si alzava a preparare il caffè,  la trovava in cucina, acciambellata su una sedia. Entrava da alcune maglie rotte nella zanzariera . Era felice e serena. Tranquilla. Aveva bisogno di un posto dove stare e, per un mese all’anno, ce l’aveva. Sapeva che in quella cucina, con e con mio marito, avrebbe sempre trovato cibo e acqua.

Mi sono presa cura di lei per tre estati, comprandole cibo e medicinali, curandole (e curandomi) i funghi che le venivano sulla pelle e le deturpavano il pelo, ma non è servito a darle una vita lunga e felice. Ho sempre pensato che avrei dovuto portarla via con me. Rapirla. Ma come? Aveva dei padroni, che non si curavano del suo benessere, ma tenevano alla proprietà. E poi, io vivevo con due gatti: grassi, vecchi e gelosi.

L’inverno passato Attila è morto: era venerando per età e molto malato. L’altro, Pompeo, è rimasto solo. A volte urla la sua solitudine con acuta insistenza: ma non sono in grado di trovargli un altro compagno.  E’ geloso ed aggredisce tutti i cuccioli che tento di mettergli accanto. Forse, Stellina sarebbe stata una buona compagna, per lui. Ma adesso è troppo tardi. E’ andata così, ed io non so più ritrovarla. L’hanno portata via.

Quest’estate, quando sono arrivata, come al solito mi è venuta incontro. Non era né magra né emaciata: appariva serena.

“Stai bene, Stellina?” Le ho domandato a mo’ di saluto appena scesa dall’auto.

“Prima era ancora più grassa: ha fatto tre gattini.” Mi ha informato seccamente la padrona. Sono entrata in casa e la gatta mi ha seguito. Le ho dato da mangiare. Lei ha spizzicato un po’, poi mi ha salutata e se ne è andata via. Non aveva fame.

La sera è tornata a salutarmi ed ha mangiucchiato di nuovo, senza appetito. Solo per farmi capire che gradiva. Quando è uscita l’ho seguita. E’ andata al piano di sotto, nel giardino, dove si affacciano gli altri appartamenti del residence.

Ho trovato Carmela ed il marito, altri due villeggianti di vecchia data, intenti a nutrire tre cuccioli ed altro gatto adulto. E’ un micio rosso tigrato: giovane e timido, ma  molto affettuoso. Lo riconosco: è il compagno di Stellina. Me lo ha presentato l’anno scorso, una mattina che, non vedendola arrivare, ero andata cercarla nei dintorni.

Sono arrivati insieme, affiancati, come una giovane coppia di sposi. Stellina ha sfregato il musino contro quello del compagno. Lui ha ricambiato il gesto d’affetto. Poi è venuta verso di me, emettendo il suo solito, timido verso roco. Quando mi ha raggiunto, ha strofinato il suo morbido fianco sulle mie gambe. Poi è tornata, sinuosa, verso il compagno, e ha nuovamente sfregato il nasino contro quello del gatto rosso. Ha ripetuto quello strano balletto per ben tre volte. Alla fine, stupido umano, ho capito. Mi sono accoccolata sulle ginocchia ed ho teso entrambe le mani: che fatica tenersi in equilibrio. I due mici sono venuti a strofinare la fronte sulle mie dita. “Gatto anche tu.” Sembravano dire.

Ho sorriso per il complimento e mi sono alzata in piedi. Purtroppo per me, non sono un felino. Sono solo un semplice duepiedi e la cosa non mi rende sempre felice.

“Sono i figli di Stellina?” Le ho domandato senza nemmeno salutare.

Carmela ha scosso il capo con aria truce. “Tu non sai, Anna. Nemmeno te lo immagini!” Ha sputato fuori livida di rabbia. “Quando sono arrivata ho trovato la gatta stremata ed i gattini morenti. Lei era affamata, non si reggeva in piedi, e aveva i soliti due buchi al posto della pancia. Li ho afferrati tutti e quattro e li ho portati dal veterinario. Sono quindici giorni che andiamo avanti a suon di vitamine ed omogeneizzati. Stellina si è ripresa ed i due cuccioli più grandi sono svezzati. Solo la piccola, quella nera, ha ancora bisogno di essere imboccata. Io parto martedì: dopodomani. Ho lasciato le vitamine e gli omogeneizzati per Nerina al mio vicino di appartamento, un signore di Mestre che ama i gatti. Si ferma ancora qualche giorno. Agli altri pensaci tu. Io, il mio dovere l’ho fatto. Non voglio più saperne nulla.”

