Salvatore Francone

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Lo strano caso della porta alchemica

Pubblicato da salvatorefrancone il 31 marzo 2008

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lo strano caso della porta alchemica

 

Ben arrivato professore, ha fatto buon viaggio?”

Poteva andar meglio mio caro Carlo. –rispose l’uomo con un accento tipicamente nordico- Il mio aereo è partito da Londra con ben quattro ore di ritardo. Contavo di arrivare a Roma per ora di cena e invece….”

Non si preoccupi professore, se vuole posso servirle qualcosa da mangiare. Non sono uno chef ma da buon italiano so cavarmela bene anche in cucina.”

Vi ringrazio ma non è proprio il caso, –rispose- sono talmente stanco, a quest’ora, che non vedo altro che un buon letto. Piuttosto mi usi una gentilezza: ho già chiamato mia moglie non appena arrivato all’aeroporto di Ciampino, non più di mezz’ora fa ma sa come sono le donne? Nel caso domattina non dovessi svegliarmi per le otto, chiami lei stesso questo numero da parte mia, chieda di mia moglie e me la passi direttamente in camera.”

Stia tranquillo professore, sarà fatto!”

Howard Breadley aprì la tenda e guardò fuori della finestra della sua camera d’albergo. Erano appena le sette del mattino, il cielo era terso ma si accorse che durante la notte la temperatura doveva aver raggiunto valori molto bassi, i tetti circostanti, infatti, erano completamente ghiacciati.

Sbadigliò un paio di volte poi stiracchiò le braccia per ridestarsi dal torpore. Intanto, attraverso i vetri, guardava S. Pietro in Vincoli sonnecchiare ancora. A quell’ora la vita della città non aveva certo ripreso il suo pieno ritmo. Si trovava a Roma solo dalla notte prima ma conosceva la città abbastanza bene. C’era stato molte altre volte ed ogni volta ne rimaneva completamente ammaliato. Mentre osservava distrattamente quell’ inconsueto scenario, iniziò ad organizzarsi mentalmente la mattinata, non voleva perdersi neanche un’ora di quella vacanza ma non aveva fretta, quindi l’avrebbe vissuta con la massima calma ed in tutto relax. In realtà non si trattava di un vero viaggio di piacere. Stava sviluppando alcuni studi sull’architettura italiana dei primi del 600, per conto della scuola inglese dove insegnava, a lavoro ultimato, a scopo divulgativo, gli articoli sarebbero stati inseriti in alcune pubblicazioni scolastiche di storia dell’arte, quindi oltre alle visite ai vari monumenti, piazze e musei, avrebbe dovuto scattare fotografie e consultare le varie biblioteche per documentarsi adeguatamente. Aveva più di un mese a disposizione, poi ci sarebbero state le feste di Natale perciò avrebbe potuto lavorare con calma e, magari, divagarsi anche un pò. Sua moglie, Nora, conservatore capo del British Museum, era rimasta a Londra per impegni di lavoro ma lo avrebbe raggiunto non appena si fosse liberata.

Si avvicinò allo scrittoio ed alzò il ricevitore del telefono, compose il numero nove ed in pochi secondi si collegò con la direzione dell’albergo.

Ben alzato professore, –esordì l’impiegato- posso metterla in comunicazione con il numero che mi ha lasciato stanotte?”

Dopo aver rassicurato Nora e dopo una buona doccia calda si vestì, quindi scese nella sala ristorante per consumare la prima colazione. Quando ebbe finito si diresse al bar, si avvicinò alla cassa e chiese dei gettoni telefonici, quindi andò al telefono. Estrasse una piccola rubrica dalla tasca interna della giacca, la consultò e subito dopo compose un numero.

Vorrei parlare con il Dr. Nobili” –disse-

Sono io, –rispose l’interlocutore- con chi ho il piacere di parlare. –soggiunse-

Mio caro Marco, – rispose Howard- sono davvero felice di sentire la tua voce, anche se un po’ deluso che tu non abbia riconosciuto la mia.”

Howard! –esclamò con gioia l’amico- sei proprio tu? Che mi venga un colpo! Cosa ci fa il Prof. Howard Breadley qui a Roma?

Ufficialmente sarei in viaggio di lavoro, -rispose- ma ho abbastanza tempo da potermi concedere anche qualche giorno di vacanza. Pensavo che questa potesse essere una buona occasione per passare un po’ di tempo insieme non credi?

Ma certo, mio buon Howard. Concedimi solo pochi minuti, quanto basta per rendermi presentabile e sarò da te. A proposito dov’è che alloggi?”

Sono, come sempre, all’Hotel Byron, in S. Pietro in Vincoli, al Rione Monti. –Spiegò Howard-

Ricordo perfettamente. -rispose Marco- Tu, nel frattempo non muoverti, sarò da te in un’ora al massimo.

Howard stava per dire qualcosa ma non ne ebbe il tempo, il suo amico aveva già riappeso il ricevitore. Ritornò, quindi, al suo tavolo ed accese una sigaretta sorseggiando quel che rimaneva della sua tazza di caffè, ormai freddo. Mentre aspettava l’arrivo di Marco, la sua mente ritornò al giorno in cui, per una strana coincidenza, i due si conobbero: fu proprio a Roma, durante una delle tante volte, forse proprio la prima, che Howard si trovava nella capitale italiana. Il loro primo incontro avvenne in una biblioteca della città. Entrambi cercavano lo stesso libro ma quando Howard consegnò il modulo di richiesta allo sportello della distribuzione, si accorse che questo era già stato consegnato al Dr. Nobili. Howard si avvicinò allo sconosciuto e gli chiese con molto garbo se anche lui fosse uno storico dell’arte e se, dopo aver consultato il testo avrebbe potuto avvisarlo prima di restituirlo all’addetto, poiché anche lui cercava lo stesso libro. Marco Nobili si presentò porgendogli la mano e puntualizzò che non era uno storico dell’arte, bensì un medico chirurgo e che aveva l’hobby della storia e dell’architettura antica. Howard si presentò a sua volta e Marco gli cedette subito il libro, probabilmente per un atto d’ospitalità verso un forestiero. Finirono, invece, per usufruirne insieme, passando così una piacevolis-sima mattinata che diede inizio alla loro grande amicizia. Infatti, sebbene vivessero in paesi così lontani, mantenevano un’ assidua corrispondenza. Anche Marco di tanto in tanto si recava a Londra per far visita al suo amico, basti pensare che perfino le loro mogli si erano molto affiatate. Howard spense la cicca e si avvicinò alla reception:

Buongiorno Professore, –disse amichevolmente l’anziano custode- scommetto che va a comprare qualche quotidiano inglese se ricordo bene le sue abitudini!”

Buongiorno Carlo, -rispose Howard- non sbagliate e proprio ciò che intendo fare. Piuttosto, se durante la mia assenza dovesse arrivare Marco Nobili, vi prego di farlo attendere. Io starò via solo pochi minuti.

Quando Howard rientrò in albergo, con il suo giornale sottobraccio, riconobbe Marco di spalle davanti alla reception; probabilmente ingannava il tempo scambiando quattro chiacchiere con il custode. Ma non appena Howard varcò la soglia dell’albergo, Marco si voltò di scatto: “I miei omaggi Professor Breadley, -disse- riconoscerei ovunque il tuo passo, forse è colpa dei tuoi stivaletti inglesi, non metto in dubbio che siano d’ottima qualità, ma le scarpe inglesi sono piuttosto rumorose. Lascia che ti abbracci, –soggiunse- sono davvero felice di rivederti, vecchio filibustiere”.

Anch’io lo sono, -rispose Howard mentre gli stringeva vigorosamente la mano- ma devo smentire le tue affermazioni: queste scarpe, infatti, sono state acquistate in un negozio di Via Condotti. Saranno anche rumorose come quelle inglesi ma non sono meno romane di te ma bando alle chiacchiere. Vieni ti offro un buon caffè, e tu da buon italiano mi insegni che il caffé va preso comodamente seduti”.

Mentre consumavano i loro caffè, i due conversarono del più e del meno, raccontandosi a vicenda le ultime novità, giacché era ormai quasi un anno che non si incontravano. Infine Marco chiese ad Howard notizie più precise sul vero motivo della sua venuta a Roma e su come avesse programmato la sua permanenza.

Come ti dicevo al telefono –spiegò Howard- sto sviluppando uno studio approfondito sull’architettura italiana dei primi del 500 e le sue evoluzioni fino alla fine dell’800. Uno studio non solo degli stili architettonici ma anche della storia delle varie famiglie patrizie che nel corso dei secoli si sono avvicendate nei vari palazzi ivi compresi i miti e le leggende, laddove ve ne fossero”

Qui non hai che da scegliere, -rispose Marco- Roma è piena di vecchi palazzi su cui grava qualche antica leggenda ma sono solo storie tramandate dalla superstizione. Comunque sia non mi hai ancora illustrato il tuo programma di lavoro.”

E’ presto detto. -rispose Howard- La prima mossa sarà una visita alle biblioteche di stato, dove cercherò di approfondire i miei appunti su alcune antiche chiese dei quartieri poveri e di alcuni palazzi oggi dimenticati e che nel passato appartennero a nobili famiglie.”

Tutto qui? –chiese Marco- Allora cominciamo subito. Fa pure conto che io sia il tuo aiutante, la cosa mi diverte moltissimo. Vieni ho l’auto pronta qui fuori. –concluse-

La BMW rossa si fermò di fronte al maestoso edificio rinascimentale della Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio Emanuele II. Dopo aver superato l’ingresso, i due, ritirarono la carta d’entrata, quindi si diressero verso il grande scalone di marmo. Arrivati al primo piano Howard avvertì subito quell’ inebriante odore di antica carta stampata e di preziosi manoscritti. Erano appena le dieci del mattino e le sale erano già animate da un viavai di visitatori di ogni genere ed età, tutti, comunque, accomunati da un grande senso di rispetto per quel luogo. Il silenzio era infatti rotto soltanto da un lieve, discontinuo, brusio.

Non credi sia giunto il momento di andare a pranzo? –disse Marco guardando l’orologio- sono le due e venti.”

Caspita! Il tempo è letteralmente volato. E’ strano ma quando mi trovo in certi luoghi perdo completamente la cognizione dell’orario. Concedimi ancora dieci minuti, il tempo necessario per completare i miei appunti, tu intanto pensa a un buon ristorante dove poter gustare qualche piatto tradizionale della vostra cucina romana. Oggi sei mio ospite.”

Howard, sebbene piuttosto pratico delle strade di Roma, rimase a dir poco meravigliato quando Marco, parcheggiò l’auto nel proprio garage. Probabilmente il ristorante doveva trovarsi nelle vicinanze. Invece arrivarono in Trastevere con un taxi preso al volo. Howard non riusciva a capire lo strano comportamento di Marco.

Non dirmi che hai timore che ti rubino l’auto. –chiese-“

Proprio così. –rispose- Purtroppo, in questi ultimi anni, la delinquenza è molto aumentata, bisogna essere previdenti, specialmente in zone come questa. Ad ogni modo vale la pena correre qualche piccolo rischio se si ama la vera cucina romanesca. Si tratta di una antica trattoria dove si ha l’impressione che il tempo si sia fermato a cent’anni fa.” La “Taverna der Buttero” era, infatti, un’osteria tutt’altro che elegante: vecchi tavoli logori circondati da sedie di legno non meno consunte; pareti annerite dal fumo adorne di innumerevoli oggetti appesi: fiaschi impagliati, vasellame vario e le fotografie di vari personaggi più o meno noti della TV e dello spettacolo, immortalati coi proprietari del ristorante. Una vecchia ruota di carro costituiva, al centro del soffitto, uno stravagante lampadario a dodici luci; il pavimento in cotto aveva perso per l’usura il suo colore rossastro ed al passaggio era tutto un vacillare di mattoni. Ma l’immagine più poetica era lì vicino al camino acceso: una vecchia signora con uno scialle di lana multicolore sulle spalle un po’ curve e sul capo un vecchio foulard dai fiori vermigli annodato sotto la gola, maneggiava con maestria due grossi ferri da lana da cui pendeva una piccola calza rosa. Le sue mani continuavano a lavorare con una cadenza perfettamente ritmata, mentre i suoi occhi azzurri e vispi seguivano incuriositi i due unici avventori.

Buongiorno Dottor Marco. –disse la vecchia signora- Finalmente ci avete portato il vostro amico inglese, il Professore di cui ci parlate sempre tanto. Perché è di lui che si tratta non è vero?”

Salve Donna Ines. –disse Marco- Avete proprio indovinato, ecco il mio amico Howard Breadley, Professore di storia dell’arte all’Università di Yale”

E’ una scuola inglese? –chiese la donna- Io non l’ho mai sentita nominare! Ma non fateci caso, io non mi sono mai mossa da Roma……. E poi sono ignorante, non ho molta confidenza con le scuole. Piuttosto, il vostro amico professore, io melo immaginavo molto più bello, anche se devo ammettere che è molto elegante e che ha comunque un fascino particolare”.

I due, col permesso di donna Ines, presero posto al tavolo li vicino dove furono avvicinati da un uomo di notevole corporatura:

Non fateci caso, –disse l’omone- mia nonna è ultraottantenne e, come tutti noi, é di umili origini, così, non avendo ricevuto una buona educazione, dice tutto quello che le passa per la testa. Spero non abbia detto nulla di offensivo.”

S’immagini. –rispose Howard- E’ una donna adorabile, mi ricorda molto la mia vecchia madre.”

L’intrusione di Marco evitò che il discorso si dilungasse con il rischio di assumere toni tristemente nostalgici, e chiese al “buttero” cosa c’era di buono in cucina, considerando anche l’ora piuttosto inoltrata.

Rigatoni al sugo di pajata, -rispose- oppure bucatini all’amatriciana. Io vi consiglierei i rigatoni, da noi sono una vera specialità, mentre per secondo c’è dell’ottimo abbacchio, ci sarebbero anche delle bistecche ai ferri ma vi consiglio l’abbacchio è stato cucinato alla maniera antica e vi assicuro è una vera squisitezza.”

Devo dire che raramente ho mangiato così bene, -disse Howard- i rigatoni, poi erano davvero divini anche se non sono riuscito a capire con cosa fossero fatti”.

Dopo un buon amaro i due salutarono il buttero e donna Ines quindi Marco riaccompagnò Howard al suo albergo. Salito in camera Howard si distese sul letto si sentiva un po’ stanco, forse per il viaggio della sera pri-ma, forse per non aver dormito abbastanza, forse per colpa dell’aria di Roma o forse perché aveva bevuto qualche bicchiere di vino in più a pranzo. Sta di fatto che non ebbe neanche il tempo di svestirsi che cadde subito in un sonno profondo. La sensazione che provò al risveglio fu molto strana, aprì gli occhi e si sentì disorientato: “Ma questa non è casa mia. –pensò-“ Poi in un attimo ricostruì gli ultimi avvenimenti: “Già è vero questa e la mia camera al Byron di Roma, per un attimo la mia venuta in Italia si era completamente cancellata dalla mente….. che strano.” Guardò l’orologio e si accorse che erano passate le 21,00. Si sentiva tutto infreddolito, notò, infatti, che i termosifoni stavano appena riscaldandosi. Andò in bagno e si sciacquò il viso poi si rimise giacca e cappotto, prese dal tavolo i suoi appunti ed uscì dalla camera. Arrivato nella sala ristorante chiese al cameriere di servirgli qualcosa di caldo, poscia si sedette e, in attesa della cena, cominciò ad elaborare gli appunti presi in biblioteca: “S. Maria in Traspontina, S. Spirito in Sassia, Santa Maria Maggiore, San Giovanni in Laterano. Certo che questa città conta più chiese che strade. -pensò- Ma, a parte la loro architettura, non trovo nulla di interessante, nulla che non sia già stato ampiamente descritto, devo concentrarmi su qualcosa che possa ridare nuova vita a vecchi palazzi ormai caduti nell’oblio. Ecco, questa ad esempio…. Villa Palombara. Che strano, non ne ho mai sentito parlare. Pare che si trovi nel centro del quartiere Esquilino.” Quel quartiere, per quanto Howard ricordasse, doveva trovarsi nelle vicinanze di piazza Vittorio, una zona piuttosto vetusta e degradata dall’incuria e dalla moltitudine di bancarelle, ma per quanto si sforzasse non ricordava affatto che vi fosse una villa. Finalmente il cameriere arrivando alle sue spalle annunciò che la cena era pronta. Howard raggruppò i suoi appunti per lasciar posto alle vivande. Il cameriere appoggiò delicata-

mente la fumante minestra davanti ad Howard che subito gli domandò:

Mi scusi Pietro, lei conosce, per caso, Villa Palombara? dovrebbe trovarsi qui, nel centro di Roma.”

Villa Palombara? –rispose- Non mi pare……Villa Palombara. –ripeté sforzando la memoria- No, sono certo di non averne mai sentito parlare finora. E’ vero che vivo in Italia da oltre dieci anni ma le mie origini sono polacche. Mi spiace ma non posso esserle d’aiuto.”

Howard aveva appena consumato la sua frugale cena quando gli si avvicinò Pietro, il cameriere in compagnia del proprietario dell’albergo. Il signor Gianluca Ortis era un uomo molto ricco e di una certa cultura, aveva ereditato da suo padre alcuni ristoranti e l’hotel Byron ma, nonostante la sua attività imprenditoriale, sicura-mente proficua egli amava sfoggiare il titolo di dottore in lettere e filosofia. Una laurea che campeggiava al centro della parete del suo ufficio, proprio alle spalle della sua scrivania e della quale pareva essere smodata-mente orgoglioso, tanto da anteporla alla sua discendenza da una antica e nobile casata romana.

Buonasera Professore, spero che abbia fatto un buon viaggio. –disse Ortis- Mi diceva il nostro Pietro che lei era in cerca di notizie su villa Palombara se ho ben capito.”

