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La festa di Giulia

Pubblicato da sabrina il 16 marzo 2008

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Parte I

Luca si guardava attorno e i suoi occhi verdi erano ancora più grandi del solito, come ogni volta che si stupiva di quello che era attorno a lui.
Era solo una festa di 17 anni, almeno così gli aveva detto Claudia, la compagna di classe che lo aveva invitato ad andare a quella festa con lei. Soli 17 anni eppure quella grande casa era adibita a festa come se si celebrassero le nozze di una coppia reale.
Lui non conosceva Giulia, se non di vista. Era tra le ragazza più carine e irraggiungibili del liceo, il più grande della città. Per proprietà transitiva, era tra le liceali più belle della città. Troppo belle e irragiungibili per poter muovere la sua speranza e la sua ambizione di arrivare a lei.
Non sapeva, Luca, che se Claudia gli aveva chiesto di scortarlo alla festa era perchè la bella e bionda Claudia lo aveva chiesto espressamente ma voleva che la loro conoscenza potesse sembrare il più naturale possibile.
Luca, tuttavia, di naturale in quelle luci colorate in un giardino adibito a festa e uomini in divisa che servivano ai tavoli di un immanso gruppo di adolescenti come lui, non vdeva nulla. Ancor meno era naturale il dj chiamato per l’occasione.
“Oddio, Luca, mi avevano detto bene, è proprio lui, Dave dj, quello della radio! Mi avevano detto che Giulia lo voleva per il suo compleanno, ma avercelo davvero!”.
“Guarda che a fine serata lo deve restituire. è solo in affitto”
“Scemo , lo so. Non fare il cinico con me. Cerca di divertirti ogni tanto”. Concluse Claudia.
Divertirsi ogni tanto; Claudia era un’altra di quelle persone che credevano che lui fosse uno che non si divertiva mai. Non capiva perfettamente cosa intendesse Claudia per divertimento, ma a lui già mancava il parquet disertato quella sera, per andare in motorino a quella festa, in quella villa, dove la festa era appena iniziata e già vi era una marea di persone. Ovviamente non aveva mai visto la faccia della maggior parte delle stesse.
Gli mancava la sua musica, il tempo da battere, i passi da contare. Ma il piede gli faceva ancora un po’ male e si ricordò che doveva divertirsi, quella sera. Solo divertirsi e non parlare di piedi e passi, e musica vera e ritmo.

” Sono naturali i tuoi capelli?”. 100, siamo arrivati al 100.
Questo pensò Francesca dopo che l’ennesima persona da quando era entrata in quella grande villa le aveva chiesto se i suoi capelli fossero tinti o rossi naturali.
“Sono i miei, sono naturali” aveva risposto la sua voce per la centesima volta mentre il suo bel sorriso dalla cinquantesima volta in poi aveva iniziato gradualmente a sopirsi.
“Beata te, io vorrei tingermeli così, come i tuoi. Che invidia”.
“Con quei capelli neri la vedo dura, e con la carnagione scura non saresti credibile” è quello che pensò. “Potresti star bene” è quello che rispose.
I capelli di Francesca erano così rossi da dare sull’arancione. A lei non piacevano particolarmente ma gli altri parevano trovarli invidiabili. Era quasi certa che era un modo come un altro per trovare un argomento di cui parlare con persone che non avevano nulla di particolare da dirle. Laddove gli argomenti e la fantasia scarseggiavano, ecco che si palesava qualcosa di più che appariscente per rompere il ghiaccio.
Intanto avrebbe voluto chiedere che capelli, che faccia, che occhi avesse Giulia, almeno per sapere a chi avrebbe dovuto fare tanti auguri. Ma poi, anche sapendolo, cosa avrebbe dovuto fare e dire per rendere credibile quella scena?
“Ciao, sono Francesca. Tu non mi conosci, ma una mia amica mi ha detto di venire perchè non voleva venire sola. Chi è la mia amica? Non conosci nemmeno lei, ma è stata invitata da uno che le piace e che ti conosce e al quale tu hai detto: porta chi vuoi, c’è posto per tutti”. Il solo suono della frase le parve così drammaticamente ridicolo da farla sorridere lievemente mentre un ragazzo le chiedeva se i suoi capelli fossero rosso naturale o no. Poi, un attimo dopo, le venne da sospirare, pentendosi di essere andata alla festa dell’amica dell’amico della sua amica. Ma chi era questa Giulia?
Mentre si chiedeva questo assieme al motivo per cui aveva ceduto a quell’invito, mentre si rendeva conto di avere voglia di andare a prendere il suo blocchetto e la sua penna, sentì alle sue spalle, nella sala di quella lussuosa casa, una nota di pianoforte scordato.
Si voltò, svegliata dai suoi pensieri e le venne in mente l’incipit di una storia da scrivere guardando un ragazzo con gli occhi neri e i capelli spettinati che osservava accigliato la tastiera di un pianoforte a muro. Aveva appena toccato un tasto ed emesso un suono rotto, non gradevolissimo, ma che a lei era piaciuto. Forse perchè in quel tripudio di voci anonime e domande inutili quella nota era stata un’imperfetta rottura, forse perchè il ragazzo aveva una posizione goffa ed aveva una giacca fuori moda e i capelli spettinati e senza gelatina.
Ma anche questa volta aveva immaginato una storia troppo intensamente, e con stessa intensità aveva guardato quel ragazzo, il quale se ne era accorto. Si voltò verso di lei e lei di riflesso si era rivoltata e andata a passo svelto verso il banco delle bibite. Mentre aumentava il passo, sentiva che gli serviva da bere. Aveva bisogno della sua penna e del suo taccuino.