L’ho ascoltata piena di tristezza, in preda ad un brutto presentimento. Quei gattini non ce la faranno mai. E anche Stellina è condannata. Si è macchiata del crimine peggiore presso gli umani: mettere al mondo figli indesiderati.

 

 

 

Carmela è partita.

Dall’alto della mia terrazza, osservo mamma gatta ed i suoi cuccioli. Anche il gatto rosso partecipa all’educazione della prole. Sono sempre insieme, quei due: una giovane coppia che alleva amorevolmente i propri figli. Potrebbero essere di esempio a molti umani. Ma so che non durerà. Purtroppo.

Sono le sette di mattina. Il signore di Mestre, un uomo attempato e grassoccio, rincorre Nerina per somministrarle la dose quotidiana di omogeneizzati e vitamine. Ma la micia non ne vuole sapere.

“Sta meglio”. Penso tra me e me. “Tra poco mangerà con gli altri.”

Venerdì, come ogni venerdì che si rispetti, è il giorno della tragedia. Quando torno a casa per il sonnellino pomeridiano, Stellina viene a cercarmi. E’ tesa come una corda di violino. Annusa il cibo che le porgo, ma non ne vuole mangiare. Esce subito trafelata. La seguo in giardino. Ci sono solo i due cuccioli  più  grandi. Nerina è sparita. Al momento non do troppo peso all’accaduto. E’ piccola. Si sarà nascosta a dormire da qualche parte. Le porto la scatoletta del cibo in giardino e gliela verso in un piatto di plastica. Hanno fame. Li lascio che mangiano come lupi. “Nerina la cercheremo poi.”

Mi dico in silenzio.

Ora so di aver sbagliato. Sono stata improvvida e superficiale. Sono colpevole.

Verso le tre del pomeriggio odo, nel dormiveglia, i padroni di casa confabulare in giardino. “Che avranno mai da dirsi, a quest’ora?” Penso. Ma non mi preoccupo. Fa tanto caldo ed io sono in vacanza. Voglio dormire. Devo riprendermi dalle fatiche del lungo inverno appenninico.

Mi sveglio che sono le quattro. In cucina, Stellina non c’è. Esco a cercarla. Vado in giardino. Stranamente, trovo solo uno dei figli, quello più grosso, Cavalletta, un bel maschietto dal folto pelo grigio, ed il gatto rosso. Sono spaesati. Spiazzati. Il piccolo miagola disperato. Il gatto rosso mi guarda interlocutorio. “Dove è Stellina?” Pare che chieda.

Onestamente, non lo so. La cerco. La gatta non si trova. E nemmeno i due gattini più piccoli: due femmine, credo.

“Tornerà.” Mi consola mio marito. “I gatti girano. Andiamo al mare. Siamo qui per questo. Vedrai che stasera tornerà a mangiare.”Non sono troppo convinta della sua tesi. Ma che alternativa ho? Non sono a casa mia e, in questo posto, se ti prendi cura di un gatto pensano che tu sia scemo.

Mi infilo gli scarponcini e carico lo zaino sulle spalle. Andiamo a fare il bagno in una piccola cala: Follò. Raggiungibile solo con mezz’ora di cammino. Quando arriviamo, il mare è splendido. La ghiaietta bianca del fondo lo rende puro e cristallino come una gemma. La spiaggetta  di pietruzze candide è completamente deserta. Non male. Dovrei essere felice, ma non ci riesco. Penso a Stellina. Ancora non ne ho la certezza, ma credo che le sia accaduto qualcosa di terribile. Veniamo via dalla spiaggia ghiaia candida che sono ormai le otto. Il sole è da tempo calato dietro i fianchi rocciosi delle falesie che si affacciano sul Golfo di Orosei. L’aria è fresca, ma la salita è durissima. A mano a mano  che veniamo su, arrampicandoci, con le mani, ai cespugli di mirto e di lentisco, ci fermiamo a guardare il panorama. E’ splendido. Sulla sinistra, vedo ergersi il lungo faraglione di Pedra Longa mentre, sul fondo, si stagliano le falesie che nascondono le cale fra le più belle ed intatte del Mediterraneo. Alla mia destra, appare il porticciolo di Santa Maria, da cui si diparte la lunga spiaggia bianca che la congiunge al porto di Arbatax. In fondo alla baia, un piccolo colle coperto di verde sul quale, tra poco, apparirà la luce del faro. A meno di un chilometro dalla costa, l’isolotto dell’Ogliastro sorge scabro e roccioso dalle acque: i fianchi percorsi qua e là da qualche cespuglio verde. Ci sono stata più volte a fare il bagno e a prendere il sole. In cima, c’è un piccolo altare, cui fa ombra l’unico pino esistente sullo scoglione. Poco discosto, le rocce formano delle guglie alte e slanciate, su una delle quali si erge la statua di una madonna che, da lì, domina tutto il golfo. C’è sempre un gabbiano appollaiato sulla sua testa mentre, sui pinnacoli intorno, ce ne sono altri che sembrano in conversazione tra loro.