Proprio così, -rispose Howard- ho trovato notizie molto vaghe negli archivi della biblioteca e mi ripromet-tevo di visitarla domani stesso. Nel frattempo speravo di racimolare qualche notizia in più.”

Sono spiacente, caro Professore ma temo che lei debba abbandonare l’idea di poterla visitare di quella villa, ormai, resta ben poco. Per quanto io ne sappia si trattava della dimora di Massimiliano Palombara, marchese di Pietraforte, un uomo vissuto verso la fine del 600 e sulla cui vita si allungarono misteriose ombre. La leggenda, infatti, lo vuole al centro di oscure storie di occultismo e di alchimia. Sembra che in quella villa egli organiz-zasse degli incontri con altri appassionati per le scienze occulte e che sperperasse le sue ricchezze per finanzia-re strani personaggi nei loro assurdi progetti. L’unica cosa della villa che troverà ancora in piedi, caro Profes-sore, è una strana porta, sulla quale vi sono incisi segni astrologici e brevi frasi in latino dal significato incomprensibile. Fu fatta costruire dallo stesso marchese e pare che fosse l’ingresso al giardino. Più o meno questo e tutto ciò che normalmente si diceva sulla villa e la sua famosa “porta magica”. In ogni caso sono sempre a sua disposizione nel caso avesse bisogno della mie modeste conoscenze storiche.”

Veramente interessante, -osservò Howard- è stato davvero gentilissimo a raccontarmi questa breve ma sug-gestiva storia. Credo proprio che valga la pena approfondire l’argomento.”

Il seppur breve racconto del signor Ortis riuscì a destare in Howard una grande curiosità. Il giorno seguente, infatti, svegliatosi di buon mattino, si preoccupò prima di ogni altra cosa di recuperare la sua Leika da una delle valige per poi caricarla con un rullino da 36 pose. Dopo colazione era pronto per approfondire le sue curiosità su quella villa fantasma.

Piazza Vittorio. –disse Howard al tassista che chiedeva dove condurlo-“

Curioso! –rispose l’autista- Lei ha tutta l’aria di essere un uomo colto, cosa ci va a fare in Piazza Vittorio? Sa non è per farmi gli affari suoi ma lì ci sono solo venditori ambulanti e qualche rudere.” Sceso dalla vettura, Howard si trovò in una piazza che aveva già avuto modo di vedere qualche anno prima. I grandi palazzi che la circondavano avevano la tipica struttura architettonica della fine del 600 ed una serie ininterrotta di arcate che la incorniciavano interamente. Ricordava perfettamente anche il grande giardino centrale e le rovine del Ninfeo di Alessandro Severo ma ciò che non ricordava era proprio la famigerata villa. D’un tratto volse lo sguardo alla sua destra e in lontananza vide una strana costruzione: un piccolo muro grigio con ai lati due statue grottesche, al centro di queste ultime quella che sembrava essere una porta di pietra sormontata da un disco marmoreo, forse un emblema. Quella doveva essere certamente la porta di cui aveva parlato Ortis. Bisognava avvicinarsi per poter scattare delle foto ravvicinate dei particolari. A passo spedito si avvicinò a quello strano monumento, stava quasi per raggiungerlo quando qualcosa lo fermò.

Una rete metallica. –pensò- Come avrò fatto a non accorgermene, eppure non è tanto sottile da trasparire ed io ho un’ottima vista.”

Non l’ha vista vero? – disse un anziano signore con un candido barboncino al guinzaglio- Non ci faccia caso, succede a molti, a volte accade anche a me, eppure io so bene che lì davanti c’è una rete, ma a volte me ne dimentico e ci sbatto contro. Il Comune anni fa decise di recintare la porta con questa grata per proteggerla dai vandali ma la cosa strana e che nessuno la vede finché non ci sbatte contro, forse è per questo che la chiamano la porta magica.”

Già, sarà così. –rispose Howard per niente convinto- Lo strano fenomeno, però, lo lasciò davvero sconcer-tato ed al tempo stesso irritato per non potersi avvicinare ulteriormente con la sua macchina fotografica. Senza perdersi d’animo smontò l’obiettivo della Leika ed al suo posto inserì un duplicatore di focale, su questo rimontò l’obiettivo ottenendo così un teleobiettivo non troppo potente, l’ideale per fotografare i dettagli a quella distanza. La porta era zeppa di strani simboli, forse astronomici seguite da bizzarre iscrizioni in latino.

In mezz’ora esaurì tutto il rullino. Aveva fatto un lavoro preciso e minuzioso. non aveva tralasciato nean-che un centimetro, non una sola incisione, non un simbolo di quella strana porta dalla quale si sentiva misteriosamente attratto. Senza degnare di un solo sguardo ai pochi resti della villa, Howard si mise alla ricerca di un taxi libero, ansioso com’era di saperne di più. L’auto si fermò in prossimità di via della Conciliazione, dove si trovava l’ambulatorio medico del suo amico Marco. Sceso dall’auto entrò nel negozio di fotografo indicatogli dall’autista e che era lì a pochi metri:

Avrei bisogno di sviluppare queste foto. –disse Howard al negoziante- Ma mi occorrerebbero nel minor tempo possibile, anche se c’è da pagare qualcosa in più.”

Deve darmi almeno un paio d’ore di tempo. –rispose l’uomo- Mi lasci il suo nome e ripassi dopo le tredici, le prometto che le troverà pronte.“

Magnifico! –esclamò Howard- Non speravo di meglio. A più tardi allora e mille grazie. Ah, dimentica-vo….il mio nome è Breadley, Howard Breadley.”

Uscito dal negozio si diresse verso l’ambulatorio di Marco Nobili con l’intenzione di trattenersi da lui nel-l’attesa che le foto fossero pronte e dopo, magari, pranzare anche insieme.

Mi segua Professore, –disse la segretaria di Marco– il dottor Nobili è occupato con una paziente, ne avrà ancora per una mezz’oretta, lei nel frattempo si accomodi nel suo studio privato. Nel caso voglia leggere qualcosa, sul tavolino davanti al divano troverà delle riviste, io intanto, le faccio portare un buon caffé.”

Howard sprofondò nel morbido, vecchio divano di pelle osservando i bellissimi oggetti del vecchio studio di Marco e sfogliando distrattamente qualche rivista ma i suoi pensieri non erano certo concentrati su quelle pagine. Infatti era impaziente di ritirare le sue foto.

Spero che tu non ti sia annoiato troppo. -disse Marco entrando nello studio- Questa era l’ultima visita di oggi, sono libero fino alle sei poi ho promesso a Silvia di accompagnarla a fare shopping.”

A proposito di tua moglie, -rispose Howard – perché non le telefoni, oggi siete miei ospiti a pranzo.”

Credo che tu debba rinviare il tuo invito, –ribatté Marco – poiché oggi sarai tu ad essere mio ospite, ero già d’accordo con Silvia che è ansiosa di rivederti. Mi ha detto di riferirti che non accetta rifiuti. Come vedi non hai scelta, dovrai accontentarti della sua cucina.”

Accetto con vero piacere e poi anch’io desideravo rivedere la tua affascinante metà che, oltre ad essere una donna di ottima cultura, è anche una cuoca eccellente.”

Usciti dall’ambulatorio, Howard rese partecipe il suo amico dell’indirizzo che intendeva dare alle sue ricerche e delle foto da poco fatte alla porta magica di villa Palombara.

Non dirmi che ti sei lasciato affascinare dalle tante dicerie che circolano su quelle quattro pietre. –ribattè Marco-.”

A dirti il vero, – rispose Howard – ne so talmente poco che rimanerne affascinato sarebbe eccessivo. Diciamo piuttosto che sono molto incuriosito, una curiosità accentuata anche dallo strano fenomeno di stamat-tina.” Marco gli chiese di quale fenomeno stesse parlando ed Howard gli raccontò dell’episodio della rete di recinzione. Un fatto a dir poco singolare per un uomo razionale come Howard che non aveva, oltre al tangibile, altra materia di lavoro.

Vediamo queste foto. – disse Marco entrando nel negozio – Hai sempre la tua stupenda Leika? –chiese-“

Eccome! E’ proprio con quella che le ho scattate ed è qui nella mia borsa. Anche lei è una amica fedele incapace di tradirmi.”

Cosa le devo per le mie foto? –disse rivolgendosi al negoziante-“

Solo duemila lire. –rispose l’uomo- Sono spiacente ma il suo rullino era completamente sovraesposto, osservi anche lei, la pellicola è completamente bruciata”.

Vuole scherzare spero. – disse Howard allarmato –“

Ma quando ebbe la pellicola tra le mani si accorse che era completamente priva di immagini, una lunga striscia di celluloide interamente nera.

C’è da non crederci. –osservò Howard – Il rullino era nuovo ed io non sono affatto un principiante in fatto di fotografia. Ho scattato quelle foto avendo cura di ogni parametro: esposizione, velocità di otturazione, avevo montato perfino un duplicatore di focale per avvicinare le immagini. Non riesco a capire, in cosa posso aver sbagliato?”

Leggo sul tuo viso una grande delusione. – osservò Marco – Erano davvero così importanti quelle foto?”

Non si tratta di questo, – rispose – sono contrariato dal fatto che non riesco a dare una spiegazione logica ai due fatti: le foto bruciate ed il cancello invisibile. Non ti nascondo che mi sento un po’ confuso, comincio quasi a credere che tra di loro vi sia un legame.”

Ti prego non cominciamo a dire eresie. Non vorrai farmi credere che hai dato credito a tutte fandonie che si

raccontano?”

No! Certo –rispose – ma devi, comunque, riconoscere la loro singolarità.”

Su questo non posso contraddirti ma non vorrei che ciò ti tolga l’appetito, la mia Silvia non te lo perdonerebbe. Sai, è da stamattina presto che armeggia in cucina con il preciso intento di dar fondo a tutta la sua esperienza e in fatto di cucina romana ne ha da vendere, è romana da almeno cinque generazioni.”

Allora non possiamo farla attendere. – rispose Howard – Sarebbe davvero scortese da parte mia ma d’altra parte ho una attenuante, non ne sapevo nulla. Come mai non mi hai avvisato prima?”

Ho cercato di farlo. Ti ho telefonato stamani in albergo, tu eri già uscito ma non mi sono preoccupato più di tanto sapendo che mi avresti raggiunto in ambulatorio. A proposito, – soggiunse – non ti ho neanche detto che siamo in partenza per Parigi. Sono stato invitato ad un convegno sulle nuove tecniche di medicina preventiva. Pare che ci saranno diversi luminari di varie branche del settore. Sai meglio di me che al giorno d’oggi bisogna andare al passo con i progressi e tenersi sempre informati sulle ultime scoperte se non si vuole rischiare di rimanere indietro. Ma non preoccuparti non ti lascerò da solo per molto tempo, quattro o cinque giorni al massimo.”

I miei complimenti a Silvia, un pranzo veramente luculliano. –disse Howard al termine del pranzo – Mi spiace solo che Nora sia stata trattenuta a Londra per lavoro e non abbia potuto assaggiare queste prelibatezze.”

Sono lieta che ti sia piaciuto. – rispose Silvia – Ciononostante leggo nei tuoi occhi una strana espressione, mi sembri preoccupato anzi contrariato per essere più precisa. C’è forse qualcosa che non và, se non sono troppo indiscreta?”

Figurati, -rispose Howard- tu e Marco siete come persone di famiglia e sebbene geograficamente distanti siete affettivamente coloro che ci sono più vicini. E’ vero, -proseguì – c’è una cosa che mi lascia perplesso, anzi due…..” Howard raccontò anche a Silvia dei due strani avvenimenti di quella mattina. La donna dopo alcuni attimi di riflessione disse:

La porta magica, meglio conosciuta come “porta alchemica”. Non è la prima volta che si parla di questo particolare fenomeno di presunta invisibilità della rete di cinta. Alcuni sostengano che si tratti di cosa attribui-bile alla rifrazione della luce solare in una particolare ora di alcuni giorni dell’anno non meglio definiti. Questo forse spiegherebbe anche la perdita delle tue foto. Perché non ci riprovi? Magari con una pellicola di minore sensibilità.”

E’ proprio ciò che ho intenzione di fare, – rispose- ma torniamo a quanto dicevi a proposito di quella particolare condizione di luce; per quanto ho capito si tratta di un fenomeno che si ripete più volte all’anno o sbaglio?“

Proprio così ed ora che mi ci fai pensare sembra che ciò avvenga in dipendenza di certe particolari congiunzioni astrologiche. Almeno così dice la gente . Devo anche averlo letto su di una pubblicazione di antiche leggende romane. Credo di averla ancora tra i miei libri, se vuoi posso cercartela.”

Te ne sarei veramente grato. –rispose Howard mordendosi le labbra e volgendo lo sguardo al soffitto.”

Marco che fino a quel punto era rimasto in silenzio cominciò a preoccuparsi dello smodato interesse del suo amico per delle banali dicerie legate a semplici superstizioni.

Non prenderai troppo sul serio queste coincidenze spero.”

No! Certo che no, ma vedi è il mio io che si ribella a qualcosa a cui non so dare una spiegazione.

Probabilmente si tratta di “deformazione professionale” che mi induce a ricercare una spiegazione anche laddove la risposta potrebbe essere semplicemente una pellicola esposta alla luce o un fenomeno solare, tuttavia non riesco a reprimere il desiderio di andare fondo.”

Eccolo! –esclamò Silvia quasi trionfante- L’ho trovato. Era quasi sepolto sotto una pila di romanzi in camera da letto. Puoi tenerlo quanto vuoi, spero solo che possa esserti utile.”

Bene, amici miei, -disse Howard- credo proprio che sia venuto il momento di salutarvi.

Siete stati davvero affettuosi ad invitarmi a pranzo, con tutte le cose che avrete da fare prima della partenza. Vi auguro buon viaggio e mi raccomando fatevi sentire quando arriverete a Parigi.

Io, nel frattempo, cercherò di raccogliere quante più notizie possibili su questo argomento. Non so perché ma

sono convinto che mi trovo al cospetto di qualcosa di veramente avvincente.”

Tornando in albergo Howard passò dal negozio di fotografo per comperare un nuovo rullino, questa volta meno sensibile di quello precedente. Quando salì nella sua camera cominciò a scorrere le pagine del libro avuto da Silvia “Leggende romane”. L’autore narrava delle varie leggende che, secondo la tradizione, serpeggiavano intorno ai più famosi palazzi e ville patrizie. Non erano pochi i casi di vecchie abitazioni infestate da inquietanti presenze: Villa Stuart, Villa Manzoni, Villa Bessarione, Villa delle Sirene e finalmente Villa Palombara con la sua “Porta magica”.

Si narrava che nell’antichità fosse l’ingresso al giardino della villa, un giardino segreto poiché erano solo in pochi ad aver visto “gli horti”, come li chiamava Massimiliano Palombara, un personaggio dotato di grande cultura e possidente di enormi ricchezze; egli era famoso per essere un cultore delle arti esoteriche, negromantiche, alchemiche e spiritistiche. Tra i suoi seguaci più illustri si annoveravano la regina Cristina di Svezia che dopo aver abdicato si stabilì a Roma nel 1655. Nel giardino vi era una sorta di dependance che pare fosse il luogo di riunione di uno sparuto numero di adepti e che in seguito ospitò anche un laboratorio alchemico dove il marchese effettuava con scarso successo i suoi esperimenti di trasmutazione dei metalli.

La leggenda narrava che il marchese, un giorno, trovò un giovane nascosto nel suo giardino. Egli gli domandò chi fosse e cosa stesse facendo nei suoi horti. Si trattava di un certo Giuseppe Francesco Borri, giovane milanese, scacciato dal collegio dei gesuiti, dove studiava, poichè ricercato dall’inquisizione in quanto sospet-tato di praticare arti occulte.

Dopo essersi scusato per l’intrusione, il giovane spiegò che era entrato per cercare alcune rare erbe necessarie ai suoi esperimenti scientifici.

Questi entrò subito nelle grazie del marchese il quale gli offrì ospitalità e protezione e gli permise di utilizzare il proprio laboratorio per proseguire nei suoi studi alchemici. Così come apparse, il giovane Borri sparì senza alcun motivo concreto lasciando nel laboratorio, come uniche tracce dei suoi esperimenti un crogiuolo rovesciato da cui era colata una piccola quantità d’oro puro e delle pergamene contenenti formule scritte in latino accompagnate da strani simboli. Dopo innumerevoli tentativi di decifrare gli scritti del Borri, il marchese ed i suoi amici abbandonarono l’impresa e chiamarono in causa i maggiori sapienti della materia ma, anche questo tentativo fallì, le pergamene erano praticamente indecifrabili. Il nobiluomo, forse, aveva nelle sue mani il segreto di Borri ma non era in grado di leggerlo, era veramente disperato. Fece un ultimo tentativo facendo incidere tutto quanto era riportato nei manoscritti, sulla porta di pietra che da quel giorno assunse il nome di porta alchemica, nella speranza che qualche sapiente di passaggio, attratto da quei segni misteriosi potesse rivelarne significato. Delle due statue che fiancheggiano la porta, invece, si sa ben poco. Pare si tratti dell’ef-figie del dio Bes, una divinità egiziana antropomorfa. Era considerato protettore del parto e dei neonati, patrono dei danzatori ed allontanava il malocchio. “In effetti non è molto. –pensò Howard- Avrei bisogno di consultare dei testi più antichi e poi di poter studiare quei simboli e quelle formule per vedere se riesco a ricavarne qualcosa, ecco perché le foto mi sono indispensabili. Domattina ci riproverò con questo nuovo rullino.“

Il mattino dopo, infatti, Howard si destò prestissimo, era ancora buio e lui era già pronto per uscire. Doveva arrivare alla porta alchemica prima che la piazza cominciasse a pullulare di vita, solo così avrebbe potuto mettere in atto il piano che si era prefissato. Un’idea assurda ed anche pericolosa ma valeva la pena tentare.

