insoliti pensieri

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Nel labirinto della mente -2° parte.

Pubblicato da a il 15 dicembre 2007

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Chiara, un’ottantina d’anni circa, analfabeta, capelli corti, ricci e bianchi come la neve, occhi azzurri come un cielo sereno..


L’ho conosciuta quando mia mamma, ora defunta, condivideva la sua stanza.


M’aspetta sempre la mattina, verso le nove e m’accoglie con


< Ah, sei arrivata? Sei arrivata presto stamattina, brava ! > Il suo solito sorriso le illumina il viso, mi si avvicina sfiorando la mia guancia con un lieve bacio.  


Come un gesto ripetuto nel tempo, si passa le mani sul vestito, come per togliere i resti della farina della sfoglia appena fatta.


< Ce l’hai la lana da dipanare oggi?Mi son alzata presto, alle quattro ero in piedi! Ho munto le vacche e gli animali son già posto! Chett’ha fatto oggi da mangiare? >  continua a chiedermi..


Mi sono abituata anche io ad essere accolta così ogni volta che la vado a prendere per portarla


un po’ fuori da questa che è la sua prigione ma che è anche diventata il suo punto di riferimento .


Usciamo un po’ dalla sua quotidianità di quel andirivieni senza fine lungo il corridoio.


Ogni mattina, alla medesima ora, stessi gesti, stesse parole mi aspettano..


Le racconto un piatto diverso ogni giorno, inventandomi un menù fatto di antichi mangiari per vedere il suo volto sorridere con quella bocca sdentata, priva di denti…


Ha perso i ricordi, ma i ricordi stessi tornano a galla legati alle parole magiche, che come simboli, portano alla luce reminescenze in frammenti…: mangiare, animali, sfoglia, ravioli…


Mi prende a braccetto e mi dice, avviandosi verso la porta:


<  Andiamo, tanto chi ha ragione?> mi chiede.


<  Tu Chiara > le rispondo < sei che sei tu quella che ha ragione.. >


<..E certo! Perché bisogna alzarsi presto la mattina per preparare i tortelli, fare la sfoglia ed il ragù. Ci vuole il suo tempo! E poi non puoi mica tardare, che bisogna dar da mangiare agli animali!>


e continuando


<  Ah , perché se poi piove, la legna si bagna e bisogna portarla vicino al camino per farla


asciugare altrimenti fa fumo! Chi ha ragione?>


La guardo, la osservo, ha un viso da bimba, una pelle liscia e candida come il latte…


Poche le rughe ed occhi trasparenti ancora capaci di sorridere..


 


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Alcuni padiglioni si trovavano all’interno di un grande parco coltivato con specie diverse di fiori ed arbusti.


Due di questi avevano finestre con semplici vetri, nel giardino si intravedevano delle recinzioni,  con maglie metalliche che parevano robuste, alte quasi 3 metri.


Del terzo, in lontananza, solo il tetto,  faceva capolino tra le fronde degli alberi poiché era circondato da un alto muro con filo spinato.


Il marito l’aveva accompagnata in questo ultimo. Le finestre avevano inferriate in ferro.


In quel ospedale sembrava tutto normale.


All’inizio, quasi sempre tutto.. lo sembra…


Era stata alloggiata in una stanza enorme, con tanti  pagliericci su cui alcune donne giacevano stese; le stesse inferriate alle finestre, quelle che aveva visto da fuori.


Non fece caso  che , oltre a quegli strani malati, nell’ospedale erano ricoverate un numero di persone ritardate, persone con handicap , ed erano indifferentemente ripartite nelle varie stanze.


Il suo dormitorio  non  le assicurava un minimo di vita privata, non perché le fosse necessario e ne sentisse la mancanza, ma perché un po’ si sentiva diversa..


E’ passato così un po’ di tempo, lei non sa quantificare quanto..


Molti malati non erano mai usciti dalle mura dell’ospedale, nessuno è venuto mai a far loro visita, tanto che avevano perso ogni contatto con il mondo esterno e persino la voglia di ritornarvi.