I gabbiani sono gli unici abitatori dell’isolotto e spesso, quando si sosta in quel luogo, si possono udire le loro grida lugubri e dolorose, come le voci di antichi marinai dispersi nell’immensità del mare.

Il mio pensiero, però, è ancora occupato da Stellina. Quando arriviamo al residence è quasi buio. La chiamiamo, ma lei non c’è. Arriva, invece, il suo compagno rosso che piange e miagola disperato. Gli do da mangiare e si acquieta, ma so che, se potesse parlare, urlerebbe tutto il suo dolore.

Non ho fame. Faccio un giro in giardino. Sia lei che le gattine sono sparite. Trovo solo il micetto grigio, il maschio,  che ha l’aria stralunata. Anche lui cerca la mamma. Torno su mentre mio marito armeggia dinanzi ai fornelli. “Non c’è più.” Gli dico. “L’hanno portata via.”

Si stringe nelle spalle. “Cosa possiamo fare, Anna? Qui la gente è così. Non ha sensibilità né affetto verso gli animali. L’animale è uno schiavo. Il gatto serve perché preda i topi. Nient’altro. Adesso mangia. Ci penseremo domani.”

Ma io non ho fame. E  nemmeno sonno. Passo quasi tutta la notte a piangere. Mi addormento che è ormai l’alba.

 

/ ………………………../

 

La mattina, quando usciamo, incontriamo i padroni di casa. “Dove è la gatta?” Domanda Luca.

“L’abbiamo portata nella casa in campagna. C’è più spazio, per loro.”

“Come sta?” Chiedo subito. Ho la bocca dello stomaco chiusa dal dolore e dalla rabbia. “Sta bene. I gattini li ho messi sul tetto, così sono fuori della portata dei cani. La mamma può scendere. C’è una casa abitata vicino. Ho visto altri gatti. Forse le daranno da mangiare.”

Non so che dire. Sono annichilita. Luca, che è un buon diplomatico, cerca di sorridere. “Vorremmo vederla.” Chiede al padrone di casa. “Sa, noi le eravamo affezionati. Abbiamo anche comprato del cibo, per lei.”

Ci risponde di sì. Che sta bene. Ma io non mi fido.

E’ sabato mattina, una splendida e solare giornata di luglio. Ma noi non scendiamo al mare. Prendiamo la macchina e ci dirigiamo verso Ulassai, il paese dove sappiamo si trova la casa di campagna dei padroni del residence. Ci siamo stati, una volta, ma adesso nessuno di noi due ne ricorda bene l’ubicazione. Vaghiamo per quasi un’ora tra le strade sterrate ed i vicoli deserti, alla ricerca di quella improbabile casa, senza trovarla. Alla fine parcheggiamo l’auto in uno spiazzo sporco e sabbioso, nascosto alla strada, ed iniziamo a camminare. Ci aggiriamo per i viottoli ricoperti di ciottoli, silenziosi e furtivi come se avessimo qualcosa da nascondere.In realtà è così: stiamo cercando una proprietà privata da violare.

Sono le dieci di mattina ed il sole è bruciante. Nel mese di luglio, al sud della Sardegna, non esiste riparo dai raggi che cadono quasi a perpendicolo sulla tua testa. All’intorno, tutto è secco e polveroso: privo di ogni residuo di umidità. Costeggiamo un muro di pietre, incastrate l’una sull’altra con malcelata abilità. Sono sassi roventi ma, negli spazi tra l’uno e l’altro, è nata qualche erbaccia solitaria. C’è persino qualche sparuto arbusto che trascorre la sua breve vita sotto gli strali infuocati del sole. Su quasi ogni pietra vedo una lucertola, immobile, stesa ad incamerare la sua razione quotidiana di calore.

Alla fine del muro troviamo un cancello di ferro, spalancato su di un sentiero sterrato che porta sulla cima di una collinetta. Credo di riconoscerlo. “E’ qui?” Domando.

“Forse.” Risponde Luca.