Samuel si accorse che qualcuno lo guardava. Lo percepiva sulla pelle e non capì se la cosa gli piaceva o no.
Alzò lo sguardo per un attimo e vide una ragazza longilinea, diversa dalle altre. Non capiva per cosa; forse perchè non era truccata. Forse perchè non aveva la minigonna. Sta di fatto che non capiva per quale motivo lo guardava, perchè avesse attirato la sua attenzione in una sala immensa, in una casa immensa.
Samuel era entrato nella sala dopo che i suoi compagni di classe si erano ampiamenti distratti dietro alle amiche di Giulia, che ci avevano invitati a quella festa, dove si poteva invitare chiunque chè tanto per chiunque c’era posto.
Il giardino era pieno di gente. Allora si era diretto verso l’ingresso. Ma anche quello era pieno di gente che parlava, urlando. Allora era andato verso una grande vetrata, entrata di un’immensa sala. Ma anche quella era piena. Proprio in quella stanza aveva sentito un’odore familiare. Lo avrebbe riconosciuto fra mille odori diversi, di mille colonie firmate più o meno costose; era l’odore del ciliegio smaltato di un pianoforte. E infatti, dopo aver perso gli occhi neri in giro per la sala, sulle teste della gente, aveva visto, in una casa enorme, piena di mille persone e di nessuno, piena di tante cose ma di nulla, un grande pianoforte a muro.
Fu come riconoscere un estraneo in un campo di sterminio. Si sentiva vicino a lui. Chi suonava il piano in quella casa? Si avvicinò allo strumento facendosi strada tra la folla in maniera silenziosa quanto maldestra. Era magro e non troppo alto, eppure il suo modo di fare goffo fece si che riuscì a calpestare i piedi a chiunque fosse sul suo tracciato.
Alzò silenziosamente il copri tastiera e toccò un LA. Il suono che ne uscì fu stonato. Accasciò la testa affranto; un piano così bello, era scordato. Nessuno lo suonava dio solo sapeva da quanto.
In quel momento sentì lo sguardo di qualcuno su di lui. La vide correr via pochi attimi dopo.