Quando arrivò in Piazza Vittorio, il sole iniziava appena a far capolino dai palazzoni e le strade erano pressoché deserte. Howard pagò il tassista che continuava a guardarlo incuriosito e si avvicinò alla porta. Finalmente l’automobile partì allontanandosi velocemente. Era il momento che Howard stava aspettando. Si appiattì contro la grata e cominciò ad arrampicarvisi. La scalata si dimostrò meno facile di quanto sembrasse. Howard aveva solo 46 anni ma da buon intellettuale non aveva alcuna dimestichezza con prove atletiche di sorta. La grata, poi, vecchia ormai di molti anni aveva subito vandalismi ed intemperie, perdendo così buona parte della sua origina-ria stabilità rendendola, in alcuni tratti, pericolosamente vacillante. Arrivato in cima, guardò in basso ed ebbe quasi un capogiro trovandosi a quell’altezza. In realtà non erano che poco più di quattro metri.

Andò tutto liscio e dopo aver portato le foto a sviluppare, decise di fare un salto alla biblioteca Alessandrina alla ricerca di qualche testo antico per approfondire le sue indagini. Consultando gli elenchi alla voce Alchimia, la sua attenzione fu rapita da un testo riguardante gli studi alchemici di Philippus Theophrastus Hobenheim, un medico e famoso alchimista svizzero vissuto alla fine del 400 meglio conosciuto in Italia con il nome di Paracelso. Questo enigmatico personaggio non gli era del tutto ignoto, egli ricordava vagamente di aver letto di lui su qualcuna di quelle strane riviste che si sfogliano per caso, per ingannare il tempo, in un negozio di barbiere. L’autore dell’articolo affermava che l’alchimista sarebbe stato il primo a trasformare il piombo in oro, secondo una ricetta da lui inventata che pare tenesse conto delle fasi lunari e di particolari combinazioni astrologiche. Ma Howard ricordava il nome di Paracelso per un’altra creazione che lo stesso si attribuiva, quella di un essere vivente che chiamò homuncolo, un piccolo uomo fatto nascere da un seme umano lasciato per nove mesi in gestazione al calore del letame dei maiali o dei cavalli. Howard sorrideva al pensiero di questo omuncolo che dopo una simile gestazione sarebbe stato alto non più di venti centimetri e che così sarebbe rimasto per il resto della sua vita: chiuso in un barattolo, come un cetriolo sottaceto, in attesa che qualcuno gli cambi l’acqua recluso in una prigione di vetro.

Con quel volume tra le mani ed assorto in quelle fantasie Howard non si rese conto del tempo che passava. Le sue foto, se mai fossero apparse dai negativi, sarebbero sicuramente pronte ma egli non nutriva che poche speranze. Entrò timidamente nel negozio, col fare del giovincello a cui è stata regalata la sua prima macchinetta fotografica ma non riuscì a spiccicare neppure una parola poiché il negoziante riconoscendolo esclamò impaziente per la curiosità:

Mi dica Professore, ma che razza di pellicola ha usato per queste fotografie?”

Vuole prendermi in giro, -rispose Howard- è una ottima, comunissima pellicola Agfacolor da 100 ASA in confezione da 12 pose, lei lo sa meglio di me, senza contare che è stato proprio lei a vendermela. Ma a cosa devo attribuire questa sua morbosa curiosità?”

Guardi lei stesso, -rispose l’uomo- non ci trova qualcosa di anormale in questa pellicola?”

Howard prese delicatamente la pellicola e la osservò controluce.

Le immagini sono tutte al positivo –esclamò-…… io volevo delle foto normali, come le è saltato in mente e come ha fatto a svilupparle in questo modo?”

E’ da stamattina che impazzisco per capirci qualcosa. E’ la prima volta che mi capita di sviluppare un negativo e di ottenere una pellicola al positivo, se non fosse per il fatto che il rullino gliel’ho venduto io, giurerei che si tratta di una pellicola per diapositive. Ma lei è proprio sicuro di aver usato proprio quel rullino?”

Ma certo, – rispose Howard- non ne avevo altri, è per questo che l’ho comprato!”

Mi creda, -disse l’uomo con tono mortificato- per quanto mi sforzi, non riesco a spiegare come sia potuto accadere. S’immagini che bella pubblicità se lo sapesse qualcuno in giro. Per fortuna che è capitato proprio con lei che è di passaggio, altrimenti avrei perso più di un cliente ”

Va bene, -disse Howard- non se la prenda, mi dica, piuttosto quanto le devo?”

Nulla -rispose- e mi scusi per i miei modi ma, dopo trent’anni di mestiere è la prima volta che mi capita una cosa simile. Spero solo che non faccia troppa pubblicità a questo episodio.”

Non si preoccupi, -disse Howard- anzi le stampi ugualmente così come sono, mi saranno comunque utili. Ripasserò a ritirarle questa sera prima di cena.“

La sera stessa, rientrando in albergo, Howard disse al cameriere che avrebbe preferito consumare la sua cena in camera. Quando ebbe raggiunto quest’ultima si mise subito in libertà, poi prese una lente d’ingrandimento dalla borsa quindi estrasse dalla tasca della giacca le foto appena ritirate. Malgrado le immagini fossero al negativo, erano abbastanza precise, tanto da distinguere sia i simboli che le frasi incise sulla pietra. Non restava che guardarle attraverso uno specchio. La prima foto riproduceva la soglia su cui si leggeva la prima frase in latino: “Si sedes non is”

Poi sull’architrave: “Horti magici ingressum Hesperius custodit draco et sine Alcide Colchicas delicias non gustasset Iason” E sugli stipiti: “Villae ianuam recludens Iason obtinet locuples vellus Medeae” – “Quando in tua domo nigri corvi parturient albas columbas tunc vocaberis sapiens” – “Qui scit comburere aqua ey lavare igne facit de terra caelum et de caelo terram pretiosam” – Si feceris volare terram super caput tuum eius pennis aquas torrentum convertes in petram “ – “Diameter phaerae thau circuli crux orbis non orbis prosunt”.

Era così concentrato che un lieve rumore lo fece sobbalzare, poi si rese conto che qualcuno stava bussando alla porta. Aprì e sull’uscio vi trovò il cameriere con in mano un grande portavivande.

Già, -disse- è la mia cena, me ne ero quasi dimenticato, la poggi lì per favore.”

Ma appena richiuse la porta tornò ad esaminare le sue foto. Prese carta e penna e cominciò a tradurre le frasi:

Se siedi non procedi. – Un drago custodisce l’ingresso del giardino magico delle Esperidi e senza Ercole, Giasone non avrebbe gustato le delizie della Colchide. – Oltrepassando la porta della villa Giasone ottenne il ricco vello di Medea. – Quando nella tua casa il nero corvo partorirà la bianca colomba allora potrai essere chiamato saggio. – Colui che sa cuocere con l’acqua e lavare col fuoco fa della terra cielo e del cielo terra preziosa. – Se farai volare la terra al di sopra del tuo capo, con le sue penne convertirai in pietra il torrente delle acque. – Il diametro della sfera, il tau del circolo, la croce del globo, non giovano ai ciechi.

La prima frase sembra l’unica ad avere un senso. –pensò- Se siedi non procedi, suona quasi come un invito ad andare avanti e a non fermarsi alle prime difficoltà. Ma in quanto alle altre non riesco a capire cosa possano significare e perché vi siano abbinati quegli strani simboli che, sebbene non ne sia certo , hanno tutta l’aria di

essere simboli astrali. Ci vorrebbe qualcuno che sia ferrato sull’argomento.”

Quando Howard si decise a scoprire il vassoio erano già passate le dieci e la sua cena ormai fredda. Tra un boccone e l’altro sfogliava il libro preso in prestito in biblioteca.

Leggeva, molto superficialmente, della vita di quel mago terapeuta e un certo scetticismo su quanto l’autore del libro affermava ma, d’altronde, anche l’autore aveva fatto parte di una strana e fantomatica corrente spirituale, quella dei Rosa+Croce.

Ad un tratto l’attenzione di Howard fu irresistibilmente attratta da una formula alchemica dove venivano raffigurati dei simboli che ricordavano inequivocabilmente quelli delle sue foto, era la formula per creare un particolare metallo, l’electrum magicum. con il quale si poteva fabbricare uno specchio in cui si potevano vedere gli eventi del passato e del presente, di amici o nemici e tutto quello che essi stavano facendo, di giorno e di notte, tutto ciò che è stato scritto o detto nel passato. Si poteva vedere in esso qualunque cosa per quanto segreta essa potesse essere.

I simboli della porta alchemica riproducevano forse le fasi della formula di Paracelso? In questo caso, il Borri doveva aver, in qualche modo, acquisito il procedimento per creare l’electrum e ciò poteva essere verosimile poiché Paracelso visse intorno al 400 mentre Borri duecento anni dopo.

A questo punto Howard ebbe la netta sensazione di aver imboccato la strada giusta. I simboli erano certamente riferiti ai pianeti e bisognava accoppiare il pianeta della formula di Paracelso alla frase latina di Borri corrispondente. Qualcuno bussò nuovamente alla porta. Howard rimase molto meravigliato nell’aprirla e scoprire che si trattava del Dr. Ortis.

Buona sera Professore, -disse- mi scusi se la disturbo ma considerato che si è fatto così tardi e lei non ci ha chiamati per il ritiro delle stoviglie, sono venuto a vedere se per caso avesse bisogno di qualcosa.”

No, grazie. Dovevo essere così assorbito da uno studio che sto svolgendo da non accorgermi dell’ora. Accidenti, -esclamò guardando l’orologio che aveva poggiato sul tavolo- è l’una e venti, mi spiace che si sia scomodato per colpa mia”.

S’immagini, diciamo pure che ho colto l’occasione sperando di trovarla ancora sveglio. Purtroppo soffro di insonnia e ricordavo che anche lei, spesso, ha il mio stesso problema, così ho pensato di venirle a fare compagnia sempre che non la disturbi.”

Affatto, non avverto la minima stanchezza e non ho per niente sonno. Ma la prego si accomodi.”

Ortis sedendosi sul divano fu attirato dagli appunti di Howard e senza nascondere la sua curiosità estrasse gli occhiali da lettura dal taschino della sua giacca e li inforcò per osservarli meglio.

Incredibile. –disse- Ma come ha fatto a capire che Borri si riferiva ad una formula di alchimia paracelsica?”

E lei, come fa a sapere che ci sia veramente un nesso tra le due cose? Io mi sono limitato semplicemente a supporlo. Lei invece, mi sembra esserne seriamente convinto.”

Vede Professore, il mio cognome è Ortis, –rispose- ed i giardini di Massimiliano Palombara erano chiamati “Horti”. Non trova che ci sia una notevole assonanza?”

Già, è vero, non ci avevo fatto minimamente caso. –osservò Howard- E con questo?”

Bene, -continuò Ortis- come lei saprà, discendo da una nobile famiglia romana della quale non si avevano che vaghe notizie ed uno stemma tramandato dai miei trisavoli. Ebbene, le ricerche sui miei natali cominciaro-no dai registri araldici e dopo vari mesi di indagini riuscii solo a stabilire che lo stemma in mio possesso era quello dei Conti di Hortis, una nobile famiglia romana vissuta agli inizi del 700. Ben poca cosa quindi per la mia sete di approfondimento. Continuai a portare avanti la ricerca sulle mie origini consultando tutte le bibliote-che di Roma. Ricordo che in quel periodo ero completamente assorbito da questo assillo, non facevo altro che consultare testi antichi e vecchi manoscritti. Se non fosse stato per mia moglie e per i miei fedeli collaboratori che curavano coscienziosamente i miei affari avrei certamente chiuso bottega. Andai avanti così per svariati mesi senza riuscire a ‘cavare un ragno dal buco’, la storia degli Hortis sembrava non esistere. Finii quindi per rendermi conto che avevo sprecato troppo tempo rincorrendo un passato sepolto ormai dalla polvere dei secoli. A quel punto era meglio tornare alla realtà ed abbandonare ogni ricerca. Passò molto tempo ed io avevo quasi completamente abbandonato l’idea di far luce sulla storia dei miei antenati. Quel giorno, sei mesi fa per l’esattezza, io e la mia famiglia eravamo partiti per Cerveteri, dove posseggo una villa lasciatami in eredità da mio nonno che l’ebbe in eredità dal suo, vi avremmo trascorso alcuni giorni e festeggiato il 28 giugno, giorno del mio compleanno. Così una volta arrivati mentre mia moglie e la domestica si occupavano della cucina io me ne stavo tranquillamente in giardino a godermi un po’ d’aria buona. Mio figlio Giacomo, di circa undici anni, come al solito spariva in qualcuna delle sue immaginarie avventure nonostante le nostre raccomandazioni di non allontanarsi nei campi e, naturalmente, il compito di andarlo a cercare toccava a me. Ormai conoscevo tutti i suoi nascondigli, era come un gioco, un segreto tra noi due, le donne non dovevano saperlo, diceva lui. Verso le due la domestica mi avvertì che dopo poco, il pranzo sarebbe stato servito, pregandomi di scovare Giacomo dal suo nascondiglio. Lo cercai invano per più di mezz’ora ma evidentemente, non era in uno dei nostri luoghi segreti. Mi ricordai, allora, di quanto fosse sempre stato affascinato dalla vecchia soffitta, alla quale gli era stato proibito l’accesso. Vi arrivai col fiato corto, a causa della scalinata e per l’apprensione, lui invece, era lì sedu-to su di un antico baule con un vecchio libro tra le mani.

Guarda cosa ho trovato, -mi disse- dev’essere il diario di un nostro antenato, parla di noi, della nostra famiglia.” In quell’istante non detti credito alle parole del bambino, mi sembrò la solita scusa per evitare una paternale ma dovetti ricredermi subito dopo, quando ebbi tra le mani quel vecchio manoscritto che finalmente svelò le origini del mio casato. All’improvviso mi resi conto che ciò che avevo cercato per mesi era in mio possesso da anni senza che io ne fossi a conoscenza. Ma, forse, mi sto dilungando un po’ troppo, spero di non annoiarla –disse Ortis interrompendo il suo racconto-”.

Affatto! –rispose Howard- Continui la prego, questa storia oltre ad interessarmi mi affascina moltissimo”.

Bene! -disse Ortis riprendendo dal punto in cui si era interrotto- Colui che aveva scritto quel diario era proprio il capostipite della nostra casata, nato da un rapporto extraconiugale del marchese Palombara con la sua amante segreta, di cui si conosce soltanto il nome: donna Flora, una popolana che il marchese aveva conosciuto non si sa come ne dove. Costei si recava a Villa Palombara due o tre volte a settimana per curare i fiori del giardino ma, questo era solo un banale espediente per potersi incontrare con il padrone di casa. A sua volta, infatti, anche il marchese le faceva delle visite notturne non appena riusciva ad allontanarsi da casa senza essere visto. Pare che costei fosse una giovane di rara bellezza, di cui il marchese era perdutamente innamorato, di lei invece non si sa, se il suo amore verso il nobile fosse sincero o se mirava semplicemente al suo danaro. Sta di fatto, comunque, che riuscì a conquistare la totale fiducia del marchese il quale le confidava ogni suo segreto, la donna era al corrente, tra l’altro, di tutto ciò che accadeva nel suo laboratorio segreto. Flora, che era incinta, tenne segreto il suo stato finché la sua gravidanza non fu evidente, solo allora confessò al Marchese di aspettare un figlio suo. L’uomo in un primo momento avrebbe voluto dare libero sfogo alla sua ira ma si trattenne. Quel-la donna sapeva di lui fin troppe cose che, se rese pubbliche, avrebbero potuto nuocere gravemente la sua posizione. Le disse quindi che da quel momento avrebbe potuto chiedergli qualsiasi cosa di cui avesse avuto bisogno per crescere dignitosamente il nascituro. Ella rispose che era ben cosciente di non potergli chiedere di rendere legittima la sua paternità ma che in un modo o nell’altro avrebbe dovuto provvedere a procurargli un nome ed un titolo. Il nobiluomo, non si sa come riuscì a cambiarle l’identità ed a farla diventare la contessa Fiorenza Ortis con tanto di stemma nobiliare, dandole in dono la villa di Cerveteri, oggi mia ed una forte somma in danaro, strappandole in cambio la promessa di non tornare più a Roma. Sotto allo stemma degli Ortis si legge chiaro il monito del marchese a non svelare i segreti che ella conosceva: “NON OMNIBUS NOTUS EST ARCANUM HORTIS” Non tutti sanno il segreto degli Horti. Questa soluzione, che per il marchese al momento sembrava aver salvato le apparenze, non servì a mettere a tacere i suoi sentimenti. Il cuore del Marchese palpitava ancora per la bella Flora che, nel frattempo, nella sua nuova identità aveva intrecciato altre, importanti, relazioni con la nobiltà di mezza Italia, alcune delle quali ben più intime di una semplice amicizia.”

Incredibile! –disse Howard interrompendolo per la seconda volta- Lei ha tra le mani un documento di eccezionale importanza storica, spero lo custodisca gelosamente.”

Se si riferisce al diario, – rispose Ortis- le dico subito che non l’ho più.”

Cosa? –domandò Howard-

Già, è così. –rispose- Lei ora potrà pensare che tutto ciò che le sto raccontando sia pura fantasia, o peggio, menzogne, ma le garantisco che non ho aggiunto ne tolto nulla alle pagine originali del diario.”

Ma allora?”

