insoliti pensieri

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Il Castello Chenoncè, Carlo VI di Francia, il “Ballo degli ardenti” ed i “Cagots”.

Pubblicato da a il 5 gennaio 2008

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Il Castello Chenoncè, Carlo VI di Francia, il “Ballo degli ardenti” ed i “Cagots”.
di Insolita_mente

Prologo
Si dice che Carlo VI, il “Beneamato”, fu chiamato “il Pazzo” quando dimenticò il suo nome e ululando come un lupo, si perse nelle numerose stanze del suo palazzo. Si dice anche che, in compagnia di altri nobiluomini, abbigliati come selvaggi, danzarono alla corte della Regina Isabella di Baviera e che questo ballo divenne famoso come “il Ballo degli ardenti” perché il re prese inavvertitamente fuoco.
Queste non sono altro che ingannevoli dicerie di antichi cronisti poco informati.
In realtà, ecco come sono andate quelle storiche vicende.

Capitolo 1.
Anno 1411. Le forze militari del Re Carlo VI conquistano l’intero territorio, occupando anche la nostra valle. Ora è lui il nuovo padrone e signore di tutto il Regno di Gallia.
Il nostro villaggio, lungo il fiume, gli appartiene e il Conte Isambardo De Campin governa per conto suo, risiedendo nel vecchio mulino sul Cher che è diventato il suo Quartier Generale.
Il mugnaio con la moglie, che vi abitavano, sono stati barbaramente trucidati e gettati nella corrente del fiume, perché sospettati di cospirazione contro il Re.
Io lavoro come sguattera in cucina.
Mi hanno rapita alla mia famiglia, al di là del bosco, e forse mi hanno risparmiata perché Tinil Gadith ci ha messo lo zampino.
Tinil è la mia elfa.
Appartiene alla tribù dei Korrigan, folletti delle campagne. Come si sa, il Piccolo Popolo è birichino, dispettoso, ma, a saperlo prendere, diventa simpatico e giocherellone. Tinil mi fa spesso degli scherzi ed io impazzirei se non ci fosse lei a farmi sorridere un po’.
La ripago offrendole qualche boccone goloso, rubato dai tegami o dalla dispensa.

Capitolo 2.
Il Conte Isambardo è molto vanitoso ed ha ingrandito la vecchia costruzione tra le due sponde del fiume, facendola diventare un castello sorretto da una serie di archi, a formare un lungo ponte alto cinque piani. La sua posizione strategica rende difficile l’assedio di eventuali truppe nemiche.
Ci sono centinaia di soldati del Re armati, dentro e fuori le mura, ed altri su chiatte galleggianti a monte del fiume. Legate le une alle altre, fissate con delle corde agli alberi dei boschi sulle sponde, esse formano un piccolo villaggio sull’acqua.
Isambardo vanta la piena potestà amministrativa e sfrutta tutto il territorio affidatogli, considerando sue proprietà anche i contadini, costretti a subire le angherie dei soldati che sorvegliano rigorosamente il loro lavoro e la distribuzione dei prodotti nei mercati. Il primo obiettivo del Conte è il soddisfacimento dei propri bisogni anche a scapito delle necessità della comunità rurale.
Nella mensa dei contadini il cibo è scarso e le pietanze sono modeste. Vegetali con cereali e legumi di stagione bollono continuamente in un calderone sul fuoco, dove se ne aggiungono altri man mano che si mangia, intingendovi il pane. In tempi di magra o di carestia, il pane non si fa con la farina di grano, d’avena o crusca, bensì con quella di altri cereali, di legumi o di castagne.
A volte anche con ghiande, erbe selvatiche e radici. In casi di estrema necessità, si possono usare i semi dell’uva, le radici di felci seccate, pestate e polverizzate.
In mancanza anche di questi ingredienti, si ricorre alla terra mescolata ad un po’ di farina e ridotta alla forma di una pagnotta. Al castello, in tempo di pace, lo sfarzo, la ricchezza e la varietà dei piatti preparati nella nostra cucina e serviti alla mensa sono ambiti dai tanti signorotti delle cittadelle circostanti. In queste occasioni il mio lavoro raddoppia e Tinil, che è visibile solo ai miei occhi, mi aiuta, e, alla sera, stramazzo sfinita a terra sul mio pagliericcio, addormentandomi subito come un sasso.
Lei può assumere diverse sembianze e perciò ne approfitta per uscire dal castello e raggiungere le altre tribù del Piccolo Popolo delle campagne e dei boschi, oltre il fiume.