Per quanto la riguardava, i medici, al suo ingresso in quella struttura, le avevano anticipato che non avrebbero fatto affidamento solo sull’impiego degli psicofarmaci, perché da soli non sarebbero stati in grado di togliere il disturbo.


Col capo, allora, aveva accennato ad un lieve sì, come ad indicare che aveva capito…


Le dissero anche, che inizialmente, però, le avrebbero somministrato solo quelli, perché l’avrebbero aiutata a sopportare un po’ le sue angosce ed i suoi squilibri psichici, in quel momento in cui pareva essersi persa in qualche viottolo della mente…


 


Lei, invece, aveva reagito bene alla terapia degli antidepressivi così, giorno dopo giorno,  sentiva crescere dentro di sé il desiderio di andarsene da lì.


Aveva capito che in quel posto c’erano persone un po’ particolari, e dopo l’iniziale  riluttanza, aveva accettato quella compagnia di pazzi senza i pregiudizi che aveva tempo prima, tuttavia sentendo sempre più il divario tra lei e loro..


Avvertiva forte anche il vuoto lasciato dei suoi figli.. e come una rondine in primavera, voleva tornare al suo nido..


Il marito solo un’ unica volta era andata a trovarla ed in quella occasione lei gli aveva parlato dell’intenzione di uscire da quel posto per tornare con lui, nella sua campagna, dai suoi bimbi che le mancavano tanto.


Lui le era sembrato sorpreso e per nulla contento.


Ricorda di averlo visto poi parlare con un uomo vestito di bianco, quello più alto e più grosso, mentre s’incamminavano verso l’uscita, lui e l’altro..


E lei li guardava.


E per l’ultima volta aveva visto quel uomo che era suo marito..


Ma lei non lo sapeva, non ancora..


Il suo disturbo mentale aveva fatto paura a quel uomo perché non l’aveva compreso: questo e altri motivi ne avevano provocato il rifiuto, al punto di desiderarne l’isolamento e l’emarginazione.


Era più facile e comodo nascondere la malata mentale tenendola reclusa in una struttura e celata agli occhi di tutti, piuttosto che assumersi la responsabilità di accudirla per un periodo di tempo non quantificabile.


In fondo, come ben si sa, la gente si abitua facilmente e ben presto dimentica…


 


I giorni continuavano a passare ed era arrivato anche l’inverno: duro e freddo.


Ed insieme all’inverno , anche l’inferno: il suo trasferimento in una piccola stanza dove il peso della solitudine si era rivelato ben presto ancora più pesante.


La sua casa le mancava sempre di più e sempre più spesso chiedeva di poter tornare dalla sua famiglia.


 


Non ricorda se era giorno o notte, solo che, mentre stava riposando, aveva sentito la porta aprirsi e passi fermi e decisi si erano fermati al bordo del suo letto. S’è ritrovata incappucciata senza poter proferir parola, bloccata anche dalla sorpresa e dalla paura.


Non era esperta, ma il sesso sapeva cos’era…


Mani che sembravano tentacoli di piovra la sballottavano a destra ed a manca, frugandola in ogni dove…


L’istinto di sopravvivenza non aveva tardato ad emergere e lei aveva tentato di difendesi cercando in tutti i modi di liberarsi, calciando, mordendo..


Un groppo duro come un pugno, fermo allo stomaco bloccava la sua voce che le si fermava in gola…


Un dolore lancinante alle gambe seguito immediatamente dalla loro immobilità …


E poi pugni sul viso mentre sentiva i denti ad uno ad uno cadere mentre un liquido caldo le riempiva la bocca per scendere dalle labbra lungo il mento…


Com’erano entrati, i passi, altrettanto velocemente se ne erano andati.


Nel silenzio non c’era più nessuno.


Non sa dire quanto è durato, forse il tempo giusto per sembrarle un’eternità..