Entriamo.  E’ violazione di proprietà privata. Lo sappiamo entrambi. Ma il cancello era aperto e, se incrociamo qualcuno, possiamo sempre inventarci una scusa. Sotto il sole la salita è dura e, come se non bastasse, si è levato un caldo vento di scirocco che solleva in aria la polvere secca infilandocela nelle narici, negli occhi e nelle orecchie. Cerchiamo di proteggerci alla meno peggio con le braccia e con le mani. Ad un tratto sento abbaiare i cani. Arrivano in cinque: una, se ben ricordo, è legata alla catena a guardia del pollaio. Abbaiano, mostrano i denti, ma so che non sono feroci. Povere bestie che si guadagnano il cibo con il duro lavoro. Sono lì per sorvegliare la proprietà e gli animali che vi abitano. Ci riconoscono. Siamo già stati in quella casa e abbiamo portato loro da mangiare. Luca si inginocchia e tende la mano. Quello che dovrebbe essere il capo del piccolo branco si avvicina e l’annusa. Si ricorda ancora di lui. Immediatamente si butta in terra, sul dorso, con le zampe all’aria in segno di sottomissione. Gli altri lo imitano.  Mio marito gli accarezza il ventre magro. Il cane uggiola sommessamente.

“Hai niente?” Mi chiede Luca.

 Apro la borsa e ne estraggo una scatoletta di cibo per gatti. Mi guardo intorno alla ricerca di un luogo pulito su cui versarne il contenuto, ma non ne trovo nessuno. Per cui lo rovescio sul sentiero polveroso. I cani si avventano sul cibo uggiolando. Noi andiamo avanti. Raggiungiamo la casa. Chiamo Stellina per circa dieci minuti, senza ottenere alcuna risposta.

“Non c’è. Non c’è nessun gatto qui intorno.” La voce di Luca è desolata. Gli faccio cenno di tacere. Ho appena udito un suono impercettibile. Un miagolio flebile che sembra provenire da un abbaino sul tetto.

“Lo senti?” Chiedo.

Lui rimane in silenzio, ad ascoltare. Poi mi fa un cenno con il capo. “Sì. Viene dal tetto.”

“Chi sarà?” Domando. Questa non è la voce di Stellina.Lei non miagola mai. Ha una strana voce roca.

Luca si guarda intorno alla ricerca di una scala. Sull’altro lato della casa, accostata al tetto, ne troviamo una, vecchia ed a pioli. Senza pensarci su due volte, l’afferra ed inizia a salire. Io lo seguo a ruota. Ho paura: la scala si muove e traballa, ma udiamo chiaramente il miagolio provenire dal tetto. Lo seguiamo come si fa con il pifferaio magico, inoltrandoci a quattro zampe sulle tegole scivolose. Il caldo è atroce.  Siamo bruciati dal sole e zuppi di sudore, ma il miagolio è diventato più forte e vicino.

Troviamo le due gattine accucciate nel vano di una finestra, sull’abbaino. Sono strette l’una all’altra e tremano da spezzare il cuore. Nerina è in pessime condizioni. Ha gli occhietti quasi completamente chiusi dal muco e si regge a stento sulle zampette scheletriche.

“Portiamole via, Luca.” Gli chiedo.

“Non puoi, “ mi risponde. “La madre le cercherà e, se non le trova, si dispera. Tu non vuoi farle questo. Vero?.”

“Dove è Stellina?”

“Sarà in giro, in cerca di cibo.”

Di sotto, l’abbaiare dei cani sta diventando un frastuono assordante. Hanno finito di mangiare e sono tornati alla carica. Quello non può essere un posto adatto ad una mamma gatta con i suoi cuccioli. Anche Luca lo sa. I cani sono dappertutto e costituiscono una minaccia per Stellina e le micine.  Sono brave bestie, ma vivono allo stato brado. Vedono il padrone una sola volta al giorno, quando porta loro il cibo.

“Che si fa?” Chiedo.

“Da’ da mangiare ai piccoli. Può darsi che la madre senta l’odore del mangime e torni indietro.”

Apro la scatoletta, ne verso un po’ del contenuto sulla mano e la avvicino ai cuccioli. Le micette sono affamate. Mentre si cibano, ronfano rumorosamente. Hanno una fame da lupo.

Sento le loro ruvide linguette raspare contro l’incavo del palmo mentre raschiano gli ultimi avanzi.

All’improvviso arriva Stellina. Ha la coda gonfia e gli occhi spiritati. Si avventa come una belva in difesa dei cuccioli. E’ spaventata a morte dai cani. Non mi riconosce. Le verso il resto della scatoletta sul marmo dell’abbaino e mi allontano. Mangia di fretta, guardandosi alle spalle, come un animale braccato. Non sono passate nemmeno ventiquattrore da quando veniva a riposarsi nella mia casa e adesso neppure si ricorda di me. E’ stravolta. Non riesce a capire cosa le sia accaduto.