Dopo aver letto il diario trovato da mio figlio mi resi conto di avere tra le mani un documento di grande valore, come giustamente lei ha osservato, quindi pensai di metterlo in una cassaforte a muro che avevo in villa e così feci. Dopo le feste pasquali dovendo rientrare a Roma lo recuperai, non potevo certo lasciarlo nella villa che, rimaneva disabitata per quasi tutto l’anno. Lo avrei portato a Roma per poi sistemarlo in un posto secondo me più sicuro, vale a dire la cassaforte di questo albergo, e così sarebbe stato se il caso non avesse voluto che proprio quel giorno, mezza Roma era in subbuglio per l’arrivo di un famoso divo del cinema. Quando arrivam-mo, il direttore del mio albergo mi chiamò al telefono chiedendomi di raggiungerlo subito. L’attore famoso aveva deciso di soggiornare proprio da noi ed il povero direttore si vide assalito dai giornalisti e dalla televisione. Senza neanche darmi una rinfrescata ne cambiarmi d’abito, mi precipitai in albergo ma non dimenticai di portare con me il diario degli Hortis. Mi feci strada con fatica tra la folla di curiosi che si accalcava all’ingresso dell’albergo e non fu facile superare la barriera degli agenti di polizia ai quali dovetti dimostrare la mia identità. Finalmente fui all’interno ma venni aggredito da una moltitudine di individui armati di microfoni e telecamere, nel frattempo uno dei miei dipendenti mi avvisò che il nostro famoso ospite era già stato sistemato nella suite n. due ma non mi disse la cosa più importante, il suo nome. Risposi evasivamente a decine di domande ed andai avanti così per circa mezz’ora finché congedandomi dai giornalisti diedi disposi-zione di chiudere le porte. Ero veramente esausto. Portai istintivamente la mano alla tasca destra della mia giacca dove poco prima avevo messo il diario, la palpai più volte senza guardare sperando di sentire tra le mani la forma rettangolare del piccolo volume, probabilmente dovetti impallidire poiché mi chiesero se stessi male ma io non risposi. Il diario era sparito.! L’avevo perduto nella confusione o, in quella stessa, qualcuno l’aveva rubato? Cercai ovunque sperando ancora di ritrovarlo, magari mi era inavvertitamente caduto dalla tasca ma la mia speranza si rivelò vana. Ricostruii mentalmente i miei movimenti, ero certo di essermi allontanato dalla mia auto con il diario stretto nella mano e di averlo messo in tasca solo dopo essere entrato in albergo quindi era sparito mentre venivo distratto dalle domande dei giornalisti. Eppure non avevo fatto nessun movimento che potesse farlo scivolare via, tanto più che nel caso in cui fosse caduto per terra i miei dipendenti lo avrebbero certamente consegnato nelle mie mani, così come per le innumerevoli volte in cui qualche cliente aveva perso o dimenticato qualcosa. Quando raccontai ai miei familiari della scomparsa del diario notai Giacomo impallidire ed ebbi la netta impressione che mi stesse nascondendo qualcosa. Infatti, non appena restammo da soli mi disse che doveva confidarmi un segreto ma che prima di condividerlo con me dovevo promettergli che non mi sarei arrabbiato e che non l’avrei punito. Gli dissi di non temere e gli assicurai che poteva parlare liberamente. Lui mi prese per mano e mi trascinò in camera sua. Si tolse le scarpe e salì in piedi sul letto, allungò un braccio e prese un libro dalla mensola, lo aprì e ne estrasse due pergamene, logorate dal tempo. Mi confessò di averle trovate nello stesso baule dove aveva rinvenuto il diario e di averle prese e nascoste scambiandole per indicazioni di una caccia al tesoro ma poi, non avendoci capito nulla, decise che era meglio darle a me. Le presi con la massima cura, erano davvero molto fragili. Mi chiusi nel mio studio per poterle esaminare con calma, la curiosità mi divorava. Accesi la lampada ed inforcai i miei occhiali da lettura. In realtà si trattava di un’antica cronaca ottocentesca scritta in italiano da un altro mio antenato, il quale, a sua volta era venuto in possesso del famoso diario. Pare che se lo vide sparire dalle mani quasi come dissolto, un po’ come era accaduto a me. Egli, però era riuscito a leggerlo quasi tutto prima di perderlo, mentre io ne avevo letto soltanto le prime pagine.”

A questo punto Ortis cadde improvvisamente in uno strano mutismo, mentre Howard attendeva ansioso il seguito della storia.

Allora….. perché si è fermato? Spero non vorrà lasciarmi così, dopo aver destato il mio interesse . La prego continui.”

Farò di più, – rispose- le mostrerò le pergamene, così potrà constatare di persona l’autenticità del mio racconto. Ma ora è tardi ci vedremo domattina alle dieci nella Hall. Le auguro una felice notte!”

Ortis prese il vassoio della cena di Howard, quasi intatta e, con inaspettata destrezza lo elevò sulle cinque dita della mano sinistra per poter liberare la destra con cui abbassò la maniglia della porta aprendola. -Uscì e soggiunse:- “A domani professore.” mentre con un colpo d’anca fece richiudere la porta.

Alle dieci in punto, Howard era già nella Hall, ansioso. Ortis sarebbe arrivato da un momento all’altro ma fu Carlo ad apparire:

- Buongiorno Professore, c’è una comunicazione telefonica per lei, ho cercato di passargliela in camera, non sapevo che era già uscito. Venga alla reception credo sia sua moglie.

Infatti era proprio Nora che, avendo assolto ai suoi ultimi oneri professionali, era dunque libera di raggiungerlo. Aveva già acquistato il biglietto aereo e l’indomani stesso sarebbe partita per Roma. Frattanto Ortis seppur in ritardo giunse all’appuntamento avvicinandosi ad Howard che aveva appena riagganciato.

Buongiorno Professore, vedo che non ha ancora fatto colazione. Venga, si segga al mio tavolo.”

Dopo aver consumato una lauta colazione internazionale Howard, impaziente si rivolse al suo ospite:

Allora mio caro Ortis, dove sono le famigerate pergamene il cui pensiero mi ha tenuto compagnia tutta la notte?”

Al sicuro, -rispose- sia gentile, mi segua nel mio studio”.

Lo studio di Ortis si trovava sotto il livello della strada, vi si accedeva mediante una porta mimetizzata in uno dei pannelli di legno alle spalle della reception, mediante una breve scalinata di una trentina di scalini.

Visto che temperatura mite quaggiù? -disse Ortis- Vede Professore è per questo che ho qui il mio studio, calda d’inverno e fresca d’estate, senza contare che qui sono al riparo dagli odori della cucina e dai rumori della strada, è il luogo ideale per il riposo della mente e dello spirito.

Va bene, -rispose Howard- ma dove ha nascosto quei fogli preziosi, non vedo alcuna cassaforte, a meno che non sia celata dietro uno di questi quadri ma dubito molto che un uomo della sua intelligenza abbia sfruttato un espediente tanto diffuso, è il primo posto dove chiunque andrebbe a guardare.”

Infatti, -rispose- la mia cassaforte è invero dietro un quadro ma all’interno del quadro stesso”.

Ortis andò dietro la sua lussuosa scrivania e staccò dal muro la sua laurea abbellita da una cornice massiccia ma di scarso valore. Si sedette comodamente alla sua poltrona e cominciò ad armeggiare con la punta di una biro. Uno scatto e la modestissima cornice rivelò il suo doppio fondo.

Ecco, -disse Ortis- ecco le sei pergamene. Chi mai penserebbe di rubare un diploma di laurea, racchiuso in una spartanissima cornice di castagno? Inutile dire che il luogo del loro nascondiglio dovrà rimanere segreto; conto sulla sua discrezione di gentiluomo inglese,”.

Ha la mia parola. “

Legga pure allora. disse Ortis porgendogli le preziose pergamene.”

Più eccitato che mai Howard inforcò gli occhiali ed iniziò la lettura:

Anno del Signore 1885.

Io Sigismondo, Conte degli Hortis, discendente diretto di donna Fiorenza Hortis, scrivo per coloro che in avvenire verranno in possesso, così come è accaduto a me, di un diario dai singolari poteri.

Questo libro, rilegato in pelle di salamandra, riporta sui frontespizi cinque simboli astronomici che io stesso ho identificato come Saturno, Venere, Giove, Mercurio e Marte. La copertina non ha alcuna intestazione su nessuno dei due lati, tanto meno sul dorso ed i due frontespizi sono perfettamente identici; in questo modo poteva essere utilizzato dall’uno o dall’altro lato. Esso, prima di me, è appartenuto alla stessa Fiorenza, la quale duecento anni fa scriveva di suo pugno di alcuni segreti di cui era venuta abilmente a conoscenza strappandoli dalle labbra del Marchese Palombara e di altri ancora di cui si impossessò a totale insaputa di lui. Pare che la donna, prima di sedurre il Palombara, fosse riuscita a stabilirsi nella sua villa con la scusa di accudire ai fiori del giardino, nel quale gli fu permesso di accedere liberamente. Grazie a ciò, Fiorenza si introduceva furtiva-mente nel laboratorio segreto per cercare di svelare i segreti degli alchimisti che ci lavoravano ma probabilmen-te non trovò mai nulla, finché non arrivò un frate colto da anatema perché accusato di praticare le arti alchemiche e l’occultismo. Rispondeva al nome di Giuseppe Francesco Borri. L’uomo riuscì a guadagnarsi le simpatie del Marchese che lo sottrasse alla cattura ospitandolo nel suo laboratorio. Borri passava intere giornate senza mai uscire dal suo nuovo nascondiglio, tranne quelle poche volte in cui di notte si aggirava furtivo tra le piante del giardino in cerca di erbe per i suoi esperimenti. Correva infatti voce che lo strano individuo riuscisse, con la sua arte di alchimista, in cose davvero mirabolanti. Fiorenza lo sorvegliava senza sosta aspettando il momento propizio. Finalmente una mattina, molto presto, vide il Borri allontanarsi furtivamente dalla villa. L’astuta donna ebbe la netta sensazione che l’uomo non si sarebbe mai più rivisto. Quando Fiorenza entrò nel laboratorio, vi trovò un indescrivibile disordine ed un odore nauseabondo. Guardandosi intorno, trovò resti di cibo sparsi un po’ ovunque, forse residui dei pasti del fuggiasco ma in un angolo della grande stanza, qualcosa la fece inorridire: un mucchio di letame di cavallo, come un monticello, alto quasi un metro e tra tutta quella sporcizia un barattolo di vetro da cui traspariva una sagoma simile ad una marionetta. Fiorenza, superato il primo attimo di sconforto, si animò ed agguantò barattolo che da vicino mostrò il suo macabro contenuto: Un piccolo essere dalla pelle verdognola, simile ad un uomo adulto ma alto solo un suo decimo. Il piccolo essere era immobile in un’espressione di dolore. Fiorenza, seppur inorridita, scosse il barattolo colmo di liquido rossastro sperando forse in un risveglio ma nulla di tutto ciò accadde. L’omuncolo, esanime, girò nel liquido af-

fondando e riemergendo come un legno inzuppato.

La bella giardiniera lo ripose con cautela laddove lo aveva trovato dirigendosi poi verso il tavolo da lavoro zeppo di barattoli di erbe e strani oggetti, tra cui alcuni crogiuoli e altrettanti alambicchi. Disgustata per l’orrendo fetore, stava per abbandonare quell’orribile luogo ma qualcosa la distrasse dal suo attacco di panico: Per terra, ai piedi del tavolo, qualcosa brillava con un luccichio sfavillante: Pagliuzze d’oro puro in quantità, tutte ammucchiate su di alcuni fogli di pergamena scritti in latino. La giovane, senza indugio, fece di tutto un cartoccio che portò via di gran carriera. Era chiaro che Fiorenza, li per li, non aveva certo pensato al valore dei manoscritti che le erano serviti solo da involucro per il prezioso metallo, tant’è che alcuni fogli rimasero per terra insieme a poche pagliuzze d’oro che il Marchese Palombara trovò il mattino seguente quando si rese conto che il suo alchimista si era dato alla fuga ma non sospettò minimamente di non essere stato il primo ad entrare nel laboratorio dopo che questo era stato abbandonato dal Borri. L’astuta Fiorenza serbò al sicuro l’oro rubato e con lo stesso zelo tenne al sicuro anche le pergamene alle quali inizialmente aveva attribuito scarsa importanza. Priva di istruzione, ella, non era in grado di leggerle ma intuì che in quelle pagine doveva celarsi la chiave di un importante segreto. Questa supposizione le fu confermata tempo dopo quando, divenuta la contessa Hortis, si decise a mostrare il manoscritto ad un nobile letterato che, però, era destinato a sparire pochi giorni dopo in circostanze a dir poco misteriose. Ciò è quanto, per sommi capi, Fiorenza Hortis scrisse nel diario duecento anni fa. –evidenziava Sigismondo- E’ evidente che da nobile, Fiorenza aveva preso lezioni di scrittura e che le sue memorie furono riportate alcuni anni dopo il ritrovamento dei manoscritti. Qualcosa o qualcuno le aveva imposto di scrivere su quel diario, del quale ella stessa non ha mai fatto menzione su come o quando ne fosse venuta in possesso ma che, son certo, aveva trovato nel laboratorio alchemico di Borri insieme all’oro ed alle pergamene. Aprendo il diario dal lato opposto, infatti, si trova una formula alchemica scritta da Borri appresa dallo stesso durante una seduta spiritica il cui medium avrebbe parlato per bocca dello spirito del grande Paracelso. Ignoro di quale formula si tratti poiché quando iniziai a leggerla, il diario sparì dalle mie mani. Era la notte tra il 30 giugno e il primo luglio 1885, l’orologio scandiva in quel momento i dodici rintocchi.

Dopo Fiorenza, il diario appartenne ad un altro nostro antenato, Lorenzo Hortis, il quale probabilmente cominciò a leggerlo dal lato della formula e fu proprio su quest’ultima che egli si concentrò in approfondite indagini. I suoi studi, però, non lo condussero al risultato sperato: la trasmutazione dei metalli vili in nobile oro. Pare, invece, che la presunta formula dettata da Paracelso, altro non fosse che una serie di indizi cifrati per la soluzione di un enigma ma non seppe mai di quale enigma si trattasse. Poi un bel giorno, si confidò con un suo amico esperto di astrologia, il quale incuriosito gli chiese di mostrargli il famoso diario, ma quando Lorenzo andò a prenderlo lì dove lo aveva riposto la sera prima, ebbe un’amara sorpresa: il diario era sparito. Era il primo luglio 1775.”

Cosa ne pensa? – chiese Ortis vedendo Howard pensieroso-

So solo che ci capisco sempre meno.Sussistono troppe coincidenze in questa storia, ed alcune di queste sono addirittura incredibili, ma la più straordinaria è che io abbia deciso di interessarmi a questa faccenda e che proprio lei ne sia coinvolto.”

Già, coincidenze. –rispose Ortis con un tono vagamente ironico- Bene professore –riprese- credo che per il momento non posso fare altro ma disponga pure di me senza indugio, sono a sua disposizione per qualsiasi cosa abbia bisogno. Intanto, spero che il mio piccolo contributo possa esserle d’aiuto nelle sue ricerche, sempre che sia ancora deciso a proseguirle, in tal caso le sarei grato se mi tenesse informato sui suoi sviluppi.“

Stia tranquillo, la informerò su ogni novità, qualora ve ne fossero.”

Uscito dall’albergo Howard s’incamminò senza una meta precisa e intanto pensava a tutta quella ingarbugliata faccenda: Sigismondo Hortis afferma che il diario sparì alla mezzanotte del 30 giugno mentre Lorenzo, avendolo riposto lo stesso giorno 100 anni prima, il giorno appresso non lo trovò più. Chissà che giorno era quando sparì dalla tasca del dottor Ortis. –pensò-

Quella mattina, l’aeroporto di Fiumicino era particolarmente affollato. Ormai l’atmosfera natalizia aveva pervaso tutta la città, ogni angolo di strada luccicava di festoni, lampadine colorate, abeti luminescenti, agri-foglio e pungitopo. La voce dal megafono annunciò, in quel momento, l’arrivo del volo Alitalia 1174 proveniente da Londra. Howard si avviò a passo svelto allo sbarco, non vedeva l’ora di rivedere la sua Nora e di raccontarle di quella misteriosa storia. Era sicuro che anche lei ne sarebbe rimasta affascinata e di sicuro avrebbe saputo contribuire a capirci qualcosa in più.

Finalmente la vide in lontananza, avvicinarsi con la sua inseparabile compagna di viaggio, una grossa valigia antiurto rossa con tanto di rotelle. Dopo un lungo abbraccio, Howard le prese la valigia ed insieme si avviarono verso l’area di sosta dei taxi.

Com’era ieri il tempo a Londra?” –chiese Howard a Nora che dopo aver sistemato le sue cose, stava facendo un rilassante bagno caldo.

Una bellissima giornata, -affermò lei- ma terribilmente fredda. Non so se è l’aria di Roma ma è appena mezzogiorno e ho già un discreto appetito.”

Stai tranquilla. Ho già prenotato un tavolo in una locanda che ho conosciuto grazie al buon Marco dove potremo gustare delle vere prelibatezze della cucina romana.

Quando la coppia entrò nella taverna del Buttero erano da poco passate le quattordici ed il vecchio locale, pur essendo quasi pieno non era per niente rumoroso. Gli altri clienti, infatti, erano per la maggior parte coppie di coniugi medio borghesi e qualche studente che consumando il proprio pranzo dava una ripassata al compito di latino o di greco.

Howard non credeva che i proprietari si ricordassero di lui, con tutte le persone che giungevano ogni giorno nel ristorante ma si sbagliava. La prima a riconoscerlo fu proprio la vecchia donna Ines che da sotto ai suoi occhialini rotondi, distolse lo sguardo dal gomitolo di lana.