Lentamente con gli occhi aperti voleva vedere, ma non vedeva nulla, cercava con le mani, ma non riusciva più a muovere le braccia. Era stata ingabbiata in una camicia di forza.


Panico, sbigottimento ed incredulità sono stati i sentimenti che in quel momento le hanno fatto credere di assistere ad una scena di cui non era lei la protagonista…


Mentre il tempo lentamente ed inesorabilmente passava, estenuata dalla fatica, dalla prostrazione mentale, dal freddo e dalla paura, era scivolata lentamente in uno stato di torpore ..


 


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Il tempo era passato, il tempo passava… Le lancette di un orologio monotone percorrevano la stessa strada due volte al giorno, ed i giorni si susseguivano inesorabilmente…


Un ragazzino di nome Antonio, cantando, saltellava e con la gaiezza e la forza delle gambette esili, seguiva il padre verso il campo di grano da mietere che era dello stesso colore dei suoi capelli e di quelli di sua sorella, mentre lei, Adele di nome e di sguardo, era diventata donna per la prima volta.


Nella stalla nuovi vitellini bevevano avidi dalle mammelle gonfie di latte e fette di lardo, un po’ rancido, del maiale ammazzato l’ultimo Natale, faceva da companatico al pranzo che sarebbe stato consumato da tutti, a mezzogiorno, sotto i primi alberi al limite del bosco.


Antonio ed Adele si sarebbero dovuti accontentare dell’acqua della sorgente. Il vinello rosso dell’anno prima non era per loro..


 


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Chiara andava punita! Troppo insistentemente chiedeva prima, pretendeva poi- e per di più urlando- di tornare a casa! E lei non era ancora guarita, niente niente… era peggiorata!


Una schizofrenia latente era emersa, quindi successivamente diagnosticata dopo il trattamento, vano, degli psicofarmaci..


Questo è ciò che dicevano i medici….


L’elettroshock glielo avevano hanno fatto in ambulatorio e senza anestesia.


La sensazione di diventare improvvisamente gonfia in ogni più piccola parte, temere di esplodere mentre il corpo fremeva in una danza macabra tra scintille crepitanti ed un forte odore di carne bruciata..


Si aspettava da un momento all’altro che le ossa sbriciolassero in mille schegge e che a velocità inaudita venissero schizzate ovunque insieme al suo sangue…


Finalmente, perdendo conoscenza, era scivolata nello stato di grazia ove il dolore non si avverte più..


Dal primo risveglio dopo quella prima volta, aveva perso la memoria,non parlava , non riconosceva neppure le parole, era entrata in uno stato di catalessi che giorno dopo giorno la risucchiavano verso un baratro senza fondo..


I medici si erano espressi dicendo che non aveva funzionato bene e paradossalmente avevano supposto che, con un ulteriore ciclo di elettroshock, ne sarebbe venuta fuori….


E quello, il ciclo… è stato successivamente fatto…


L’esito è stato devastante.. Chiara era diventata come una ritardata mentale , semi vegetale, con danni cerebrali permanenti..


In un certo senso, l’avevano addomesticata..


 


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Adele si era sposata da anni , Antonio trasferito in Germania da tempo…


Le spalle di Pasquale s’eran fatte curve, i calli ai piedi gli impedivan di metter le scarpe. I capelli come le foglie in autunno se n’erano andati ed i pochi rimasti, bianchi, coprivan le orecchie come neve sui tetti.


Poco a poco aveva venduto gli animali (come li chiamava sempre Chiara), il campo di grano s’era inselvatichito lasciando spazio alle erbe infestanti prima, a cespugli poi..


Il pascolo era già un vecchio groviglio intrecciato di sterpaglie rinsecchite dall’autunno..


L’orto un ammasso di erbe che si contendevano quel pezzo di terra a suon di radici e semi a profusione…


Il bosco sembrava un’orda barbarica in procinto di fagocitare le pietre ammucchiate del vecchio letamaio a due passi da casa..