Intanto, Luca ha trovato di sotto uno scatolone di cartone in buone condizioni e lo ha trascinato sul tetto. “Portiamoli via.” Dice. “Qui non possono stare. Sono soli, abbandonati e terrorizzati dai cani.”

Sono d’accordo. Ma c’è un problema da risolvere. Stellina non si lascia avvicinare. Quando tento di toccarla, soffia e scappa via.

Ce ne andiamo al mare alquanto abbattuti, ma decisi a ritornare.

 

/…………………………./

 

La domenica, troviamo il cancello sbarrato. Chiamiamo Stellina per più di un quarto d’ora, ma senza alcun risultato se non quello di richiamare l’orda dei cani famelici. Già che ci siamo, diamo loro da mangiare. Forse staranno più tranquilli e non terrorizzeranno i gatti.

Sconsolati, andiamo via, verso la spiaggia di Su Sirboni.

E’ un vecchio villaggio turistico costruito negli anni ’60 e mai entrato davvero in funzione. Si trova nel comune di Cardedu, tra le insenature si Perda e’ Pera e Coccorocci. Lo abbiamo scoperto fin dal primo anno che siamo venuti a villeggiare in Sardegna. Risalendo in automobile la strada asfaltata che porta al camping di capo Sferracavallo,  mentre ammiravamo estasiati il mare splendido che abbraccia la costa rocciosa con la  stessa dolcezza di un innamorato, ho visto improvvisamente apparire, in fondo al pendio, una caletta sabbiosa alle cui spalle, nascosti tra la foltissima macchia di lecci, mirti e pini sorgevano alcune strane casupole. Abbiamo fermato la macchina e siamo scesi ad esplorare. Dalla parte del mare il bosco era circondato da un’arcaica recinzione di filo spinato. Abbiamo proseguito per un altro centinaio di metri fino a raggiungere uno spiazzo polveroso. In quel punto la recinzione lasciava il posto ad un vecchio cancello di ferro, arrugginito e serrato da pesanti catene chiuse da enormi lucchetti. In cima, c’era un cartello stinto e scolorito dal passare degli anni, su cui erano scritte a lettere cubitali, due sole parole: “SU SIRBONI”. Intorno, c’erano altri cartelli, più piccoli, che promettevano in caratteri quasi completamente illeggibili, oscure e terribili punizioni per tutti coloro che avessero osato valicare il recinto di filo spinato.

“Questa, poi!” Ha esclamato Luca divertito.

“Io ci voglio andare. E tu?” Gli ho risposto.

Abbiamo cominciato a ridere come pazzi, poi, abbandonata l’idea di capo Spartivento, siamo risaliti in automobile e siamo tornati indietro, più che mai decisi a trovare la via di ingresso per quell’angolo di paradiso. Ci abbiamo messo pochissimo.  Sulla strada, c’erano alcune macchine parcheggiate, apparentemente senza motivo.

Ora, quelli che come noi sono usi a frequentare spiagge incontaminate e solitarie, sanno benissimo cosa significa. Si tratta di un segnale: in qualche punto nascosto, sito nel raggio di cinquanta metri, si trova sicuramente celata la magica via che porta ad una spiaggia fatata, ignota alla maggioranza del genere umano.

Così, ci siamo lanciati alla ricerca. Abbiamo trovato l’inizio del sentiero nascosto dalle fronde do due lecci che si chinavano l’uno verso l’altro fin quasi a toccare il suolo. Abbiamo spostato quella magica tenda e, al di sotto, abbiamo scoperto alcuni gradini intagliati alla meno peggio nella roccia scoscesa. Luca, che ha l’anima dell’esploratore, si è subito avventato, mentre io l’ho seguito lentamente.

“Fa’ attenzione, si scivola!” Gli ho gridato dietro quando lui, terminate di scendere le scale, si è lanciato sulla destra, verso la macchia fitta. Ne è riemerso dopo qualche minuto con l’aria soddisfatta del gatto che ha appena mangiato il topo.  “Evviva, Anna!” Ha esultato. “Ho trovato il sentiero. Su Sirboni è nostra! Andiamo a prendere la roba!”

Siamo tornati alla macchina e, zaino in spalla, ci siamo inoltrati per un viottolo stretto e ciottoloso, scavato a tratti nella terra della macchia e a tratti nel granito. Sbucando dalla boscaglia, abbiamo intravisto, a circa cinquecento metri, una spiaggia degna dei mari tropicali, bianchissima e dalle acque cristalline, circondata da alberi e semideserta. “Tahiti, arriviamo!” Ha gridato Luca. Gli sono corsa dietro ridendo.