Paolo spense la sua sigaretta schiacciandola sul davanzale della finsetra.
Si era rifugiato sulle scale buie, dove probabilmente i servi e i padroni non sarebbero mai passati quella sera. Intanto con una matita dalla punta doppia continuava a annerire alcune parti del disegno che aveva fatto in venti minuti.
Mezz’ora prima aveva sentito qualcuno salire le scale della grande casa, nel buio. Era una ragazza dai capelli rossi che correndo su per le scale non lo aveva nemmeno notato. Scese dopo pochi minuti, forse nemmeno tre, e Paolo notò che avevain mano un taccuino. Gli sembrò un raggio di sole nell’oscurità solo per quello che aveva in mano.
“Ehi scusa, mi daresti uno dei tuoi fogli?”.
La ragazza non lo aveva visto nemmeno mentre scendeva, dal momento che sentendo la sua voce dalla parte più in penombra delle scale, aveva sussultato ed emesso un gridolino di spavento.
“Scusami, non volevo spaventarti” si giustificò Paolo.
“No, scusa tu”, disse lei ancora con la mano tremolante sulla fronte.
“Allora, puoi darmelo un foglio?” interruppe Paolo il silenzio durato qualche secondo.
“Sì, sì certo, come no?”. Strappò un paio di fogli e li porse al ragazzo.
Lui ringraziò con un sorriso e lei andò via, correndo come prima.
Paolo aveva allora iniziato a disegnare, dei capelli lisci e ramati che correvano dietro ad una figura filiforme. E si accese una sigaretta. Sperò intanto che nessuno sarebbe più passato da quelle isolate parti sinchè non fosse giunta l’ora di riaccompagnare la sua ragazza, amica di Giulia, a casa.

Luca sentiva che il piede sinistro gli faceva un po’ male, e si sedette su una panchina nel giardino, da solo chiedendosi: ma cosa ci faccio io qui?
Francesca cancellò l’ultima frase che aveva scritto sul suo taccuino.Lo fece con rabbia, rendendosi conto che la sua creatività si era fermata.
“ma cosa ci sto a fare qui?” si chiese.
Samuel rivide in lontananza, dall’uscio della casa dalla quale stava uscendo, la sagoma della ragazza che prima lo fissava.
Avrebbe voluto andar via.
Paolo guardò dalla finestra aperta delle scale, dove stava ormai da quasi un’ora. Aveva finito il suo secondo disegno e non aveva più fogli. Era ora di andarsene e rendendosi conto che la finestra non era troppo in alto e che non voleva riattraversare la sala, decise di saltare e andar via.

Parte II
“Adesso mi alzo; devo solo attraversare la sala. Nessuno mi vedrà andar via, nessuno mi chiederà nulla. Arriverò alla porta, poi al cancello e sarò fuori da questo inferno”.
Questo pensava Samuel, guardando, dal divano sul quale era seduto con non meno di 15 sconosciuti, mentre guardava due ragazze segute con le gambe accavallate sul copritastiera del piano scordato.
Parlavano civettando con due tipi dalle frange piatte e i jeas strappati. Sarebbe andato lì e li avrbbe presi tutti a calci. Per vendicare l’amico sconosciuto e scordato avrebbe voluto chiamare la polizia, a nome dei vicini di casa, per denunciare rumori orgiastici nella villa accanto. Una bella denuncia come vendetta per essersi seduti su un piano e per tenerlo li inutillizato, gli pareva equo.
Intanto, mentre l’idea della vendetta cresceva nella sua mente quasi come un modo per farsi coraggio nell’iniziare a percorrere quella stanza, piena e paurosamente vuota allo stesso tempo, Francesca lo vide passare di nuovo davanti a lei.
Samuel non se ne accorse. Pensava solo ad andare avanti e ad uscire. Guardava a terra e guardava la porta.
Francesca non capiva il perchè, ma quella persona gli dava l’impressione di qualcuno che non ti chiede, per rompere il ghiaccio, se il tuo colore di capelli è naturale o meno.
Ma forse era solo, come al solito, un suo modo per rendere meno alieno il presente, le persone, le circostanze. Inventare storie per creare qualcosa di suo anche in circostanze in cui nulla le apparteneva.
Francesca si conosceva da ormai 17 anni, quasi 18 e sapeva che a volte inventava storie per non restare delusa dalla realtà, vuota come quella stanza piena, di gente e di rumori.
Eppure, per quanto la cosa le sembrasse assurda e senza senso, riteneva interessante seguire con lo sguardo quel ragazzo che usciva dalla sala, mentre nessuno apparte lei pareva notarlo.
Si voltò e vide che la sua compagna di banco, Teresa, parlava con Claudia, un’altra amica invitata da amici di Giulia (ma chi era questa Giulia?). Anche Claudia le aveva chiesto dei suoi capelli. Era sicura che se si fosse allontanata per qualche minuto nessuno se ne sarebbe accorto.