Capitolo 3.
Qui la vita pare quella di sempre, però, tra la gente serpeggia una cappa di malumore e nell’aria la tensione è palpabile. L’inverno, uno dei peggiori che io ricordi, sta finendo. La primavera è alle porte mentre i ghiaccioli sulle torrette lasciano cadere le ultime gocce. La vita riprende anche nella corte e si portano così a termine tutte quelle attività che per il freddo erano state rimandate.
Tinil stanotte è uscita e adesso, mentre mi sveglio, mi racconta, bisbigliandomelo nelle orecchie, ciò che accade nelle campagne:
«La tua famiglia è andata a vivere lontana e tutti gli altri abitanti sono scontenti, impauriti e arrabbiati. Come formiche si stanno preparando ad un altro anno faticoso di lavoro. Il loro morale è basso. L’inverno è stato duro e quello a venire lo sarà ancora di più perché un giorno un messaggero del Conte ha loro letto, ad alta voce, il seguente terribile proclama:
“Dal primo giorno del nono mese, ogni sette levate del sole, le case della contea dovranno rendere colmi cinque carri del Castello Chenoncè. Il primo carro dovrà essere riempito di farina, granaglie e legumi dei campi, il secondo, di carne di animali delle corti e di cacciagione, il terzo, di verdure dei campi e degli orti, il quarto, di frutta di campi, orti e frutteti e l’ultimo, del latte e dei formaggi di vacche, capre e pecore, di olio dei vostri otri e del vino delle vostre botti. Così è stato deciso e ordinato dal Nostro Signore Conte Isambardo De Campin.”»
L’editto ha creato disperazione e la disperazione ha aumentato il malcontento. La cucina della popolazione è praticamente vuota e, a malapena, il cibo è sufficiente a garantire la sopravvivenza. Non avanza nulla da dare al Duca, perciò tutti ne temono l’ira.

Capitolo 4.
E’ arrivata l’estate che sin da subito si è rivelata torrida. Mi mancano i miei cari e non so che farei per porre fine ai soprusi del Conte e delle sue truppe! Sono rammaricata della mia impotenza.
Una mattina, Tinil mi racconta:
«Nelle campagne quasi tutte le coltivazioni si sono seccate e la gente, mal nutrita ed indebolita, ha iniziato ad ammalarsi. Il Re dei Korrigan, Galaral, non sa più con cosa divertirsi. Le mucche che lui ama non hanno più nulla da mangiare, non danno più latte ai loro vitellini e tutti gli altri folletti stanno diventando ogni giorno più tristi. Per questo hanno deciso di indire il Consiglio delle Tribù del Piccolo Popolo. Discuteranno la questione per trovare una soluzione. Io ho sentito i tuoi singhiozzi mentre dormivi. Da ciò percepisco il tuo dolore per quanto sta accadendo e mi dispiace che tu sia così triste. Ho in mente un’idea, ti va di ascoltarla?»
Così dicendo, il suo sussurro diventa ancora più lieve ed io comincio a sperare che forse qualcosa si può fare. Tinil non mancherà alla riunione del Consiglio e proprio in questa occasione confiderà a tutti il suo piano.