Oggi, purtroppo, Su Sirboni non è più così. C’è più gente ma, in genere, chi si conquista un fazzoletto di paradiso con il duro cammino cerca la propria pace e rispetta quella del prossimo.

Ma qualcosa è cambiato. Mentre stiamo stesi al sole, intenti a leggere o semplicemente a rilassarci, improvvisamente assistiamo allo sbarco in Normandia. Vediamo arrivare dalla direzione di Perda e’ Pera cinque super gommoni stracarichi di gente urlante e vociante, che si riversa, come un nugolo di cavallette affamate, sulla spiaggia dei nostri sogni.

Mi ritrovo improvvisamente circondata da un’allegra famigliola festante, composta da nonno, nonna, padre, madre, zio, zia e da sei vispi marmocchi, che gioisce grandemente nello strillarmi sulle orecchie, nel gettarmi la sabbia in bocca e negli occhi, nello zampettare sul mio asciugamano assestandomi, di tanto in tanto, innocentissimi calci sugli stinchi. Sono esterrefatta e senza parole. Cerco con gli occhi Luca che si trova, anche lui, nelle mie stesse identiche condizioni. Mi rivolge uno sguardo disperato che sembra voler dire: “Cosa facciamo, adesso?”

Scuoto la testa. Esattamente non lo so. Ma credo che bisogna resistere. Gli trasmetto ciò che penso con un cenno del capo e dello sguardo. Lui mi capisce. Dopo tanti anni di matrimonio è così: ci si parla senza parole.

Istintivamente, trasciniamo gli asciugamani intorno al bastone del nostro ombrellone e ci accucciamo in posizione fetale, facendoci piccoli piccoli. E’ il nostro modo di difendere il territorio dal nemico. Qualcuno di quelli che, come noi, si sono conquistati il mare con il proprio faticoso inerpicarsi sulla roccia, cede le armi e se ne va. Vorrei gridare loro di non farlo. Non è giusto. Non bisogna cedere le armi al sopruso e alla violenza. Poi, però, lascio perdere. Resistiamo eroicamente.

La moina dura circa due ore, durante le quali accade di tutto. Bambini che urlano, donne con le tette al vento ed il filo interdentale nel sedere che si dimenano qua e là sulla spiaggia esponendo al sole la propria mercanzia, gente che litiga e si spintona per un posto sull’arenile, gente che mangia e che beve spargendo in giro la propria immondizia, gente che si denuda e si mette in posa per le fotografie di rito, gente che ruba pezzi di spiaggia e li rinchiude in un sacchetto di plastica. Vedo persino una coppia che, di soppiatto, cambia il pannolino al pupo e sotterra nella sabbia quello sporco.

Sono esterrefatta. Luca è sull’orlo di una crisi di nervi. Ma il colmo si raggiunge con le fotografie di gruppo. Arriva un animatore dall’accento nordico, dall’aria da fichetto, con i capelli mesciati sciolti sulle spalle ed i muscoli gonfi. Insieme a lui c’è il fotografo ufficiale del club vacanze.

“Una foto?” Si offre. Le ragazze arrivano a orde, spingendosi e spintonandosi pur di essere immortalate con il bello di turno. Il fotografo ufficiale viene scaraventato via dalla massa impazzita, mentre, intorno, è tutto un fiorire di macchine fotografiche e telecamere. Il fichetto se la ride. Deve essere molto soddisfatto di sé. In effetti, per essere l’animatore è uno che anima. Ma poi, quei tipi lì, ce l’avranno un’anima?

Penso a Stellina. Sono sicura che lei un’anima ce l’ha: più bella e pulita di quella di tanti esseri umani. Chissà che fine avrà fatto?

Verso le dodici e quaranta l’orda selvaggia abbandona la spiaggia, lasciandosi dietro il suo carico di distruzione e di spazzatura. Luca ed alcuni bagnanti, volenterosi e dotati di senso civico, cercano di rimettere le cose un po’ in ordine.  Siamo tutti furiosi.

“Sono quelli del Penta.” Mi dice un signore di Ierzu, sulla sessantina. Ha la pelle bruciata dal sole ed i muscoli fermi. “Tutte le domeniche è così. Organizzano l’animazione a Su Sirboni. Qui succederà quello che è successo nelle cale: distrutte dalle migliaia di cavallette trasportate ogni giorno da Siniscola, Orosei, Cala Gonone ed Arbatax. Hanno un bel parlare di parco, foca monaca e ripopolamento, se non si elimina il problema alla radice. Bisognerebbe fare come a Bidda Rosa. Ingressi controllati. Solo così si salvaguarda il territorio.”