“Ecco, ci sono. Solo 7 passi e sono fuori di qui”. Samuel vedeva quell’impresa difficile come lo era stato per Indiana Jones uscire dal tempio maledetto. Superare l’indifferenza degli altri era cosa facile; era sfuggire alla loro finta e distratta attenzione ciò che gli metteva ansia e che lo portò ad aumentare il passo.
Appena mise il viso fuori dalla grande vetrata sentì l’aria su di lui e ne provò sollievo.
“Col cavolo che attraverso il giardino” pensò vedendo i suoi compagni sul vialetto alberato parlare con ragazze in minigonna.
Svoltò a sinistra, inoltrandosi in un piccolo varco lasciato dalle siepi di rosa selvatica. Si fermò per un attimo ad odorare i fiori, sentendosi protetto la dietro. Su di lui c’era una finestra, non troppo alta. Era la finestra che illuminava le scale della villetta.
Menre respirava aria e rose e si sentiva un po’ più al sicuro, mentre si deconcentrava dai rumori e dalle voci del giardino e della casa… avvertì improvvisamente un dolore atroce sulle spalle e sulla nuca. Era un dolore causato da un impatto forte, un corpo proveniente dall’altro. Al dolore improvviso dell’urto, al rumore dell’impatto e allo stordimento frammisto di spavento, sentì una voce maschile chiedere:
“Ma che cazzo… chi sei?”.

Giusto il tempo di accorgersi di essere ancora vivo e cosciente, Samuel ebbe la capacità di rispondere alla domanda del ragazzo biondino caduto dal cielo.
“Io? Tu mi piombi addosso e mi chiedi chi soni io?”
“Scusami, fatto male?”
“Tu che dici?… porca putt….”
“Aspetta non ti alzare, mi faccio portare un po’ di giaccio”
Il tempo di varcare la siepe, Paolo si trovò faccia a faccia alla ragazza dei fogli e del taccuino sulle scale.
“Ciao. Non so chi sei, ma compari sempre al momento opportuno, ho bisogno di un po’ di ghiaccio, c’è un ferito”.
“Oddio chi?” sbirciò dietro alle sue spalle e vide per terra il ragazzo del piano scordato.
“Lo cerco subito” disse allontanandosi.

Appena Francesca voltò l’angolo per cercare il tavolo delle bibite, dove era più probabile trovare del ghiaccio, si rese conto che attraversare la sala affollata sarebbe stato in assoluto il modo più difficile per arrivare alla destinaziona ambita. La casa diventava sempre più piena.
Decise allora di resenare le pareti e le parti in penobra sotto i colonnati e le scale. Quella casa le ricordava la sala da ballo del Titanic e anche la sensazione di affondare da un momento all’altro era simile.
La luci soffuse della festa rendevano ancora più in ombra le parti che stava attraversando. Forse perchè era distratta dai rumori e dal pensiero dell’incidente avvenuto, forse perchè era normale per lei fare una cosa e pensarne mille atre, andò a sbattere contro qualcosa, qualcuno.
Schiacciò qualcosa, un piede molto probabilmente. Sì, nessun dubbio. Il lamento che aveva sentito le faceva capire che aveva appena fatto molto male a qualcuno. Eppure non era così pesante e non aveva il tacco. Come avevano potuto le sue polacchine morbide causare tanta sofferenza?
“Scusami”.
“No, tranquilla. Non è nulla”. La voce gentile e conciliante di Luca era troppo dolorante per non far sentire in colpa chi gli aveva appena calpestato il piede.
“Io sto cercando del ghiccio per un ragazzo che si è fatto male… se vuoi ne cerco per due”.