Dei vecchi non gli era rimasto nessuno, la vita aveva reclamato il suo obolo, i fratelli avevan trovato lavoro in fabbrica, giù in provincia, e se n’eran andati.


Si avvicinava l’inverno e la sua solitudine sottolineava gli anni pesanti passati di duro lavoro.


La sua amante se n’era andata anche lei, due anni prima, seguendo il forestiero arrivato al villaggio vicino al fiume.


Ricordava bene quando, appena ragazzina, girava tra i banconi al mercato e lui se la mangiava con gli occhi immaginando scene sessuali da perfetto pervertito. Forse lei aveva dodici-tredici anni ma era prosperosa e maliziosa e forse pure consapevole dei sorrisi compiacenti dei quattro signorotti che giocavano a carte davanti all’unico bar del paese.


Ricordava bene l’intreccio dei loro occhi ogni volta che la incontrava, anche dopo il suo matrimonio.


Ricordava bene come la immaginava mentre Chiara gli si concedeva per i suoi doveri coniugali.


Ricordava bene come l’aveva cercata quando si è ritrovato solo e come lei gli si era concessa!


Ricordava bene quella borsetta di pelle lucida rossa che le aveva comprato al mercato e che soleva sfoggiare ogni volta che lui beveva un goccio di rosso in più…


Era sotto i fumi di quel vinello che si sentiva più umano e le allungava qualche banconota in segno di riconoscenza ed affetto..


Doveva aver riempito quella con tutti i suoi soldi, quelli che gli aveva rubato la notte prima della sua fuga, poiché di fuga si era trattato.


Nessuno gli avrebbe creduto e forse lo avrebbero pure deriso se avesse denunciato la cosa, ed è così che, ad un tratto, aveva capito di esser rimasto veramente solo.


Nella sua miseria di uomo non aveva avuto più il coraggio di chiedersi di Chiara ed ora non era certo il momento per farlo.


Appartenevano, per sua scelta, a due strade diverse ed ognuno avrebbe proseguito il proprio cammino.


Sapeva che un signorotto del villaggio aspirava alla sua casa, così per 4 soldi gliel’aveva venduta s’era ritrovato libero…libero di andare..


 


 


……………………………..………………………


 


 


 Pasquale Cantoni, in un paese, a pochi km dalla città, era stato inserito al 2° piano, del nuovo ospizio dove,


si diceva, si stava bene.


 


Chiara Diolaguardia era entrata al 4°piano, quello stesso giorno, per intervento dell’assistente sociale del manicomio.


 


Antonio vive tuttora  in Germania, non è mai tornato in Italia.


 


Adele, divorziata,in  età avanzata, vive in città in un semplice appartamento in periferia..


 


Chiara riceveva le visite della figlia  ma ogni volta che la vedeva diventava nervosa, aggressiva ed urlava, pertanto lei ha cessato di andarla a trovare..


 


… Da quell’unica volta in cui Pasquale andò a trovare Chiara, nessuno seppe mai più nulla l’uno dell’altra..


 


Pasquale è morto alcuni anni dopo il suo inserimento. Una lenta ed inesorabile malattia lo aveva prima inchiodato a letto, poi lentamente consumato come lo stoppino di una candela accesa.


 


Chiara mi aspetta ogni mattina e con il più radioso dei suoi sorrisi  mi dice:


< “ Ah, sei arrivata? Sei arrivata presto stamattina, brava ! >…


2 Commenti a “Nel labirinto della mente -2° parte.”

  1. Andrea dice:

    Ciao Anna,

    molto bella questa storia. E’ una storia vera? Bello il personaggio di Chiara, ma forse ancora meglio riuscito quello del marito, mentre è un peccato che ci hai detto così poco dei figli…

  2. insolita_mente dice:

    Ciao Andrea, la storia è frutto della mia fantasia, anche se una vecchietta, nel posto dove lavoro, mi aspetta ogni mattina come ho descritto. Ne approfitto per farti i miei più sentiti auguri per un serreno Natale e ricco Anno Nuovo.
    Anna- insolita_mente.

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