Capitolo 5.
Nei Prati della Regina, sulla sommità del Monte di Alpes de Catinaux, si sono ritrovati in tanti.
Alla riunione del Gran Consiglio sono presenti Gnomi, Folletti, Nani, Fate, Ondine, Silfidi e Salamandre. Per un tacito e reciproco accordo, si rispetta l’autorità del più vecchio di tutti, Urer, Re dei Korred, l’unico dai folti capelli candidi e dalla lunga barba bianca. Costui, con un cenno del capo, chiede il silenzio di tutti e, prendendo la parola, fa un sunto dei fatti così chiaro che nessuno ha nulla da dire poi invita Tinil a parlare.
« Fratelli e amici del Piccolo Popolo, dentro al Castello Chenoncè, ho sentito dire che a Demetra, Dea della vegetazione, dei campi e dell’agricoltura, è stata rapita la figlia Persefone e pare sia stato Ade a portarla con sé negli inferi. Lei, molto arrabbiata, ha abbandonato l’Olimpo e ha gettato una maledizione sulla terra, destinando tutta la sua ira all’estinzione, per carestia, dei suoi abitanti.
Si pensa che questo possa essere il motivo dell’estrema rigidità dell’inverno passato e della siccità di questa estate. Abbiamo bisogno del suo aiuto per sconfiggere il Conte Isambardo. Urge, or dunque, liberare Persefone. Solo così riavremo la sua benevolenza.»
Il silenzio è improvvisamente diventato pesante, i visi di tutti i presenti si sono rabbuiati, consapevoli che se le cose stanno così, i tempi futuri non saranno certo lieti.
Tinil, dopo una breve pausa che rende l’ambiente ancora più carico di tensione, riprende a parlare con un tono di voce sempre più basso, invitando i presenti a farsi avanti con delle proposte.
È Kelsfidi, capo supremo dei Nani, infine, a prendere la parola:
«Mi offro di intercedere presso le nostre Dee delle Energie: Sifri, Madre della Terra e Mijceridyn, Madre dei fiumi e del Mare. Il mio popolo, da secoli, scava gallerie sotto le montagne ed ora più che mai è necessario che ci si metta al lavoro per una giusta causa. Ne scaveremo una lunga fino al “Fuoco Eterno”, al centro della Terra, e, se quello che si vocifera al castello è vero, libereremo Persefone riportandola a Demetra. Propongo alle Salamandre, spiriti del Fuoco, di far intervenire le loro sorelle delle Fiamme Maledette. Una volta che esse saranno entrate nella galleria, seguiranno la nostra fuga, bruciando ogni traccia. Mijceridyn, con l’aiuto delle Ondine, Spiriti delle Acque, a quel punto, allagherà il tunnel e, con l’aiuto degli Gnomi, Spiriti della Terra, Sifri farà poi tremare e franare il suolo sotterraneo. Il nostro passaggio verrà così totalmente distrutto e sarà impossibile sia scoprirci che raggiungerci.»
Un applauso generale corona le ultime parole di Kelfidi.
I Re di tutte le tribù presenti alla riunione, raccolti in cerchio, decidono all’unanimità di invocare immediatamente la Dea Demetra. I popolani non vi sono ammessi perché può essere molto pericoloso per loro assistere a queste cerimonie.
I preparativi iniziano con i riti di purificazione, cosa a cui iFolletti sono poco avvezzi. I Korrigan e le Fate usano tutte le loro conoscenze per creare nodi magici nella foresta allo scopo di risvegliare il suo potere, affinché la loro energia non vada dispersa.
Nel cuore della terza notte, la Dea, anche se molto triste, appare loro nelle sembianze di una vecchia. La sua potenza però è percepibile. Ascolta il loro racconto, le loro intenzioni ed infine accetta la loro offerta, benedicendo il piano che le è stato presentato.
I Folletti di natura non sono altruisti, ma in questa occasione sono disponibili ad aiutare i contadini a liberare la loro terra dal tiranno, Conte Isambardo, perché, una volta liberata Persefone, per tutta la loro vita beneficeranno dei favori della Dea.

Capitolo 6.
Nei giorni seguenti, il piano di Kelfidi viene eseguito. Tutto fila alla perfezione e così Persefone, liberata dagl’inferi, può riabbracciare la madre, Dea Demetra, che, felice, mantiene la promessa fatta e annulla immediatamente la maledizione alla terra.

Capitolo 7.
È l’alba, mi sveglio sotto una leggera pioggia, fine e fitta che è tornata da giorni a ricolorare di verde l’infinita distesa dei campi secchi e delle colline bruciate dal sole. Alle mucche è bastato poca acqua per avere ancora latte, le donne al fiume ne approfittano per fare il bucato. Sulle tavole per cena una ciotola di zuppa fumante acquieta i brontolii di stomaci da tempo lamentosi. I contadini, di nuovo lieti, sono tornati a zappare la terra dove i primi germogli iniziano a fare capolino tra le zolle.
Tutto questo accade alla luce del sole, tornato amico della natura.
Dal calar delle tenebre fino al primo chiarore del mattino, il Piccolo Popolo, non visto da nessuno, s’aggira nelle campagne prodigandosi affinché, nei solchi tracciati, i cavoli crescano più veloci che mai.

Capitolo 8.
Per completare l’opera, ora non rimane che conquistare il castello dell’odiato Conte Isambardo.
Tinil è vicino a me e sorridente mi sussurra:
«Stai tranquilla e serena. Il mio piano procede bene. Non posso dirti altro, ma sappi che è tutto pronto, stiamo aspettando che arrivino i carri del Conte per portare all’interno del castello quello che ci serve. Tu dovrai tendere un tranello al capocuoco, per stordirlo senza farti vedere. Penseremo noi al resto.»
Detto questo, si trasforma in un topo, s’infila in una fessura e sparisce. Tanta è la mia sorpresa che, per non dimenticare, ripeto continuamente ciò che lei mi ha detto di fare.