Non ho nessuna difficoltà nel riconoscermi d’accordo con lui. Ma non credo che ciò sia più possibile. Esiste un terribile fenomeno chiamato turismo di massa che, come un Moloch insaziabile, divora e distrugge tutto ciò su cui mette le mani. Forse potrei spiegarglielo, ma a che pro? Le cose vanno come devono andare. L’uomo è quell’essere avido e mostruoso che, per soddisfare la sua sete di denaro e di potere, sta facendo a pezzi l’intero pianeta. Lo sappiamo tutti. C’è persino qualcuno che lo denuncia. Io, però, sono scettica. Credo che ognuno di noi, nel suo piccolo, abbia le proprie precise responsabilità. Siamo tutti colpevoli: l’impiegato e l’operaio che non riescono a staccarsi dalle loro auto neppure per andare dal tabaccaio sottocasa a comprare le sigarette, sono partecipi della distruzione del pianeta né più né meno che il proprietario di una fabbrica che inquina con i suoi miasmi l’ambiente circostante.

Bisognerebbe fare tutti un passo indietro, ma nessuno vuole essere il primo.

Penso a Stellina. Chissà dove sarà? Lei ed i cuccioli, avranno mangiato?

I gatti non inquinano il pianeta, non sono malvagi e maligni, non fanno del male gratuitamente. Uccidono, è vero. Ma è la loro natura. Hanno l’istinto del predatore. Qual è il nostro istinto, invece? Se ben ricordo l’homo herectus era uno spazzino che si cibava di carogne. Orrore.

Ce ne andiamo verso le diciotto, non  prima di aver assistito ad una serie di lezioni di kajack impartite nell’acqua limpida e cristallina della baia dagli istruttori del Penta.

“E’ uno sconcio!” Si lamenta il signore sulla sessantina. “Ormai le grandi multinazionali si sono impadronite della baia. Che invece è nostra. E’ della gente.”

“E’ il turismo di massa.” Penso. Ma, ancora una volta, non lo dico.

La sera, al residence, incontriamo i padroni. Luca si fa audace:” Come sta la gatta?” Chiede “Possiamo andarla a trovare?”

“Ma certo!” Il viso di Giorgio si illumina in un sorriso. Patrizia, la moglie, è un po’ meno convinta, ma acconsente anche lei. Ci mettiamo d’accordo per andare nella casa in campagna, insieme, il giorno dopo alle sette e trenta. A dire il vero, l’ora mi sembra un po’ troppo mattutina, ma Giorgio ci avverte che più tardi non si può: fa troppo caldo e al residence c’è da fare. Prima di salutarci prendiamo gli accordi per il giorno successivo.

 

 

/…………………………/

 

 

Lunedì, il suono della sveglia mi costringe ad aprire gli occhi che non sono ancora le sette. E’ quasi peggio di quando vado in ufficio. Luca è già in piedi e sta preparando il caffè. Mi faccio una rapida doccia e corro a vestirmi. Giorgio e Patrizia sono già a bordo del loro fuoristrada e ci aspettano. Prendiamo posto sul sedile posteriore. Si parte. Il tragitto dura meno di quindici minuti. Il sole è già alto e brucia la strada coperta di polvere. Il grande cancello automatico si apre e il  suv svolta sulla destra, inerpicandosi agilmente sulla salita sterrata.

I cani ci vengono incontro abbaiando rumorosamente. Do un’occhiata al tetto: pare deserto. Vorrei arrampicarmi sulla scala a pioli e salire, ma Luca mi trattiene. Bisogna rispettare le convenienze. Sorrido ed esprimo qualche apprezzamento gentile sulla casa, sulla tenuta e su come siano stati importanti e ben scelti i miglioramenti apportati nel corso dell’ultimo anno.

Patrizia sorride: sa cosa voglio. “I gatti sono sul tetto, altrimenti i cani se li sbranano. Se vuoi, vai pure. Io non posso. A me gira la testa, a salire là sopra.”

Senza farcelo ripetere due volte, io e Luca ci arrampichiamo, poi gattoniamo sulle tegole sino all’abbaino. Stellina è nel vano della finestra chiusa, che stringe a sé i gattini tra le sue zampe materne. Ha l’aria scossa, questa volta, però, mi vede e mi saluta con il suo solito verso roco. In preda ad una tenerezza infinita, mio marito scuote la testa, sconsolato: “Non è giusto.” Lo sento mormorare.

“Rapiamoli.” Gli suggerisco.

“Non essere sciocca.” Risponde.

Prendo la scatoletta che ho nella borsa, la apro e la verso su un piatto di carta. I piccoli si avventano.

Stellina li osserva. Solo quando le gattine si allontanano mangia anche lei.