Parte III

Paolo vide riapparire la ragazza dai capelli rossi da dietro la siepe, e non era sola.
“Ho un altro ferito… ed ho ghiaccio per due”
“Ma che minchia di calamità si sta abbattendo su questa fottuta casa? Ti è caduto addosso qualcuno?” disse sconcertato Samuel, mentre continuava a tastarsi le clavicole, scettico sul fatto che fossero ancora integre.
“é colpa mia, disse Francesca, gli ho calpestato il piede. Sotto le scale non si vede nulla. Ma se non avessi fatt quella strada stareste ancora aspettando”.
Intando dava il ghiccio e i tovaglioli a Paolo, che si accingeva a fare dei tamponamenti di ghiaccio all’infortunato.
“No, tranquilla, smettila di scusarti, non mi hai fatto poi così male, ma un po’ di ghiccio lo metto comunque”.
Sedendosi accanto a Samuel tirò su di qualche centimetro il pantalone beige mostrando il collo del piede gonfio e livido.
“Miseria, quello te l’ho fatto io?” chise Francesca allibita.
Samuel e Paolo la squadrarono per capire come poteva essersi ridotto così dall’impatto con un corpo di si e no 45 chili.
“No, questo c’era già da prima. Davvero non sei stata tu. Diciamo che mi hai calpestato una ferita di guerra”.
“Alla faccia della guerra” concluse Paolo mentre Francesca porgeva l’impacco freddo al ragazzo.
“Che tipo di guerra combatti?” chiese Samuel sorridendo per la prima volta. “Calcetto?”.
“Ballo” rispose Luca guardando la parte da medicare.
“Sei un ballerino?”
“Sì. E tu in che battaglia ti sei ferito?” rideva, un po’, ma sembrava voler cambiare discorso.
“Questo quì mi è caduto addosso, precipitando dalla finestra” disse Samuel, indicando Paolo con la testa e facendo una smorfia di dolore subito dopo.
“Non sono caduto, mi sono buttato”.
“é dura suicidarsi buttandosi da 5 metri. Ma si può uccidere qualcuno”.
“Macchè suicidarmi! Volevo solo andarmene da questo posto di merda, e non mi andava di passare nè dalla sala nè dal giardino”.
“Ti capisco” aggiunse Samuel. “Credevo di essere salvo fuori da lì… invece…”
“Senti poeta meldetto, stare qui con la spalla quasi rotta e il culo per terra è sempre meglio che stare lì dentro”:
Tutti concordarono, in silenzio.
“Anche io cercavo l’uscita” disse Luca “non ne potevo più di stare qui”.
“Un fuggitivo imbranato e due feriti. Ma tu guarda che gruppo di sfigati. E tu, come mai sei qui? E come ti chiami?” chiese Paolo alla ragazza dai capelli rossi.
Non avrebbe mai detto che stava seguendo Samuel per pura curiosità. Ma di fatto non stava cercando di andare via. Forse era finita li per un gioco del destino, almeno così avrebbe scritto in uno dei suoi racconti.
“Sono venuta per soccorrere i cadaveri, e mi chiamo Francesca”.
Tutti e quattro sorrisero.

“Allora ballerino, – Paolo ruppe il silenzio creatosi per qualche secondo – rendiamo questa serata un po’ interessante. Parlaci della tua ferita di guerra”.
“Non credo che sarebbe molto interessante”.
“Dai, io credo di sì”.
Paolo era una persona irruenta. Francesca se ne era accorta; lei si era resa conto dall’inizio, dalla prima frase in cui il ragazzo aveva cambiato argomento, che per qualche motivo non era facile per lui parlarne. Tuttavia sentiva di voler sentire quella storia lo stesso e non intervenne per cambiare argomento come forse quel ragazzo longilineo e dagli occhi chiari avrebbe voluto. Se ne vergognò, di questo suo egoismo, per qualche secondo. Ma voleva conoscere quella storia e quella guerra.