Buongiorno professore. –disse quasi sottovoce- Avevo immaginato che Breadley fosse lei. L’avevo detto

anche a mio nipote quando per telefono ha preso la sua prenotazione, e questa bella signora dev’essere sua moglie vero? Ma prego accomodatevi, il vostro tavolo è quello lì in fondo.”

Nel corso del pranzo Howard raccontò dettagliatamente tutta la storia che ruotava intorno a Villa Palombara, al Dr. Ortis ed ai suoi antenati.

La cosa più strana, -osservò Nora- è la faccenda del diario. Sembra quasi che quel libro sia destinato a sparire in un preciso giorno dell’anno per poi riapparire dopo un secolo. Secondo il tuo racconto, -proseguì- è già sparito tre volte. La prima quando questo era in possesso di Lorenzo Hortis, il quale si accorse della sua sparizione il 1 luglio 1775; la seconda volta sparì dalle mani di Sigismondo Hortis alla mezzanotte del 30 giugno 1875 , e la terza dalla tasca del Dr. Gianluca Ortis quando tornò dalla sua villa di Cerveteri, reduce dalla sua festa di compleanno del 28 giugno 1975 che era trascorsa da qualche giorno. Ciò considerato possiamo supporre che il diario sia sparito alla mezzanotte del 30 giugno 1975, vale a dire lo stesso giorno delle due pre-

cedenti sparizioni.”

Così sembra, -rispose Howard- si può anche supporre che allo stesso modo sia sparito dalle mani della stessa Fiorenza Hortis, magari alla mezzanotte del 30 giugno 1675, ma questa per ora è semplicemente una congettura, priva di qualsiasi riscontro. Riflettendoci bene, però, seppure dessimo per vera tutta la storia, il punto oscuro resta la ricomparsa del diario. A quanto pare nessuno dei quattro possessori ne ha mai fatto cenno.”

Sai cosa penso? –osservò Nora- Come prima cosa dovremmo chiedere al Dr. Ortis la data precisa in cui smarrì il diario, quindi chiedergli di poter fare un sopralluogo nella sua villa di Cerveteri. Chissà che non si riesca a trovare qualche ulteriore indizio.”

Mi sembra un’ottima idea anche se non riesco ad immaginare la reazione di Ortis nel momento in cui riceverà la richiesta di aprirci le porte della sua villa per permetterci di ficcanasare.”

Io credo che sarà positiva. –rispose Nora- D’altronde mi è parso di capire che sia stato lui a prendere l’iniziativa di aiutarti nelle ricerche.”

Dopo aver chiesto il conto, Howard lasciò due banconote da diecimila sotto il piattino poi con la mano fece un cenno di saluto a donna Ines e al buttero che invece di ricambiare gli si avvicinò circospetto.

Non è mia abitudine, -disse- ascoltare i discorsi dei miei clienti, ma passando tra i tavoli, a volte si percepiscono, involontariamente delle frasi. Se vuole un consiglio spassionato, professore, lasci perdere le sue ricerche. Vi sono delle manifestazioni inspiegabili sulle quali sarebbe meglio non indagare.”

In quel preciso istante un altro cliente, da un altro angolo del locale attirò l’attenzione del corpulento ristoratore, con l’inequivocabile cenno di chi vuole il conto.

Vengo subito dottò. –disse rispondendo all’avventore, poi rivolgendosi nuovamente ad Howard, ripetè- Si ricordi del mio consiglio e… venga a trovarci presto.”

I due coniugi salirono sul taxi che stranamente era già arrivato.

Londra 38. –disse Nora ripetendo la sigla della vettura, e poi dicono che le coincidenze non esistono.”

E’ vero! –l’apostrofò Howard- E’ il tuo luogo di nascita e la tua età… ma a proposito, cosa ne pensi di quello strano discorso del buttero, più che un consiglio sembrava quasi una minaccia.”

Devo confessarti che anch’io ho avuto la stessa sensazione, non credo, però che sia il caso di dargli più importanza di quanta ne abbia. E’ gente legata a vecchie tradizioni e ad ataviche leggende da cui difficilmente riusciranno a staccarsi. Devo dire, comunque, che alla base di ogni superstizione c’è sempre qualcosa di fondato. La storia antica e l’archeologia stessa ce lo insegnano. I Sumeri, gli Egizi, gli Incas, i Maya, ognuno di questi popoli ci ha tramandato la loro storia attraverso trattati di magia e di riti religiosi.”

Signori! –Esordì l’autista, un po’ infastidito- Siamo a destinazione.”

Una volta in camera, Howard restò per alcuni minuti in silenziosa riflessione, poi allungò un braccio verso la cornetta del telefono e compose il numero nove.

Buonasera Carlo, -disse- riconoscendo subito la voce dell’interlocutore- volevo sapere se il Dottor Ortis è in albergo, nel qual caso la pregherei di passarmelo cortesemente all’apparecchio.”

Buonasera professore, -esclamò la voce di Ortis al telefono- in che cosa posso esserle utile?”

Buonasera a lei Dottor Ortis, avevo bisogno di parlarle in merito ad alcune supposizioni che io e mia moglie abbiamo formulato circa la soluzione del famoso mistero.

Sono a sua disposizione, scenda pure, l’aspetto nel mio studio.”

Pochi minuti dopo, Howard e Nora erano nello studio di Ortis. Dopo i convenevoli, Howard spiegò al suo ospite la sua idea raccontandogli, inoltre, di quello strano avvertimento ricevuto dal buttero.

Ora faccia appello alla sua memoria, -proseguì Howard- cerchi di far mente locale e ricordare la data e

l’ora esatta di quando il diario sparì dalla sua tasca.”

Doveva essere appena passata la mezzanotte, -rispose- lo ricordo perché appena entrai in albergo l’orologio della reception segnava le 23,50. Fu dopo appena un quarto d’ora che mi accorsi di aver perso il libro. Per quanto concerne la data, dovrebbe essere il 30 giugno scorso ma posso controllare sul registro, infatti, fu proprio il giorno in cui arrivo quel divo di Hollywood di cui le ho già parlato.”

Così dicendo aprì un cassetto della scrivania e ne estrasse un grosso quaderno con la copertina verde.

Non mi sbagliavo, -affermò- era proprio il 30 giugno di quest’anno.”

Ci avrei giurato! -asserì Howard- Come vede le nostre supposizioni cominciano a prendere consistenza. Ora con il suo permesso ed il suo aiuto, avevamo pensato di effettuare un sopralluogo accurato alla sua villa di Cerveteri, sempre che lei non abbia niente in contrario, s’intende.”

Assolutamente nulla. -rispose- Dobbiamo solo decidere la data della partenza”.

Per noi due andrebbe bene anche domattina, vero Nora? Non so per lei.”

Domattina? –domandò Ortis- Per me va benissimo. Ci vedremo nella Hall alle otto in punto.

Partiremo con la mia auto. In un’ora al massimo saremo alla villa potete contarci”.

Ortis, infatti, mantenne la promessa. Erano appena le nove e trenta quando parcheggiò l’auto nel grande cortile della villa. La costruzione era chiaramente di stile seicentesco anche se i numerosi restauri subiti nel corso dei secoli ne avevano modificato l’aspetto originario. Si trattava di una antica dimora di campagna di una quindicina di camere disposte su tre piani. Dal cortile d’ingresso si potevano ancora ammirare le due grandi balconate del primo e del secondo piano, circondate da eleganti balaustre di candido marmo. Ognuna di queste era sorretta da quattro colonne, anch’esse di marmo bianco di Carrara. Tutt’intorno era un lussureggiare di piante di ogni specie, comprese quelle esotiche. Qua e la fontane e statue allegoriche facevano bella mostra di se, il tutto all’interno di un grande giardino che circondava la casa a 360 gradi.

Oltre la siepe di cinta, immense distese di terra ordinatamente coltivata con poche case coloniche e disseminate di rigogliosi, innumerevoli uliveti.

Un vero paradiso. –osservò Nora-

Proprio così. –rispose Ortis- Questo è il mio rifugio dallo stress e dai rumori e dall’inquinamento della vita cittadina, sentite che silenzio e che aria pulita? Come dico sempre, è un luogo incantato”. Da buon padrone di casa, Ortis, mostrò ai suoi ospiti i vari ambienti della villa, dei quali aveva mantenuto lo splendido arredamento originale poi li fece accomodare in un grande salotto mentre lui armeggiando tra i fornelli si prodigava per preparare un buon caffé.

Avevo telefonato ad un mio colono che abita qui vicino affinché mi mandasse sua moglie per prepararci qualcosa per colazione ma evidentemente sarà ancora al mercato per fare la spesa. Per il momento accontentatevi del mio caffé, non è molto ma in casa non ho altro”.

I miei complimenti, Ortis. Davvero ottimo il suo caffè. Ora, però, cosa ne dice di dare un’occhiata alla famosa soffitta?”

Impaziente, vero professore? Prego da questa parte, non voglio tenerla sulle spine neanche un attimo di più. I tre cominciarono ad inerpicarsi su di una vecchia scala di legno, probabilmente la stessa che aveva sostenuto il peso dei suoi proprietari di tre secoli prima. Molte tavole, infatti, al loro passaggio cigolavano seccamente. Finalmente, dopo un centinaio di scomodi scalini arrivarono ad una antica, pesantissima porta. Ortis infilò una grossa chiave nel lucchetto che si aprì con uno scatto sordo. Spinse la porta verso l’interno con tutto il peso del corpo provocandone l’apertura ed un orribile stridio che echeggiò più volte nel pozzo della scala, quasi da sembrare uno sghignazzo. Ortis entrò per primo ma non ci fu bisogno di accendere alcuna luce, il locale era ben illuminato da due file di sei lucernari per ogni lato spiovente del tetto. Howard e Nora rimasero impressionati: le antiche strutture in legno erano pressoché intatte, un intreccio labirintico di travi si intersecava per tutta l’ampiezza della soffitta.

Vi confesso che ogni volta che salgo fin quassù lo faccio sempre con una certa trepidazione ed una volta entrato ho sempre la sensazione che qualcuno mi osservi, anche quando sono sicuro di essere da solo -disse Ortis-

E’ vero. -dissero quasi in coro i due ospiti- Anch’io ho avuto la netta sensazione di essere… come dire…. spiato. -soggiunse Howard che rotti gli indugi cominciò a curiosare in quell’accumulo di vecchie cose accantonate sistematicamente sui quattro lati-

Unica nemica si rivelò la polvere che regnava sovrana su ogni cosa. D’un tratto Ortis, fermatosi al centro della soffitta, nel luogo in cui la luce sembrava convergere in un unico punto esclamò!:

Eccolo è questo”. Indicando un vecchio forziere di legno che sembrava essere stato sottratto alle stive di qualche antico galeone pirata.

E’ qui che mio figlio trovò il diario, in questa vecchia cassa”. Così dicendo Ortis afferrò il pesante coperchio nel tentativo di sollevarlo ma per quanti sforzi facesse non riuscì ad alzarlo di un solo centimetro.

Che strano, -disse- mio figlio Giacomo lo aprì da solo ed è solo un bambino”.

Uniamo le nostre forze e riproviamo insieme. –Propose Howard-

Dopo vari tentativi, il forziere era ancora ermeticamente chiuso. Nora che fino a quell’istante era rimasta in silenzio ad osservare i due uomini, intervenne improvvisamente:

Un attimo, guardate in questo punto”. Preso un fazzoletto di carta dalla borsetta, tolse un po’ di polvere da una placca di ferro posta nella parte frontale del forziere, rivelando così una stella con due iniziali incise al suo interno: una F e una H maiuscole.

Le iniziali di Fiorenza Hortis! –esclamò Howard stupito-

Nora, intanto, continuava ad armeggiare sullo stemma, finché non riuscì a farlo ruotare di 90 gradi. Con un rumore metallico il coperchio si sollevò leggermente lasciando gli altri due a bocca aperta.

Ma… come hai fatto a capire il funzionamento del sistema di bloccaggio? –chiese Howard-

L’ho intuito quando voi due avete cercato di forzarlo. Forse, non lo avete notato ma in quel momento lo stemma ha ruotato leggermente verso sinistra. Evidentemente eravate talmente concentrati sul coperchio del forziere da non accorgervi di quell’impercettibile movimento.

E mio figlio? –intervenne Ortis- Non mi direte che anche lui aveva scoperto come si aprisse!”

A volte i bambini hanno delle innate, imprevedibili, risorse. –Rispose Nora-

Comunque sia, -soggiunse Ortis- pare proprio che tutti i nostri sforzi non ci abbiano condotto a nulla.”

Il forziere, infatti, una volta spalancato risultò essere completamente vuoto.

Non c’è nulla, -disse Howard con una strana luce negli occhi- é vuoto come le tasche di un mendican-te…..almeno a prima vista.”

Cosa intende dire professore? “ –chiese Ortis incuriosito da quella sibillina affermazione-

Vede caro dottore, nel mio mestiere bisogna sviluppare il senso delle proporzioni ed a mio parere lo spessore del legno con cui è stato fabbricato questo forziere, è di circa tre centimetri, tranne che sul fondo, il quale dista dal pavimento di circa cinque centimetri in più rispetto agli spessori del perimetro del solido”.

Stai pensando a un doppio fondo.” -dedusse Nora-

Infatti.”

Ortis introdusse le mani ed iniziò ad ispezionarne il fondo con i polpastrelli.

Non c’è che polvere, -disse- null’altro che polvere ma, un attimo, un foro…..un foro perfettamente levigato, sembra quasi creato apposta per inserirci l’indice della mano. Provo a vedere se….”.

Un pannello più sottile, infatti, nascondeva un banale doppio fondo a custodia di un lungo foglio di pergamena arrotolato su se stesso e privo di qualsiasi iscrizione ma inspiegabilmente bucato in determinati punti.

A cosa serviranno? Sembrano quasi delle schede perforate.” –disse Ortis maneggiandole cautamente-

Non c’è la minima traccia di scrittura, anche se vorremmo supporre che il tempo l’abbia sbiadita tanto da cancellarla almeno qualche segno sarebbe dovuto rimanere visibile ma, non ci sono che questi strani fori”

Mi lasci guardare meglio, -disse Howard che una volta avuti i fogli tra le mani li osservò lungamente girandoli e rigirandoli più volte come se cercasse qualcosa. “Propongo di cercare ancora tra queste vecchie cose, –soggiunse- anche se sono certo che non troveremo null’altro qualcosa mi dice che abbiamo in mano la chiave del mistero sebbene non ne conosciamo l’utilizzo…..per ora.”

La “profezia” di Howard si rivelò, ben presto, esatta, oltre a quegli strani fogli di pergamena null’altro fu rin-venuto, nulla per lo meno, che avesse attinenza con le loro ricerche. Erano già passate da un bel pezzo le cinque del pomeriggio ed i tre che essendosi concentrati nel loro intento, avevano trascurato anche il pranzo, saltando-lo. Decisero quindi all’unanime di prendere la via del ritorno, non prima, però, di essersi dati una ripulita dalla polvere presa in soffitta. Arrivati in albergo, una gradita sorpresa per Howard e Nora: Marco e sua moglie erano appena tornati dal loro viaggio a Parigi ed erano li, al bar dell’albergo ad attenderli. Dopo le presentazioni Howard propose:

Cosa ne dite se stasera cenassimo tutti insieme?”

Ottima idea, -rispose Ortis- siete tutti quanti miei ospiti, tanto più che più tardi mi raggiungerà mia moglie. Sarà l’occasione buona per presentarvela. Nel frattempo, con il vostro permesso, io andrei a farmi una doccia calda, non ci metterò più di una quindicina di minuti. Voi, intanto, perché non bevete qualcosa?”

Già, -replicò Howard- credo che il dottor Ortis abbia ragione, sarà meglio che tu e Silvia prendiate qualcosa al bar, anche io e Nora sentiamo il bisogno di darci una ripulita. Ci vediamo qui tra un quarto d’ora.”

D’accordo, -rispose Marco- ma fa presto, sai a Parigi, al mercato delle pulci, ho trovato qualcosa che, sono certo, ti interesserà moltissimo.”

Di cosa si tratta?”

Lo saprai dopo, è una sorpresa! Tu intanto pensa a sbrigarti. Io e Silvia siamo letteralmente affamati.”

Poco più tardi le tre coppie prendevano posto al tavolo della sala ristorante dell’Hotel Byron. Ortis presentò con malcelato orgoglio la sua bellissima moglie Isabella. Una donna dai lineamenti tipicamente mediterranei: occhi e carnagione scuri, capelli ondulati e nerissimi su un volto che poteva essere paragonato a quello di una statua della dea Afrodite.

Davvero un’ottima cena, dottor Ortis.” –Affermò Marco- “Ma ora vorrei conoscere gli sviluppi delle ricerche di Howard, -soggiunse- credo di aver capito che anche il dottor Ortis e Nora stiano interessandosi a questa faccenda.”

Howard prese la parola ed iniziò cronologicamente la narrazione delle ultime scoperte cercando di non omettere alcun particolare.

Davvero un bel rompicapo.” –esordì Isabella-

Già, -rispose Howard- ma sono certo che la soluzione dell’enigma sia più vicina di quanto non sembri.” A quel punto Marco prese la borsetta di Silvia e ne estrasse un rotolo di carta tenuto da un nastrino bianco.

Ecco, questo è per te.” –disse porgendo l’oggetto ad Howard-

Sembrerebbe solo vecchia carta.” –osservò Howard-

Aprilo e vedrai!”

Aprendo il rotolo notò al centro della parte superiore del foglio un simbolo raffigurante una croce con una rosa nel centro.

Credo si tratti del simbolo della rosa-croce. –disse Howard- Una volta aperto completamente capì subito di cosa si trattava.

E’ uno di quei famosi manifesti rosacrociani che invasero Parigi nell’estate del 1623. Ne parlavo appunto ieri con Nora. Chissà se si tratta di un originale o di una semplice riproduzione.