“Andiamo.” Sento una voce che ci chiama.

A quattro zampe torniamo indietro. Poi scendiamo per la scala. In auto, cerchiamo di trovare un accordo. Chiediamo a Giorgio di poter portare del cibo a Stellina.

“Non tutti i giorni, però.” Ci risponde. “Deve dare la caccia ai topi. Se ha la pancia troppo piena, poi non lo fa.”

Alla fine raggiungiamo un compromesso: potremo andare a trovare Stellina a giorni alterni, dalle otto alle dieci, quando il cancello è aperto perché c’è un operaio che lavora alla sistemazione dell’orto e degli olivi della tenuta.

Ringraziamo. Non e molto, ma è già un passo avanti. Stellina e le gattine avranno da mangiare per tutto il mese. Ma poi? Poi che faranno, sole ed abbandonate in quella immensa campagna? Le piccole riusciranno a scendere a terra e a difendersi dai cani? Esprimo a Luca le mie perplessità.

Lui sorride: sembra riflettere.

 

 

                                                   / ………………………./

 

                

Le vacanze sono passate in fretta. Molto in fretta. Luglio è volato via con la velocità di un fulmine. Oggi si parte. Tra due giorni, infatti, ritorneremo entrambi in ufficio, così neri ed abbronzati da far morire di invidia i colleghi.

Questa mattina abbiamo lasciato il residence di buonora, il nostro traghetto parte da Olbia a mezzogiorno e la strada per raggiungere il porto è lunga e disagevole: un continuo susseguirsi di tornanti e di curve. Abbiamo l’auto carica come non mai. Il portabagagli è pieno ed il sedile posteriore è carico come una bancarella in un suck arabo. Nonostante le difficoltà del tragitto, però, il percorso è estremamente piacevole. La statale 125 è una strada particolare, che si inerpica in alto, oltre i mille metri, correndo tra gole selvagge e boscose. Il bello è che il Tirreno è là vicino, nascosto dalle guglie delle alte falesie che si gettano a picco nel mare.

Avanziamo lentamente, godendoci ogni attimo di quello splendido panorama. Sono le otto di mattina e siamo completamente soli nella strada. Qui i paesi sono troppo distanti l’uno dall’altro per creare traffico e andirivieni di macchine ed il mare, anche se incredibilmente vicino in linea d’aria, è praticamente irraggiungibile per chi non è esperto nello scendere con corde e ramponi dalle pareti rocciose.

Dinanzi a noi vediamo un falco librarsi nell’aria veleggiando come un aquilone. Alla nostra sinistra si levano i picchi aridi del Supramonte. Guardandoli così, nella luce mattutina, è facile comprendere perché, certi luoghi impervi e desolati sono stati per secoli rifugio di banditi e fuorilegge.

Il Tirreno è sulla destra. Lo sappiamo che c’è, anche se dalla statale 125 è impossibile vederlo. La via è deserta, ma Luca guida un po’ troppo allegramente. Così, all’uscita da una curva, l’auto sbanda leggermente con il posteriore. Immediatamente, dai sedili posteriori, odo squittii e miagolii di protesta provenire da un grosso scatolone bucato impilato a fatica sugli altri bagagli.

“Attento!” Gli dico. “guida con cura. Non vorrei che Stellina e le ragazze soffrissero il mal d’auto.”

Mio marito sorride ed annuisce con il capo. “E’ un bel guaio.” Risponde. “ Ora siamo una famiglia numerosa. Devo essere prudente.” 

                                                                                                     Maria Cristina

3 Commenti a “STELLINA”

  1. Andrea dice:

    Ciao Maria Cristina, molto ben scritto questo racconto. Si capisce tutto il tuo amore per i gatti. dovresti leggere qualcuno dei racconti di evaluna. Anche lei scrive bellissime storia di animali :)

  2. A dice:

    Splendida storia d’amore perquesti gattini…mi è piaciuta molto dove parli di loro e racconti la loro storia…

  3. emmaus 2007 dice:

    Cara Maria Cristina,in quanto possessore di 7 gatti, i più salvati da morte certa, non posso che apprezzare il tuo racconto, ben scritto e scorrevole.
    Certamente appartieni alla categoria dei gattofili – pure Fabio ne ha 5 ! – a quelle persone che stanno male al pensiero di gatti abbandonati. In un mondo d’altronde dove non c’è più rispetto neppure per gli umani, figuriamoci per gli animali… Ma noi non ci arrendiamo, facciamo il possibile, anche perchè ne siamo gratificati. Un gatto che fa le fusa in braccio, è la più bella ricompensa! A parte questa divagazione, rinnovo i miei complimenti. Brava!

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