Capitolo 9.
È giunto il tempo della raccolta dell’uva ed il Conte esige il suo tributo.
Stamattina, al canto del gallo, i carri sono usciti dal castello diretti verso le campagne, rientrando carichi nel tardo pomeriggio. Tinil viene da me e mi da le ultime istruzioni:
« Ricordati che devi scaricare tu i 20 grossi cavoli che sono in fondo al carro.»
Solo a noi della cucina è permesso avvicinarci alla merce, così non mi è difficile trovare subito quello che mi ha indicato Tinil. Mentre gli altri scaricano la verdura più fresca, io aspetto il mio turno, proponendo me stessa per portare i cavoli nella cantina di tufo e per adagiarli, secondo il piano, nell’angolo più fresco e al buio, poco distanti dalle botti con olio e vino.

Capitolo 10.
Il Castello Chenoncè è in fermento.
Il Re Carlo VI, in persona, di passaggio nella nostra regione, si fermerà qualche giorno qui, prima di proseguire il suo cammino verso sud. In questa occasione incontrerà la Regina Isabella di Baviera che si dice essere la sua amante. In loro onore, il Conte Isambardo darà una grande festa che durerà una settimana e sontuosi saranno i banchetti accompagnati da musici, cantori e danze.
Per questo c’è un gran subbuglio fra gli addetti ai lavori: i preparativi richiedono un grosso impegno da parte di tutti. Al calar del sole, la sera prima dell’arrivo del Re, Tinil, si avvicina e mi sussurra:
«Ci siamo! Devi andare in cantina e versare goccia a goccia, sotto ogni cavolo rimasto, una brocca intera del vino rosso della terza botte, quella di rovere. È importante che tu faccia esattamente come ti ho detto, perché da ogni goccia nascerà un folletto. Ora vai!»
Con il trambusto che c’è dattorno, non mi è difficile assentarmi e fare esattamente ciò che Tinil mi aveva suggerito, inoltre, a notte fonda, quando solo il cuoco è presente in cucina, in dispensa spingo a terra una montagna di casseruole che stavano ammucchiate, per poi tramortirlo con una botta in testa, appena egli sbuca dalla porta. Mentre i folletti, appena nati da sotto i cavoli, ma già adulti, portano via il suo corpo, uno di loro, di nome Ral, ne prende le sembianze e continua la cottura dei cibi nel grande focolare al centro della cucina.
Io, esauriti i compiti assegnatemi, mi ritiro nel mio pagliericcio ma per l’emozione non riesco a dormire.

Capitolo 11.
Oggi è il giorno fatidico. In mattinata il Re e la Regina sono arrivati. Ora siedono fianco a fianco nel salone dove è stata imbandita una tavola sontuosissima. Sono presenti anche tanti signorotti locali, accompagnati da nobildonne, dame e damigelle. Pensando ai miei cari e ai contadini del villaggio, mi rattristo nel veder tanto lusso. Perdendomi in questi pensieri, passo dalla veglia all’incoscienza senza accorgermene.