Se è così, devo ammettere che è molto ben imitato. Ti ringrazio Marco, sei stato davvero molto gentile, lo farò incorniciare e lo appenderò su una parete nel mio studio a Londra.

Dunque, -disse Marco rivolgendosi ad Howard- facciamo il punto della situazione: tu arrivi a Roma per questioni di lavoro, ti rechi in una biblioteca pubblica e trovi per caso notizie su villa Palombara. Ti appassioni al caso e ti rechi sul posto ma arrivato sul luogo non ti accorgi della rete metallica di protezione. Scatti delle foto il cui negativo allo sviluppo risulta bruciato. Ne scatti altre oltrepassando la rete ed invece di foto normali ottieni delle foto al contrario. Il Dr. Ortis , nel frattempo ti racconta del diario che sparisce e delle pergamene del suo antenato. Infine saltano fuori altre pergamene forate ritrovate nella villa del Dr. Ortis a Cerveteri. Questi però sono fatti indipendenti l’uno dall’altro che, mi pare, non ti abbiano portato a nessun risultato concreto, ne ad alcuna soluzione.”

Intanto Howard mentre ascoltava il discorso dell’amico, osservava il manifesto regalatogli da Marco. Nora che gli stava accanto, appoggiò distrattamente il suo tovagliolo ricamato sul vecchio manifesto. A questo punto accadde qualcosa che aprì la mente del giovane professore: Alcuni fori del ricamo, si trovarono in perfetta corrispondenza con alcune lettere del foglio. Howard lesse le quattro lettere in successione così come trasparivano dal ricamo del tovagliolo:

N-O-I-R. -incredibile disse e guardando gli amici esclamò esultante- Come ho fatto a non capirlo prima? Ecco a cosa serve la pergamena forata! Tutto sta a trovare il testo giusto ed i fori della pergamena ci daranno il messaggio che cerchiamo.”

Vuol dire che i fori della pergamena, una volta sovrapposta ad un testo specifico, serviranno ad evidenziare una frase o qualcosa del genere?” –chiese Ortis-

E’ proprio ciò che penso. –affermò Howard- Ora, però, devo chiederle di farmi una fotocopia di quella pergamena, mi servirà per trovare lo scritto che cela la frase segreta.”

Non sarà facile individuarlo. –Disse Nora-

Come trovare il famoso ago nel pagliaio. –rispose Isabella-

Non sarà facile, è vero. –ammise Marco- ma almeno, il primo passo è fatto e questo grazie al mio manifesto.”

Ho capito. – disse Howard- Vuoi la tua parte di gloria, mi sembra giusto. Non temere, se mai riusciremo a far luce su questo mistero un po’ di merito andrà anche a te e a Silvia naturalmente poiché anche il suo libro ha contribuito allo svolgimento delle ricerche. Ma riserviamo i riconoscimenti al momento in cui l’enigma sarà risolto.”

Nei giorni che seguirono Howard si dedicò quasi completamente alla consultazione di testi nelle varie biblioteche ed alla stesura del suo articolo didattico. Nora, in questi casi era per lui una collaboratrice insostituibile. Ormai le feste di Natale erano alle porte ed il calore della sua atmosfera invadeva ogni strada della città eterna: lo scintillio delle vetrine, gli abeti addobbati ed il suono delle cornamuse allietavano quella marea di persone che nel primo pomeriggio invadevano i grandi centri assalendo negozi e bancarelle alla ricerca di un regalo. Erano trascorsi diversi giorni dalla cena con gli Ortis, e da quella sera Howard, a causa dei suoi impegni di lavoro non aveva trovato il tempo per rivedere il suo amico Marco che, in quel periodo si trovava, anch’egli oberato di lavoro. Nonostante ciò erano riusciti a sentirsi telefonicamente almeno un paio di volte. In quanto a Ortis, lo aveva incontrato in albergo indaffaratissimo nell’organizzare le sue aziende di ristorazione e l’albergo per le feste natalizie.

Mi raccomando professore, -gli disse- non prenda impregni per le feste di Natale, lei e sua moglie sarete miei ospiti, anzi, estenda l’invito anche al Dr. Nobili e alla signora Silvia. Festeggeremo tutti insieme qui in albergo.”

Ma… veramente….” –rispose Howard- Ma Ortis non accettò obiezioni di sorta.

Non dica nulla. –disse- non si accettano rifiuti”

Era il 20 dicembre ed Howard aveva finalmente terminato il lavoro didattico per il quale si trovava a Roma. Ormai il suo viaggio in Italia stava per volgere al termine, il suo rientro in Inghilterra era previsto per la fine della prima settimana del nuovo anno, aveva pochissimo tempo per risolvere l’enigma della porta alchemica. Bisognava rimboccarsi le maniche e riprendere le indagini. Quel pomeriggio Nora era uscita con Silvia per fare un po’ di shopping ed Howard non avendo compagnia ne approfittò per fare una passeggiata a piedi, alla ricerca di qualche regalo per sua moglie e per i suoi amici. La passeggiata fu piacevolissima e rilassante ma faceva molto freddo, mentre tornava in albergo, infatti, cominciavano a cadere i primi fiocchi di neve. Salì in camera carico di pacchi adorni di nastri colorati e di allegre coccarde, Nora non era ancora rientrata. Si tolse il soprabito e si versò un whisky poi prese la fotocopia della pergamena forata avuta da Ortis e con una forbicina cominciò ad eliminare le parti scure che nell’originale corrispondevano ai fori, facendo molta attenzione che il taglio non sbordasse. Intanto pensava a dove potesse trovarsi la frase segreta. Gli vennero subito in mente le foto scattate alla porta alchemica, forse era lì che si trovava il messaggio. Le prese dalla borsa e cominciò a provare a sovrapporre la copia forata della pergamena, ma per quante prove facesse sembrava non ottenere alcun risultato. In quello stesso istante bussarono alla porta. Probabilmente era Nora di ritorno dallo shopping.

Non si era sbagliato, infatti anche lei rientrava con le mani occupate da buste e pacchetti.

Buonasera cara. –disse Howard- Sembrerebbe che tu abbia svaligiato un intero negozio.”

Ho comperato qualcosa per me e qualche regalo per i nostri amici. Considerando che dovremo passare le feste insieme mi sembra il minimo che potessi fare. A proposito ho informato Silvia dell’invito del dottor Ortis ed ha accettato subito, era veramente felice di questa notizia.”

Molto bene! –rispose Howard- Ora cosa ne diresti di scendere per la cena?”

Durante la cena il discorso cadde sulle indagini momentaneamente sospese.

No, -disse Howard- non ho assolutamente intenzione di abbandonare le mie ricerche sul mistero degli Hortis. Purtroppo abbiamo ben poco tempo per trovare la chiave dell’enigma e, devo dire, che siamo ancora in alto mare. Poco fa ho provato a sovrapporre il foglio forato sulle foto della porta ma non vi è alcuna corresponsione.”

Hai provato a girare il foglio, oppure a capovolgerlo?”

Ma certo, ho provato tutte le combinazioni possibili ed ora sono certo che dobbiamo cercare altrove…… ma dove?”

Andiamo per gradi. –riprese Nora concentrandosi- Escludendo le frasi incise sulla porta e dando per scontato che esiste un messaggio segreto, cos’altro abbiamo tra le mani che potrebbe rivelarcelo?”

Nient’altro. –rispose Howard con amarezza- Già non ho altro che quelle inutili foto…. ma….. Ascolta –soggiunse eccitato come se all’improvviso qualcosa avesse illuminato la sua mente- Io non ho altro ma Ortis si, egli possiede le pergamene scritte da Sigismondo Hortis.”

Potrebbe rivelarsi un’altra falsa pista, -disse Nora- ma non possiamo tralasciarla.”

Senza pensarci oltre Howard chiamò il cameriere chiedendo del dr. Ortis.

Mi spiace, professore, -rispose Pietro- ma il titolare in questo periodo è indaffaratissimo, l’ho veduto stamani di sfuggita. Sa in questi giorni c’è tanto da fare sia qui in albergo che nei ristoranti.”

Mi faccia un gentilezza, Pietro, non appena lo vede gli dica che ho una cosa molto importante da comunicargli. Non se ne dimentichi per favore.”

Non si preoccupi. –rispose- Non me ne scorderò.”

Ma il buon Pietro non ebbe il tempo di scordarsene, Ortis, lupus in fabula, apparve nella sala ristorante. Pietro gli si avvicinò bisbigliandogli qualcosa all’orecchio, quindi Ortis si diresse spedito in direzione del tavolo di Howard.

Ben trovato professore, –disse- so che voleva parlarmi, mi dica pure, spero di poter esserle utile.”

Sono certo di si. –rispose Howard- Vede caro Ortis, ancora una volta ho bisogno del suo aiuto per le mie ricerche. Stavolta dovrebbe farmi avere, se fosse possibile, una copia degli scritti di Sigismondo Hortis, forse…….”

Non dica altro, -disse Ortis interrompendolo- le avrà in pochi minuti ma a due condizioni: la prima è che le custodisca con la massima cura e la seconda, che le bruci una volta che non le serviranno più. Inutile ripeterle che appena vi saranno degli sviluppi significativi, gradirei che lei mi tenesse informato.”

Quindici minuti dopo, mentre Howard e Nora erano arrivati all’amaro, Pietro si fermò al loro tavolo con una busta gialla da lettera ben chiusa che consegnò nelle mani di Howard. Saliti in camera i due non seppero aspettare oltre ed aperta la busta ne estrassero le preziose copie. Erano perfette, molto chiare e della stessa dimensione degli originali. Iniziarono subito a sovrapporre la famosa copia forata su una delle copie appena ricevute da Ortis e, dopo un paio di tentativi, poterono rendersi conto di essere sulla buona strada. Dalle caselle vuote emerse una prima frase che, però, sembrava non avere alcun significato comprensibile: IN AMOR PER DONARE IN TRE CENTO TRENTA ID FU ERETTA.

Credo sia solo una parte del messaggio, sicuramente il seguito o l’inizio si trova sull’altro foglio. –decretò Howard- Coraggio prendilo.” Bastò, infatti capovolgere il foglio forato sovrapponendolo sull’altra pergamena per far apparire l’altra parte del messaggio: BENCHE’ ORIENTALE AD OCCIDENTE ELLA NASCONDE.

Ancora più sibillina dell’altra.” –esclamò Nora-

Non amo le citazioni, -affermò Howard- ma è proprio vero che “ogni cosa è un enigma, persino la chiave dell’enigma è essa stessa un enigma”. Comunque sia –soggiunse- abbiamo finalmente qualcosa di concreto su cui studiare, guarda l’inizio della frase, “In amor per donare in tre cento trenta id fu eretta” a differenza della seconda parte non sembra avere un senso compiuto. Inoltre, pur essendo scritta interamente in italiano contiene il pronome id che in latino significa questo o questa: Ma i numeri tre cento trenta cosa stanno a significare? Potrebbero riferirsi al numero 330 ma anche in questo caso non ha senso. Mi pare che non dia alcuna indicazione di cosa cercare ne dove.”

Hai detto dove cercare, ebbene tutti sanno che Roma letta al contrario diventa amor, se così fosse sapremmo per lo meno che è questo il luogo dove cercare.” –disse Nora-

Può darsi che tu abbia ragione anche se l’indicazione sarebbe fin troppo generica. Roma è talmente grande…….. a meno che all’interno della frase non vi siano altre parole anagrammate.

Infatti, se la tua supposizione è giusta, credo che la frase parli di qualcosa che fu costruito in Roma, qualcosa che ricorderebbe l’oriente a quanto pare. Forse un edificio, forse una statua o addirittura un monumento.”

Che ne pensi se rimandassimo tutto a domattina. –disse Nora- Quando si è stanchi il cervello lavora al cinquanta percento delle sue reali potenzialità.” Erano quasi le tre del mattino ed Howard convenne che forse era preferibile andare a dormire. A mente fresca, forse, sarebbe sembrato tutto più semplice.

Erano appena le nove del mattino quando lo squillare del telefono li svegliò. Howard si alzò sbadigliando ed alzò il ricevitore:

Pronto. ….Ah è lei Carlo, mi dica……Una comunicazione per mia moglie? la signora Silvia Nobili? Va bene me la passi pure. E’ per te. -disse a Nora passandole la cornetta-”

Le due donne si prolungarono per almeno una decina di minuti, infine Nora riagganciò.

Sai, -disse- Silvia deve fare le ultime compere per Natale e mi ha pregato di farle compagnia. Non ho saputo dirle di no, d’altra parte ci vediamo così di rado.”

Non preoccuparti, hai fatto benissimo, per di più io oggi non farò altro che delle noiosissime consultazioni nelle biblioteche di Roma sperando di trovare qualcosa di interessante.

Dopo aver fatto colazione, la coppia inglese, uscita dal Byron, fermò un taxi al volo. Arrivati all’abitazione di Marco, Howard salutò Nora, che scendendo dall’auto ribadì:

Ci vediamo stasera alle nove alla taverna del Buttero ci sarà anche Marco.”

Howard proseguì in auto diretto alla biblioteca Vittorio Emanuele.

Puntuale come sempre Howard raggiunse il quartiere di Trastevere, erano le 20,50. Fece poche decine di metri a piedi ed arrivò alla Taverna. Il buttero era all’ingresso dell’osteria con le braccia incrociate sul petto, aveva tutta l’aria di non aver molto da fare, sembrava quasi aspettare qualcuno. Nonostante il freddo indossava solo un vecchio maglione giro collo. Quando Howard gli fu abbastanza vicino, lo saluto con tono cordiale:

Salve professor Breadley, il vostro tavolo è già apparecchiato ma dei suoi amici non si è visto ancora nes-suno, lei è il primo ad arrivare.”

Buonasera, -rispose Howard infreddolito- le dispiace se continuiamo a parlare al coperto, stasera fa veramente freddo. Mi stavo domandando come fa a resistere avendo indosso solo quel pullover”.

Non soffro il freddo -disse- e non dovrebbe soffrirlo neanche lei che essendo inglese dovrebbe essere abituato a ben altro clima.”

E’ vero, -rispose- ma ogni volta che vengo qui in Italia penso sempre di trovare una temperatura mite e così evito di portare capi troppo pesanti, così finisco sempre col dover comprare qualche cosa di più caldo da indossare.”

Capisco, -rispose- si accomodi allora, si metta a sedere lì, le porterò un bel bicchiere di vino cotto fumante. Vedrà tra qualche istante sentirà il bisogno di togliersi anche la giacca.”

Howard si sedette ed in attesa del vino estrasse dalla sua borsa il blocco con gli appunti presi in biblioteca. Aveva ricercato ed annotato alcune tra le più importanti costruzioni di stile orientale esistenti a Roma: Un obelisco egiziano sorgeva in Piazza del Popolo, un altro in Piazza della Rotonda, uno nel viale delle terme di Diocleziano, uno a Piazza Montecitorio ed altri ancora in Piazza della Minerva, in Piazza S. Pietro, in Piazza Navona ed in Piazza del Quirinale. Poi estrasse una cartellina verde con su scritto: “LA PORTA ALCHEMICA”, da questa tirò fuori un foglio sul quale era scritta la frase nascosta: IN AMOR PER DONARE IN TRE CENTO TRENTA ID FU ERETTA. BENCHE’ ORIENTALE AD OCCIDENTE ELLA NASCONDE. La rilesse alcune volte e si convinse che gli obelischi di Roma non potevano avere alcuna affinità con il mistero degli Hortis. Infatti, la frase parlava di qualcosa che fu eretto in Roma, mentre gli obelischi erano di autentica fattura egizia ed importati nella capitale italiana solo successivamente alla loro costruzione. Si convinse che bisognava dirigere le ricerche su qualcosa di orientaleggiante ma che fosse stato costruito proprio a Roma. Assorto nei suoi ragionamenti non si avvide che il buttero era lì davanti che aspettava. Howard si affrettò a mettere via tutte le sue carte che avevano invaso l’intero tavolo, tanto da non lasciare neanche lo spazio per il vassoio che l’uomo continuava tenere tra le mani.

Mi scusi, non l’avevo vista arrivare –disse Howard- poggi pure qui.”

Intanto il buttero aveva avuto modo di notare l’etichetta della cartellina e con tono inquisitorio disse:

Non mi dica che sta continuando ad indagare sulla leggenda della porta magica? Spero solo che non le capiti qualcosa di spiacevole. C’è qualcosa di malefico tra quelle mura cadenti.”

Non capisco perché dovrebbe capitarmi qualcosa di brutto. –lo apostrofò Howard-

Vede professore, lei mi dirà che sono solo coincidenze ma si da il caso che qualche anno fa un mio cliente si appassionò a quella leggenda e, così come sta facendo lei, iniziò a svolgere delle ricerche convinto che sareb-be riuscito a svelare chissà quale segreto. Era uno studente venuto a Roma dall’alta Italia e stava per laurearsi in architettura. Veniva spesso a mangiare qui e sovente scambiavamo quattro chiacchiere insieme. Un bel giorno mi disse che era sulla buona strada per arrivare alla soluzione del mistero. Era un bravo ragazzo, molto aitante, sempre allegro e circondato da belle ragazze. Rimasi letteralmente sconvolto quando due giorni dopo appresi della sua morte dai giornali. Era annegato nel Tevere, si parlava di suicidio ma io non ci ho mai creduto.”

E’ una storia triste –osservò Howard- e può anche darsi che lei abbia ragione a non credere ad un suicidio, potrebbe trattarsi semplicemente di un banalissimo incidente ma non vedo come la sua morte possa essere, in qualche modo, collegata alle sue presunte scoperte.”