Parte IV
Ferite di guerra
“Non so se mi posso definire un ballerino… uno vero intendo. Mi sembra di mancare di rispetto a chi nella vita non ha fatto altro che ballare. Per me è un po’ diverso. Da piccolo le sole ferite che potevo avere erano le sbucciature al ginocchio di quando giocavo a calcetto. Era semplice per me e per i miei amici appassionarci di calcetto. I cartoni animati per maschi parlavano solo di questo, i nostri padri erano tifosi di calcio e anche noi lo eravamo. Non si parlava di politica o di filosofia. Solo di calcio.
La ballerina era mia sorella, invece. In famiglia abbiamo tutti strutture fisiche simili. Tutti abbastanza smilzi, e anche per questo lei come ballerina era credibile.
Per farla breve un giorno è toccato a me andarla a riprendere dalla scuola di danza. Non ero mai andato a vederla nemmeno ai saggi, perchè convinto che mi sarei annoiato a morte. Invece quel giorno mi dovetti sorbire le sue prove, i suoi passi. Il ritmo, la musica ad alto volume, il conteggio del tempo a voce alta e il battere dei piedi sul pavimento di legno.
Una folgorazione, un momento di rivelazione. Era così che mi sentivo, era quello che intendevo per vivere la musica. Lungi da me il volerlo dire ai miei amici e alla mia famiglia, tenni quel pensiero dentro di me per un po’. Tutto era stato normale in fondo, sino a quel punto. Io, maschio, giocavo a calcio, Lucia, mia sorella, ballerina.
Continuai a giocare a calcetto, ma mi facevo quasi sempre male. Nei giorni di convalescenza andavo a prendere Lucia dalla palestra. Non andavo quando lei doveva uscire, ma almeno un’ora prima.
La sua insegnante un giorno mi disse, dopo avermi squadrato, sorridendo: “Il fisico da ballerino è una dote di famiglia. Fossi in te non sprecherei le mie doti”. Avevo appena 12 anni, non potevo sapere quale fosse la cosa giusta da rispondere al momento giusto… fugurarsi la cosa giusta da fare. Allora andai avanti così, sognando e fingendo di ignorare quello che avrei veramente voluto fare. I miei amici non avevano una buona considerazione di chi faceva qualcosa di diverso da loro: prendevano in giro quelli che giocavano a scacchi e non a calcio, sfottevano quelli che non tifavano per la loro dquadra, avrebbero di carto dato del frocio ad un ballerino. Non li misi alla prova; col tempo quella compagnia mi stava sempre più stretta. Arrivai a 14 anni e decisi che volevo andarmene. Non volevo più stare a casa, né con i miei amici. Odiavo la mia scuola e credevo di non fare più nulla per cui valesse la pena di fare niente. Uno psicologo del liceo la chiamò depressione. Prima che un simile sospetto potesse arrivare alla mente dei miei genitori, convincendoli a mandarmi da uno strizzacervelli e starmi sopra come delle cozze, feci richiesta per fare un anno di studio all’estero. Mio padre era d’accordo, ma voleva mandrmi negli Stati Uniti. Io non volevo. Avevo scelto la Russia. Motivai la scelta dicendo che costava molto meno ed avrei potuto prendere una borsa di studio al 90% della copertura dei costi. In realtà mi ero informato ed avevo scoperto che in Russia e in Albania ci sono i migliori metodi di insegnamento di discipline legate alla danza. Sono partito e lì posso dire di avere scoperto come si fa a vivere.
Facevo quello che sentivo, ormai da quasi tre anni, ma non potevo fare, vivevo la mia vita senza doverla giustificare. Perchè la verità è che a volte il solo modo che abbiamo per ritrovare noi stessi è quello di allontanarci da chi ci conosce troppo bene. Non vogliamo deludere gli altri, e ci riusciamo, ma puntualmente, senza renderecene conto, deludiamo noi stessi, iorno dopo giorno. E ogni parte di noi si allontana da noi ogni giorno di più. Sinchè un giorno, non ci accorgiamo che ci siamo del tutto persi di vista.

5 Commenti a “La festa di Giulia”

  1. andrea dice:

    Ciao Sabrina! E’ un piacere rileggerti :)
    Beh come inizio non c’e’ male. Bello il modo in cui hai concatenato i vari pezzi di storia, alternando i punti di vista differenti.
    Resto in attesa del seguito…

  2. sabrina dice:

    Ciao Andrea.
    Per me è un piacere tornarea POSTARE. (vi ho sempre letti anche in questi periodi frenetici e incasinati al lavoro!).
    Spero continui a piacerti e non deluda le aspettative!
    Grazie mille per aver letto.
    S.

  3. ilaria dice:

    Bello, non vedo l’ora di leggere il seguito!!

  4. fabio dice:

    Ciao Sabrina,
    avevo saltato la prima pare, e così ho letto tutto ora ^___^
    L’intreccio delle varie situazioni mi sembra buono,la seconda parte più divertente.
    Speravo fosse finito… invece no, Uffi ^_^ mi toccherà attendere il seguito.
    Fai presto.. ehh?

    Fabio

  5. caterina dice:

    Ciao Sabry,
    mia adorata e fantastica amica…in questo racconto c’è l’anima, la tua bellissima anima….sei veramente una persona speciale, continua a scivere e a regalare emozioni.

    tua catecara

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