Capitolo 12.
Mi sveglia Tinil Gadith, sorridendomi. Mi anticipa d’avermi drogata per farmi dormire e per tenermi lontana da possibili guai. Poi m’invita a rimanere rilassata e mi racconta, per filo e segno, tutto ciò che è accaduto la sera prima.
“Mentre la nobiltà si accomodava comodamente nella sala da pranzo, allestita con raffinata scenografia, alcuni folletti gettavano polvere di radice di Valeriana, di Fagiolo soporifero e Psilocybe cubensis nei bracieri di tutto il castello, affinché le menti dei presenti fossero leggermente assopite. Altri folletti, nel frattempo, spargevano la stessa anche ai piani superiori.
Il menù, che prevedeva potage con bechamelle, consommé, bonuilli sauce fines herpes, crêpes de colaille en fricassée, herbolata de maio, lapin in salmi, rable de lapin Rex du Poitou à la sarriette, canard colvert, maialino arrosto farcito, issue de table e frutta fresca, era stato preparato da Ral, il folletto-cuoco-burlone che, oltre a fare una mescolanza di ricette italiane e francesi, aveva condito ogni pietanza con l’olio di ricino fatto arrivare dalle campagne la settimana prima e nascosto in cantina vicino all’olio d’oliva.
Con la radice fresca della cascara-frangula, coi frutti del sambuco nigra e con la manna del frassino, il tutto finemente pestato, aveva ottenuto una crema che mescolata al sugo degli arrosti ne era diventata il condimento e, in parte, era stata anche servita in ciotole come salsa per altre pietanze.
Il macerato alcolico di tale mescolanza era stato inoltre aggiunto alle botti di vino.
Immediato fu l’effetto lassativo.
Tutti i nobili, sonnolenti, tra spasmi, dolori di pancia, urla e lamenti, mentre cercavano di correre alla ricerca di un posto dove liberarsi, gridando: «Les cagots, les cagots!», furono catturati da centinaia di folletti, legati velocemente mani e piedi e gettati dalle finestre nel fiume.
Pure il Re correva all’impazzata, sparendo da una finestra per riapparire in quella dopo, lungo tutto il corridoio illuminato, facendo eco: «les cagots, les cagots!» e sembrava impazzito agli occhi delle guardie delle chiatte che, sentendo quelle urla, si erano allertate.
I soldati, allarmati, si stavano preparando a correre in soccorso al Re, quando dalle finestre illuminate a giorno, al primo piano del castello, erano apparse le fate in veste di bellissime fanciulle che, appoggiate sui balconi, con voci soavi e vellutate, li chiamavano a uno a uno.
Allibiti e sorpresi, i soldati si erano persi a fissare quelle splendide e invitanti donzelle, diventando del tutto sordi alle grida di aiuto che si sentivano tutt’intorno. Contemporaneamente, le Ondine erano passate all’opera. Muovendosi velocemente sul pelo dell’acqua del Cher, avevano reso instabile l’equilibrio delle chiatte, facendo così cadere i soldati nel fiume, e subito affogandoli.
Gli armigeri degli accampamenti sulle rive stavano accorrendo quando, del tutto sbigottiti, rimasero impietriti dalla scena che stava accadendo sotto ai loro occhi. Come dal nulla, le loro tende cominciarono a incendiarsi. Le Salamandre brandivano le fiamme davanti a loro, confondendoli e spingendoli verso il fiume. Ciò che i loro occhi avevano visto prima di morire, erano state delle bellissime fanciulle, sorridenti alle finestre circondate da lingue di fuoco.
L’ultimo ad essere catturato e gettato nel fiume, legato come un salame, era stato proprio il Re Carlo VI perché, ammattito, correva più veloce di tutti. Non era stato facile legarlo: se l’era già fatta addosso e perciò era bagnato, lercio e puzzolente!
Nel tempo di una notte il Castello Chenoncè era stato liberato.”

Capitolo 13.
Finito il racconto, Tinil Gadith è raggiante ed io più di lei.
Da tanto tempo non la vedevo così allegra, e lei dice la stessa cosa di me.
Forse sto sognando, ma il fetore che si avverte nell’aria è la conferma che quanto ho appena udito corrisponde al vero.
Chiedo alla mia elfa un altro favore e lei, con gran piacere, me lo concede.
La mia famiglia si trasferirà qui con me al Castello Chenoncè come pure potranno farlo i contadini poveri della campagna.
Tinil, ridendo a crepapelle, però, ci suggerisce di aspettare.
Prima i Folletti devono disinfettarlo con oli essenziali di bergamotto, melaleuca, canfora, quassia amara e assenzio. I Silfidi provvederanno, successivamente, a depurare l’aria odorandola con lavanda, menta, iris e incenso.
Serviranno un bel po’ di giorni, ma che importa?
Quello che conta è che, come avviene nelle favole, presto tutti vivremo felici e contenti.

Fine

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4 Commenti a “Il Castello Chenoncè, Carlo VI di Francia, il “Ballo degli ardenti” ed i “Cagots”.”

  1. Andrea dice:

    Ciao Anna,

    mi e’ piaciuta poco la tua scelta di dividere il racconto in punti numerati. In alcuni casi, una bella frase di raccordo avrebbe giovato alla fluidita’ dell anarrazione.
    Poi tutto il paragrafo 5 mi pare un po’ sconnesso dal resto della narrazione… o forse mi sfugge qualcosa?

  2. anna dice:

    Hai ragione Andrea, devo modificarla, ma è scritta così perchè volevo rimanere nelle 3000 parole. Le amputazioni che ho fatto non meritavano d’esser tali e rendono meno piacevole il tutto.. Rimedierò. Grazie!

  3. antenna fai da te dice:

    Questo intervento mi trova assolutamente d’accordo. In generale
    il blog http://lnx.storydrawer.org è scrittoassolutamente bene,
    lo adoro. Congratulazioni, a presto!

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