Il buttero non fece alcun commento, disse semplicemente:

Spero che lei abbia ragione.” Nello stesso istante, Marco Nobili e sua moglie entravano nella locanda seguiti da Nora. Dopo i saluti, Marco si scusò per il ritardo adducendolo ai suoi impegni professionali che si erano, suo malgrado, protratti oltre l’orario da lui previsto. Una volta liberatisi dagli ingombranti paletot, i tre ritardatari presero posto:

Allora, -domandò Marco- come vanno le tue ricerche sull’enigma della porta alchemica?”

Sono praticamente ad un punto morto. –rispose- Inoltre, pare che insistere nel voler approfondire ulterior-mente la cosa, potrebbe rivelarsi a dir poco pericoloso. Così mi dicono, almeno.”

Howard raccontò la storia appresa poco prima dal buttero, avendo cura che lo stesso non si accorgesse di quan-to stesse dicendo.

Non mi dirai che credi a certe fandonie spero.” –esclamò Marco-

Certo che no, -rispose Howard- anche se sarei curioso di sapere che cosa aveva scoperto, di tanto interes-sante, quello sfortunato studente.”

Non credo che la tua curiosità potrà mai essere soddisfatta, purtroppo. –osservò Silvia- Tu, comunque, stai attento. Sebbene neanche io creda molto a certe superstizioni, non ti nascondo che tutta questa storia comincia a preoccuparmi un po’.”

Ecco gli antipasti. –disse il buttero, facendo sobbalzare Howard che non lo aveva sentito arrivare alle proprie spalle- Il giorno dopo Howard, fermamente deciso di trovare il bandolo della matassa, preparò tutti i suoi appunti. Questa volta era diretto alla biblioteca Alessandrina. Disse a Nora di prepararsi ad una lunga e dura giornata di lavoro. Aveva la stessa sensazione di quando si perde un oggetto nella propria casa, si cerca in ogni angolo, si mettono i cassetti in subbuglio e poi quando hai perso ogni speranza di trovarlo ecco che spunta da solo, proprio dal posto in cui non avresti mai pensato che fosse. Allo stesso modo, sentiva che la soluzione era vicinissima ma non riusciva a vederla. La giornata fu proprio come Howard aveva previsto: lunga e noiosa. Infatti, nonostante avesse consultato almeno una cinquantina di testi non era riuscito a trovare alcunché di interessante. Era ormai giunta l’ora della chiusura ed Howard, assorto nei suoi pensieri, sembrava non darsene alcuna pena. In realtà aveva completamente perso la cognizione del tempo.

Mi scusi signore, -gli disse l’impiegato con molto garbo- volevo avvisarla che mancano dieci minuti alle 18 e siamo in chiusura.“

Ha ragione, -rispose- non immaginavo si fosse fatto così tardi ma stia tranquillo non ne avrò ancora per molto.”

L’impiegato guardò l’orologio e con rammarico soggiunse: “mi rincresce, signore e mi scusi ancora per la mia insistenza ma quel libro andrebbe restituito. Come dicevo siamo in chiusura. Però se lei ha ancora bisogno di quel testo ed è in possesso della nostra tessera, può chiederlo in prestito.”

Purtroppo non ho alcuna tessera –disse- ma ciò che mi interessa è contenuto in queste due pagine, sarebbe possibile fotocopiarle?”

Ma certo, dia pure a me.” Il volto di Howard esprimeva tutto il suo compiacimento. Nora si chiedeva a cosa potesse attribuirsi tanta soddisfazione. Certo aveva trovato qualcosa di molto interessante, forse la chiave del mistero, ma non gli chiese nulla e lui non fu più eloquente. Prese le fotocopie, le piegò accuratamente poi le ripose in tasca come delle preziose reliquie. Guardò quindi Nora negli occhi ed al suo sguardo incuriosito rispose: “ci siamo, mia cara, ci siamo!”

Giunti in albergo Nora continuava ad osservarlo mentre si metteva in libertà. Lo sentì addirittura canticchiare mentre si faceva la doccia. Alla fine non riuscì a trattenere la sua curiosità e prese le fotocopie che Howard aveva appoggiato sullo scrittoio ed iniziò a leggere mentalmente:

La piramide Cestia fu costruita appunto da Caio Cestio nel 20 a.C. circa, il quale l’avrebbe voluta come sua tomba, così come facevano gli antichi faraoni d’Egitto. Essa è alta all’incirca 36 metri ed ogni suo lato ne è lungo 30. Il monumento è costituito dal nucleo centrale in calcestruzzo rivestito di blocchi di marmo bianco di Carrara. Le iscrizioni esterne del lato orientale narrano come questa fu costruita in soli 330 giorni.

Infatti, gli eredi di Caio Cestio furono costretti ad erigerla, in così breve tempo a causa di una postilla testamentaria la quale prevedeva la costruzione di una tomba a forma di piramide, da completarsi entro il termine perentorio di 330 dì, pena la perdita dell’eredità. Si accede all’angusta camera funeraria dalla volta a botte, attraverso una piccola apertura nel lato occidentale che conduce ad uno stretto cunicolo in laterizio.”

Era alla piramide Cestia che si riferiva l’indovinello.” –disse Nora come se pensasse ad alta voce.”

Infatti. -rispose Howard che in quel momento usciva dal bagno, con indosso l’accappatoio- Ora è tutto chiaro: se rifletti sulla frase, nel punto in cui dice IN AMOR E PER DONARE, vedrai che oltre all’anagramma amor che sta per Roma, ve ne è un altro ovvero donare che sta per denaro poiché fu proprio per denaro che la piramide venne costruita dagli eredi in trecentotrenta giorni per non perdere l’eredità, vale a dire trecento trenta “id” e cioè non il pronome latino “questo o questa” ma dì scritto al contrario ovvero “giorno o giorni.”

Credo che le tue deduzioni siano giuste, –disse Nora- ma ora quale sarà la prossima mossa?

La prossima mossa dovrò giocarla senza il tuo aiuto ed in piena libertà di movimento.”

Cosa intendi dire?”

So che non ti piacerà, –rispose Howard- ma dopo cena dovrò compiere un’escursione notturna dalla quale preferisco tenerti fuori, non per timore o per superstizione ma perché da solo sarà più facile riuscire ad entrare all’interno della camera sepolcrale della piramide. D’altronde anche la scritta sulla porta invita ad andare avanti SI SEDES NON IS e cioè se siedi non procedi. E se provi a leggerla al contrario ti accorgerai che è una frase palindroma: SI NON SEDES IS vale a dire se non siedi procedi. Tutto sembra quindi invogliare il lettore a non abbandonare l’impresa ed io non ho nessuna intenzione di sedermi.” Nora cercò in tutti i modi di dissuaderlo dal suo intento ma Howard riuscì a convincerla che non c’era alcun pericolo e che sarebbe stato via soltanto lo stretto necessario. Al suo ritorno, era certo, avrebbe potuto svelarle la soluzione del mistero.

Erano passate soltanto un paio d’ore dal momento in cui Howard, finita la cena, si era allontanato. Nora, in vestaglia, camminava nervosamente nella camera d’albergo con il televisore acceso. Era appena mezzanotte ma ella non si sentiva affatto tranquilla, l’ansia non le permetteva di addormentarsi. Di tanto in tanto si sedeva sul lato destro del letto coprendosi le ginocchia con la coperta. Cercò di convincersi che Howard aveva ragione nel dire che non correva alcun pericolo compiendo quella stravagante uscita notturna ciononostante, involontaria-mente, le ritornavano in mente i vari episodi inspiegabili e le storie degli strani avvenimenti che secondo la tradizione sarebbero avvenuti nel corso dei secoli intorno alla famiglia degli Hortis. Si ricordò all’improvviso delle pillole che Howard era solito prendere per la sua insonnia, erano lì sul comodino. Forse una di quelle l’avrebbe aiutata a prender sonno così da evadere l’angosciosa attesa. Al suo risveglio avrebbe certamente trovato Howard addormentato al suo fianco. Il medicinale fu rapido ed efficace, in meno di dieci minuti la giovane donna dormiva profondamente ma il suo respiro era ansimante come quando si fa un brutto sogno.

L’ambiente era buio, si trattava di un corridoio molto stretto. Howard avanzava illuminando con la torcia elettrica il pavimento polveroso. Finalmente il lungo cunicolo terminò, davanti a lui si apriva una piccola camera anch’essa buia e polverosa, al suo centro un grande sarcofago di marmo circondato da bassorilievi di epoca romana. L’uomo girava intorno al sepolcro illuminando qua e la alla ricerca spasmodica di qualcosa. Poi un tenue bagliore sembrò scaturire dal centro del soffitto. Un piccolo puntino di luce bianca, quasi fosforescente che pian piano, ingrandendosi, prendeva forma, una forma sempre più chiara e definita quella di una donna ma il suo corpo non era reale ci si poteva vedere attraverso. L’ectoplasma si avvicinò scivolan-do verso Howard che, atterrito, si era rannicchiato in un angolo della angusta camera. Poi si diresse dall’altro lato della stanza passando attraverso il sarcofago. Si pose di spalle contro il muro e con la mano sinistra indicò un punto preciso della parete quindi sparì e l’ambiente ricadde nella semioscurità rotta soltanto dal fascio di luce emesso dalla torcia di Howard.

Mio Dio, -pensò Nora svegliandosi- era solo un sogno, un orribile sogno.” Allungò la mano verso il co-modino ed acceso il lume ebbe un’amara sorpresa: il posto di Howard era ancora intatto. Dalla finestra, attraverso uno spiraglio tra le spesse tende entrava un sottile raggio di luce. Guardò l’orologio, segnava le 8,30. L’angoscia la assalì ma cercò, per quanto le riuscisse, di mantenere la calma ed afferrato il telefono chiese la linea esterna. Compose nervosamente il numero di Marco Nobili più volte ma il segnale dava occupato. Dopo l’ennesimo tentativo, finalmente, la linea si era liberata e la voce di Silvia le rispose. Nora le spiegò veloce-mente quanto era accaduto ed infine che era in preda al panico e che non sapeva cosa fare.

Ora calmati, -disse Silvia con voce rassicurante- sono certa che Howard sta bene e che non gli è accaduto nulla di male. Solo il tempo di vestirci ed io e Marco saremo da te poi insieme andremo a cercarlo.”

Purtroppo, dopo aver passato l’intera mattinata nell’affannosa ricerca del professore inglese, Nora e i due amici non erano riusciti a trovarne traccia. Marco somministrò un tranquillante alla povera Nora ormai preda di una crisi nervosa. Avevano ripercorso tutti i probabili movimenti di Howard dal momento in cui si era allontanato dall’albergo per recarsi alla piramide Cestia ma questa non era aperta alle visite del pubblico. Avevano chiesto nei vari bar aperti anche di notte ma nessuno lo aveva notato.

Ora voi due resterete qui in albergo –disse Marco alle due donne- e cercate di riposare un pò mentre io andrò a fare il giro delle varie stazioni di polizia. Non appena avrò notizie vi chiamerò.”

Sembrava impossibile ma Howard era come sparito nel nulla. Dopo aver girato quasi tutti i commissariati di polizia del centro, Marco era veramente scoraggiato, non sapeva più cosa pensare. Ma come gli era venuto in mente di uscire di notte per cercare di introdursi di nascosto nella piramide? Poteva almeno avvertirlo prima di agire così sconsideratamente. Ormai era quasi buio e Marco si trovava nei pressi del Tevere, era molto preoc-cupato per le sorti del suo amico tanto che inconsciamente stava quasi per pensare al peggio, quando al-l’improvviso ricordò che nei paraggi doveva trovarsi l’ennesima stazione dei carabinieri, forse l’unica che non aveva ancora visitato.

Buonasera, -disse all’uomo in divisa- dovrei denunciare una scomparsa.”

Mi dia le generalità del soggetto.”

Il suo nome è Howard Breadley, nato a Kingston, è un professore inglese di storia dell’arte.”

Ha detto Breadley vero?… inglese. Lei lo conosce bene?”

Certo, -rispose Marco- lo conosco da vari anni. Ma perché mi fa questa domanda? Forse sapete dove si trova?”

Già, -disse l’appuntato- l’abbiamo trovato vicino al fiume, stava per buttarsi di sotto, l’abbiamo preso giusto in tempo. Ora è di là, il commissario lo sta interrogando.”

Sia lodato il cielo. –esclamò Marco risollevato- Mi permette una telefonata? –soggiunse- vorrei chiamare sua moglie per tranquillizzarla.”

Il rilascio di Howard non fu semplice come Marco pensava, infatti anch’egli fu chiamato nell’ufficio del commissario e sottoposto ad una sorta di interrogatorio finché non fu ben chiara la sua identità. Per il povero Howard che continuava a sostenere la tesi di essersi sentito male e di essersi affacciato al muretto del ponte senza alcuna intenzione di suicidarsi, si dovette scomodare addirittura l’Ambasciata Britannica per accertare la sua posizione e fu solo a sera ormai inoltrata che i due furono, alfine, rilasciati. Una volta in strada, Marco chiese ad Howard come si sentisse.

Non mi sono mai sentito così stanco, -rispose- riesco a stento a tenere le palpebre aperte.”

Lo credo bene, -disse Marco- non chiudi occhio da almeno due giorni e una notte. Ora ti accompagno in al-

bergo così potrai mandar giù qualcosa di caldo ed andare subito a letto ma adesso mi vuoi spiegare cosa ti è successo?”

Ti prego, non chiedermi nulla ho bisogno di rimettere ordine nella mia mente. L’esperienza di stanotte è stata davvero agghiacciante e come se non bastasse un’intera giornata al commissariato a reso i miei nervi a pezzi. Mi hanno tempestato di domande e nello stato di confusione in cui mi trovavo c’è mancato poco che non rivelassi della mia intrusione nella piramide, per fortuna sono riuscito a tacerla. Tutto sommato è grazie a quei carabinieri che sono ancora qui a parlarne. Se non mi avessero fermato in tempo sarei certamente finito in fondo al fiume.”

Non vorrai dirmi che eri veramente intenzionato a suicidarti. –disse Marco- Che motivo avevi per fare un

simile gesto?”

Nessun motivo. –rispose- Non so neanche come sono arrivato dalla piramide al Tevere, é uno spazio di tempo che sembra essersi cancellato dalla mia memoria. Grazie a Dio è tutto finito ed io posso ritenermi davvero fortunato.”

Arrivati in albergo, i due, oltre alle loro mogli trovarono ad attenderli anche Gianluca Ortis e sua moglie Isabella. Howard raccontò ancora una volta quanto gli era accaduto dal momento in cui i carabinieri lo avevano trovato sul fiume fino all’arrivo di Marco. A quel punto, però, tutti volevano sapere cosa fosse accaduto nella piramide e cosa avesse scoperto.

Domani è la vigilia di Natale, –disse- e se non sbaglio saremo tutti a cena qui in albergo, propongo quindi di vederci un’ora prima di cena così da potervi raccontare tutto quanto, compresa la soluzione del mistero……. Si, l’enigma è ormai svelato!

Marco annuendo salutò l’amico abbracciandolo, così fece anche Silvia.

Vi mando subito una buona cena per due –disse Ortis prima di uscire dalla camera di Howard- ma si ricordi che domani dovrà raccontarci tutto, pendiamo dalle sue labbra.”

Finalmente soli Howard e Nora si abbracciarono lungamente.

E’ stato terribile, -disse lei- ho avuto tanta paura, paura di non rivederti più. Ma dimmi che cosa è successo dentro il sepolcro, cosa hai visto.”

Calmati cara ora è tutto finito, se avrai un attimo di pazienza saprai ogni cosa.”

Il flacone delle compresse di Howard era ancora lì sul suo comodino e lui, quasi meccanicamente ne prese una e la ingoiò anche se forse, quella sera, non ne aveva alcun bisogno. Nel frattempo la cena era arrivata ed il profumo che veniva dal vassoio era a dir poco invitante mentre il calore dei termosifoni cominciava a far sentire il suo tepore. L’effetto del sonnifero abbinato alla stanchezza non tardarono a farsi sentire. Gli occhi di Howard tendevano a chiudersi ma si sforzò così da riuscire a consumare la sua cena. Infine scusandosi con Nora rimandò ogni discorso al giorno dopo, quindi fece l’unica cosa che in quel momento riuscisse a fare: sdraiarsi sul letto e dormire.

Erano le cinque del pomeriggio della vigilia di Natale e Nora decise che era ora di svegliarlo. Fino a quel momento non ne aveva avuto il coraggio, non lo aveva mai visto dormire così profondamente ma ormai mancavano solo due ore alle sette ed Howard aveva ancora indosso gli abiti del giorno prima. Cercò di rendergli il risveglio gradevole con il suo tea preferito, lo aveva portato lei stessa dall’Inghilterra.

Credo di non aver mai dormito tanto in tutta la mia vita, –disse- benché ne avessi proprio bisogno.”

Si alzò pigramente dal letto e si portò davanti allo specchio stiracchiandosi. Nora era dietro di lui già vestita di tutto punto.

Sei stupenda, come sempre. –disse- Guarda io, invece, come sono ridotto ho proprio bisogno di rimettermi in ordine, accidenti è già tardi.” – esclamò guardando l’orologio- In realtà ebbe tutto il tempo di fare ogni cosa con la massima calma, contemporaneamente Nora insieme a Silvia e ad Isabella stavano organizzando gli ultimi preparativi per il cenone e lo scambio dei regali. Alle sette precise Howard scese giù in salotto.

Auguri professore.” –dissero tutti in un coro per niente sincronizzato-

Dopo gli auguri e qualche battuta di Ortis, quest’ultimo propose il suo ufficio come il luogo più indicato per quella “mini conferenza”, come la definì lui. Laggiù avrebbero potuto bere un buon bicchiere di Whisky completamente appartati e lontani da eventuali orecchie indiscrete.

Lo studio era gelido, Ortis si affrettò ad aprire la manopola del radiatore mentre gli altri prendevano posto sul divano. L’atmosfera si fece tesa e silenziosa. Howard bevve ancora un sorso del suo Whisky poi prese la parola: “Forse vi sembrerà strano per un uomo abituato a parlare di fronte a platee di parecchie centinaia di persone, trovarmi stasera di fronte a voi cinque ed essere emozionato ma probabilmente questa mia emozione è dovuta alla straordinarietà di ciò che sto per dirvi.

Per chi non conosce gli ultimi sviluppi delle mie ricerche, dovrò spiegare che la famosa frase segreta che non riuscivamo a trovare era celata negli scritti di Sigismondo Hortis. Devo dire che non fu facile capire che erano proprio quegli scritti a contenerla e che, se ci sono arrivato, è stato più per caso che per intuizione. Quando sovrapposi la pergamena forata sugli stessi, vidi emergere una frase priva di senso: “IN AMOR PER DONARE IN TRE CENTO TRENTA ID FU ERETTA. BENCHE’ ORIENTALE AD OCCIDENTE ELLA NASCONDE.” L’aiuto di mia moglie Nora fu determinante nella soluzione degli anagrammi contenuti nella frase che infine scoprii andava letta in tal modo: “IN ROMA PER DENARO FU ERETTA IN TRECENTOTRENTA GIORNI E BENCHE ORIENTALE ELLA NASCONDE AD OCCIDENTE.” Cominciai a consultare gli antichi testi delle biblioteche pubbliche di Roma nella speranza di scovare un monumento orientale che si trovasse qui a Roma ma tutto ciò che riuscii a trovare fu una miriade di obelischi egiziani. Questi, però erano da escludere poiché fabbricati in Egitto e solo successivamente traspostati a Roma. Quel che io cercavo, invece era qualcosa di orientaleggiante ma che fosse stato co-struito qui. Dopo lunghe e noiose ricerche avevo quasi perso ogni speranza di riuscire, quando all’improvviso, sfogliando l’ultimo libro mi balzò agli occhi la piramide Cestia, leggo dai miei appunti quanto era letteral-mente scritto: “La piramide Cestia fu costruita appunto da Caio Cestio nel 20 a.C. circa, il quale l’avrebbe voluta come sua tomba, così come facevano gli antichi faraoni d’Egitto. Essa è alta all’incirca 36 metri ed ogni suo lato ne è lungo 30. Il monumento è costituito dal nucleo centrale in calcestruzzo rivestito di blocchi di marmo bianco di Carrara. Le iscrizioni esterne del lato orientale narrano come questa fu costruita in soli 330 giorni. Infatti, gli eredi di Caio Cestio furono costretti ad erigerla, in così breve tempo a causa di una postilla testamentaria la quale prevedeva la costruzione di una tomba a forma di piramide, da completarsi entro il termine perentorio di 330 dì, pena la perdita dell’eredità. Si accede all’angusta camera funeraria dalla volta a botte, attraverso una piccola apertura nel lato occidentale che conduce ad uno stretto cunicolo in laterizio.” A questo punto mi fu tutto chiaro. Vi renderete conto che per me era ormai impellente un sopralluogo, decisi che lo avrei effettuato quella stessa sera, avevo un unico ostacolo, mia moglie che sicuramente e giustamente avreb-be osteggiato questa mia iniziativa. Ma non fu tanto difficile convincerla che non c’era alcun pericolo per me. So bene che non era tranquilla ma pur di accontentarmi fece finta di crederci mascherando la sua angoscia. Mi armai di alcuni attrezzi, quelli che secondo la logica sarebbero potuti servirmi e li misi nella mia borsa porta-carte, quindi uscii per affrontare quella eccitante avventura. Arrivai alla piramide e mi diressi alla parte oc-cidental, scrutai tra le erbacce e con la mia torcia elettrica individuai quasi subito l’ingresso del cunicolo. La e parte difficile fu riuscire ad entrarvici. Dovetti ricorrere al mio coltello multifunzioni ed usare la piccola sega per eliminare alcuni rami che ne ostruivano il foro d’entrata. L’interno era angusto e maleodorante, la mia tor-cia riusciva ad illuminare un’area molto limitata ma riuscivo almeno a vedere ciò che calpestavo e ad evitare i topi che disturbati dalla mia intrusione sfrecciavano ai due lati dei miei piedi, senza contare le centinaia di altri piccoli esseri che marciavano come piccoli, neri soldati, ai due lati delle difformi mura. Tutto ciò era solo un divertente preludio a ciò cui avrei assistito poco dopo. La camera sepolcrale era piccola ed il sarcofago marmoreo, al centro di essa, era ornato di bassorilievi di epoca romana che denotavano chiaramente l’influenza dell’arte greca. Stavo contemplandolo per dargli una datazione approssimativa ma non ne ebbi il tempo, una piccola fiammella comparì dal nulla, la vidi ingrandirsi sempre più e prendere forma fino a diventare chiara e precisa, quella di una donna, il fantasma di Fiorenza Hortis. Il suo corpo emanava una luce bianca così intensa da illuminare chiaramente l’intera camera. Rimasi impietrito in un angolo mentre lei galleggiava a mezz’aria. Mi osservò per qualche istante poi mi voltò le spalle per dirigersi verso la parete opposta, puntò l’indice della mano sinistra in un punto preciso del muro poi così com’era apparsa sparì nel nulla. Tutta la scena avrà avuto la durata di cinque, sei minuti al massimo ma a me parve interminabile. La camera era di nuovo in penombra, con la torcia illuminai il punto indicato da Fiorenza e vidi che un mattone era decisamente sconnesso, provai a tirarlo via ma al primo tentativo non venne. Feci ricorso ancora una volta al mio coltello e rimossi alcuni residui di malta. Stavolta cedeva!! Illuminai l’interno del foro con la torcia, questo era profondo circa un metro ma conteneva solo polvere e fuliggine. Che senso aveva tutto questo? Con timore introdussi una mano all’interno e cominciai a palpare finché ebbi l’impressione di aver spostato qualcosa, qualcosa che probabilmente la polvere aveva nascosto al mio sguardo. Era di forma rettangolare, del tutto simile ad un libro. Pensai subito al diario degli Hortis ma non ci speravo molto e quasi stentavo a crederlo ma scoprii che non mi ero sbagliato. Lo appoggiai per terra e lo aprii mentre con l’altra mano reggevo la torcia, temevo che da un momento all’altro svanisse. L’emozione era tanta da non riuscire a frenare il tremore che mi pervadeva. Mi sedetti per terra ed aprii il libro in un punto dove le pagine erano divise da qualcosa che aveva uno spessore di qualche millimetro, era un frammento di specchio, talmente vecchio e consunto da non riflettere quasi più nulla. Lo misi in tasca pensando di esaminarlo più accuratamente in seguito. Ora dovevo scorrere le pagine del diario per scoprire il segreto che mi aveva coinvolto in quella assurda avventura. Sfogliavo febbrilmente le pagine per trovare la chiave del dilemma e finalmente trovai ciò che cercavo, la maledizione di Flotentia Hortis. Ora vi prego di prestarmi la massima attenzione e se ciò che dirò da questo momento in poi vi sembrerà assurdo fate conto di non averlo mai ascoltato. Seguirono alcuni, interminabili, attimi di silenzio, poi Howard riprese:

Devo ammetterlo, -scrive Florentia- ero ossessionata dalla ricchezza e dal potere, avevo grandi aspirazioni ed ogni giorno la mia sete di denaro e potere cresceva a dismisura. Io, una donna venuta dalla strada, mi trovavo all’improvviso a sostenere la parte di una nobile cortigiana con tutti i vantaggi che una simile posizione può dare. Nella mia mente era ben chiaro che avrei giocato fino all’ultima carta per sfruttarli al massimo. Ero venuta in possesso del diario di Francesco Borri nel quale è contenuta una formula magica capace di tramutare i vili metalli in prezioso oro ma la mia bassa cultura non mi permetteva di decifrarla e quindi di utilizzarla. L’uomo che mi promise di aiutarmi era un grande conoscitore delle pratiche magiche, dell’alchimia e della negromanzia. Egli mi chiese il diario per poter effettuare gli esperimenti che avrebbero dato ricchezza e potere ad entrambi. Avevamo una relazione sentimentale da quasi due anni ed egli é il vero padre di mio figlio anche se, astutamente, feci in modo che il marchese Massimiliano lo credesse suo, solo così avremmo potuto raggiungere i nostri scopi. Avevo riposto tutta la mia fiducia nell’uomo che mi aveva resa madre ed ero certa delle sue capacità alchimistiche ma dopo tre mesi circa di presunti fallimenti la mia fiducia cominciò a vacillare, anzi iniziai ad aver paura, paura che volesse uccidermi così da eliminare l’unica persona che era a conoscenza di quel segreto. Il mio unico cruccio, in quel frangente era il futuro di mio figlio, che fine avrebbe fatto il bambino se, malauguratamente, sua madre fosse venuta a mancare? Mi affrettai a fare testamento lasciando quasi tutti i miei averi a lui ed una cospicua somma alla sua nutrice con l’obbligo da parte di questa ultima di accudirlo fino all’età di 18 anni. I miei sospetti si rivelarono fondati. All’improvviso l’uomo sparì dalla scena. Lo cercai lungamente ma sembrava che la terra lo avesse inghiottito. Promisi una somma di denaro a chiunque mi avesse fornito sue notizie e la voce si sparse nei bassifondi della città in men che non si dica e altrettanto velocemente riuscii a sapere dove era nascosto.

A questo punto, -disse Howard- il racconto di Fiorenza si interrompeva, per riprendere dalla mano di Lorenzo Hortis, il quale cent’anni dopo venne in possesso del diario e che nel corso di una seduta spiritica invocò la sua antenata alla quale chiese della sua misteriosa sparizione.-

Fui battuta sul tempo, -raccontò Fiorenza parlando tramite la bocca del medium- era evidente che la notizia del fatto che lo stessi cercando, era giunta anche al suo orecchio. Alla luce delle informazioni ricevute, stavo studiando un piano per scoprire i veri risultati dei suoi esperimenti e nello stesso tempo sottrargli il prezioso diario. Mentre ero assorta in tali pensieri, non mi avvidi che qualcuno arrivava di soppiatto alle mie spalle. All’improvviso sentii qualcosa stringermi alla gola, qualcosa di molto lungo e di resistente, come una lunga sciarpa di seta. La stretta si serrava sempre di più intorno al mio collo ma ebbi il tempo di vedere la sua mano destra, al mignolo portava un anello sormontato da una piccola testa di leone con due brillanti al posto degli occhi, lo riconobbi subito, era il suo anello. In punto di morte e con l’ultima riserva di fiato riuscii a lanciargli contro la mia maledizione: anche dopo morta l’avrei raggiunto e perseguitato per il resto dei suoi giorni fino a renderlo pazzo. Poi il mio corpo si accasciò sul pavimento privo di vita. In quello stesso istante sentii un campanile lontano battere dodici rintocchi, mentre una parte di me stava lasciando quel corpo per librarsi leggero come fumo verso il soffitto della stanza. Ora dominavo la scena dall’alto e vedevo chiaramente ciò che accadeva sotto di me: l’uomo prese le mie spoglie e le avvolse accuratamente nel mio mantello, poi mi mise le scarpe e prese il mio cappello preferito dalla cappelliera, fece tutto con molta calma e senza tradire la minima emozione. Quando ebbe finito la macabra operazione mi sollevò di peso e mi portò giù in strada dove una carrozza lo attendeva. Mi caricò nell’abitacolo e poi si mise a cassetta. Il trotto dei cavalli d’un tratto si fermò, eravamo nei pressi di Castel Sant’Angelo, proprio sopra il ponte. Si guardò intorno con circospezione e quando fu certo di non essere visto mi afferrò e come un misero fagotto di stracci fui gettata tra le nere, gelide acque notturne del Tevere. Quell’uomo spregevole, soddisfatto del suo operato, lasciò lì la carrozza e si allontanò velocemente sicuro che, quando il mio corpo sarebbe riaffiorato, tutti avrebbero pensato ad un suicidio e così fu

ma ciò che lui non poteva immaginare era che poco tempo dopo anche lui avrebbe subito la mia stessa sorte.

Dopo queste ultime parole il medium si ridestò dal trans, era evidente che lo spirito, era andato via.

Lorenzo Hortis per conoscere il seguito della storia dovette ricorrere alla sua governante, figlia della fedele nutrice di suo padre: ella narrava che l’uomo si era suicidato gettandosi nel Tevere, indossava una camicia da notte ed era scalzo, quasi come se l’uomo avesse raggiunto il fiume in stato di sonnambulismo. Ma per quale motivo, un uomo divenuto ormai ricco e potente, si sarebbe tolto la vita, rinunciando a tutto ciò che aveva ottenuto seppur disonestamente? La vecchia donna, pare fosse convinta che fu la mano di Fiorenza a spingerlo verso quella fine assurda, così come ella aveva annunciato lanciando il suo estremo anatema. –seguirono alcuni attimi di silenzio, poi Howard concluse: Questa è la leggenda degli Hortis così come è stata tramandata.”

Molto affascinante, -disse Ortis con un pizzico di incredulità- ma il diario? che fine fece il diario?

Aspettavo che me lo domandaste. -rispose- Fiorenza Hortis fu assassinata il 31 giugno 1675 e, da questa data ai successivi 50 anni, in questa storia, c’è una vera e propria eclissi. Non si conosce nulla della vita dell’unico figlio di Fiorenza e della sua nutrice, ne tantomeno del diario che ricompare sulla scena solo con il secondo Lorenzo degli Hortis, il quale afferma di aver trovato il diario nella soffitta della sua villa di Cerveteri il 31 giugno 1775, in un forziere della soffitta e che tale ritrovamento fu guidato da alcune misteriose impronte lasciate nella sua casa, impronte di piedi nudi bagnati che dall’ingresso conducevano fino in soffitta. Lorenzo lesse la parte del diario che tutti noi conosciamo e lo ripose nello stesso forziere in cui lo aveva trovato ma quando il giorno dopo, ritornò in soffitta con l’intenzione di riprendere il diario, trovò ancora delle impronte di piedi bagnati ma questa volta erano state lasciate da piccole scarpe femminili, il diario, però, era sparito. La leggenda finisce qui, -proseguì Howard estraendo dalla tasca del suo cappotto un vecchio libro- e questo è il famoso diario che tanto ci ha fatto penare. L’ho rinvenuto nel sepolcro della piramide in un foro della parete che lo spirito di Fiorenza mi aveva indicato. Tra le sue pagine ho trovato questo frammento di specchio. Credo fosse stato fabbricato dall’amante di Fiorenza che, con i suoi esperimenti era riuscito ad ottenere il famoso electrum magicum grazie al quale divenne ricco e famoso come mago e veggente. Infatti pare che in questi specchi si potessero vedere cose e persone al di là del tempo e dello spazio. Una attività che all’epoca bisognava esercitare con la massima discrezione ma che godeva di grande considerazione presso le case dei ricchi.”

Intanto il ristorante andava riempendosi di festosi di clienti che avevano prenotato per il cenone della vigilia di Natale, l’ora di cena era ormai prossima ed i camerieri cominciavano a girare tra i tavoli con i primi vassoi colmi di antipasti. Tra il mormorio dei commensali ed il tintinnio delle stoviglie nessuno si accorse della misteriosa figura seduta al tavolo in fondo alla sala: una bellissima donna dai capelli corvini e dal corpo avvolto in un grande mantello di seta amaranto. Intanto, al tavolo di Howard, gli occhi di tutti erano puntati sul diario. Ognuno di loro fu come assalito da un incontenibile desiderio di toccarlo. Passò di mano in mano e quando, finalmente arrivò in quelle di Ortis disse:

E’ proprio lui. Non rischierò di perderlo una seconda volta, lo metterò subito al sicuro, siatene certi.”

La donna dal mantello rosso si diresse con passo leggero verso Ortis, nel suo incedere sembrava quasi che pattinasse e quando furono l’uno di fronte all’altra, lei lo fissò dritto negli occhi finchè l’uomo non rimase come ipnotizzato. Lui porse il libro alla donna che con un sorriso lo prese per poi farlo sparire sotto il lungo mantello. Tutti guardavano incuriositi quella strana scena ma l’espressione di Howard non era di curiosità ma di sgomento. Tutto si svolse in un baleno e prima ancora che qualcuno dei presenti potesse dire o fare qualcosa, la donna era già sparita e con lei il diario.

Era lei vero? –chiese Ortis-

Si! –rispose Howard- Credo che nessuno sentirà più parlare ne di lei ne del diario. Qualcuno doveva consegnare quel libro nelle sue mani senza opporre resistenza e spontaneamente per far si che il suo spirito potesse riposare in pace ed è proprio ciò che lei ha fatto, mio caro Ortis. Ora non ci resta che dimenticare tutta questa storia e far finta di non averla mai conosciuta.”

Ma ci sono dei promemoria, -l’apostrofò Ortis- le mie pergamene ed il pezzo di specchio che lei ha ancora nella sua tasca.” Howard mise la mano nella tasca della sua giacca ed estrasse il pezzo di specchio che appena fu alla luce si sgretolò in minuscoli granelli di sabbia. Ortis si precipitò nel suo studio per accertarsi che le sue pergamene fossero ancora al loro posto, ma al suo ritorno………

Nulla, -disse – null’altro che polvere.”

Si è convinto ora, -replicò Howard- che la maledizione di Fiorenza è giunta alla sua conclusione?

Guardate. –disse Nora indicando il pavimento-

Le piccole scarpe bagnate della misteriosa signora dal mantello di seta avevano lasciato una lunga fila di impronte.

Veniva dalle profondità del fiume. –concluse Howard- ed è li che è ritornata

4 Commenti a “Lo strano caso della porta alchemica”

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