Archive for giugno, 2012


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Fu proprio a quel contatto che la sua inquietudine si trasformò in apprensione, prima di mutarsi in angoscia.
Faceva molto caldo; un caldo opprimente ed implacabile: causa di molti malori.
La ragazza ebbe l’impulso di fuggire, ma si trattenne, soprattutto per riguardo verso la sua compagna, che seguì fino alla fontana di Zam-Zam.
Qui, la sua angoscia precipitò nel terrore; un terrore incontrollabile che la costrinse a staccarsi dai compagni e dirigersi, in una corsa sfrenata, verso i ponticelli di Safa e Marwal, bisbigliando frasi sconnesse:
“Signore, Signore. – diceva – Salva la vita di Ismaele… figlio di Agar e figlio di Abramo. Abbi pietà di Agar… Agar… Agar..”
Portava ancora nelle orecchie la voce di Sara, la prima moglie di Abramo, gelosa di lei, da quando aveva partorito il suo figliolo… il piccolo Ismaele.
Sara era sterile e la Legge le consentiva di diventare madre per mezzo suo, ma poi, anche Sara era diventata madre… madre di Isacco. Aveva ancora negli occhi la visione della sposa si Abramo offesa perché Ismaele si era preso gioco del figlio di lei: Isacco.
“Scaccia questa donna. – aveva detto ad Abramo – E scaccia anche suo figlio. Io non voglio che sia erede con mio figlio Isacco.”
Era stata scacciata, col figlio Ismaele, ed aveva lasciato la tribù assieme ad una fedele ancella.
Con del pane ed un otre d’acqua, che Abramo aveva fatto mettere in una bisaccia, avevano affrontato il deserto; l’acqua, però, era venuta presto a mancare nell’otre.
Lei avrebbe voluto raggiungere il Nilo, il fiume lontano presso le cui riva era nata; avrebbe voluto tornare nella sua terra, ma non conosceva la strada e il deserto era grande, terribile e soprattutto implacabile con la gente sprovveduta.
La sete aveva cominciato a minare la loro resistenza fisica ed a confondere le idee, che si agitavano scomposte dietro la fronte come calabroni nei loro nidi.
Un pensiero, però, più degli altri, l’atterriva: quello di veder morire la propria creatura.
Aveva cominciato a pregare tutti gli Dei, quelli lasciati nella terra d’Egitto e quello incontrato nella terra di Abramo:
“Abbiate pietà… – pregava – Abbiate pietà del figlio innocente di Agar.”
Aveva visto un arboscello; null’altra vegetazione poteva crescere in quel deserto pietroso.
Sotto quell’ombra avevano cercato un momentaneo riparo, prima di tornare a vagare alla ricerca di acqua. Le vesti erano lacere, i piedi tormentati, il volto arso dal sole e la stanchezza era in agguato e aveva finito per rubare le loro ultime forze.
“Pietà per mio figlio Ismaele… pietà per mio figlio… un sorso d’acqua.” continuava ad invocare, quand’ecco una voce piovere dal cielo:
“Agar, non temere… Dio ha ascoltato le tue preghiere.”
Si era fermata ed aveva finalmente scorto la presenza di un pozzo che prima, accecata dalla disperazione non aveva visto. Di quella s’era dissetata ed aveva dissetato suo figlio e l’ancella.

Esausta per la corsa, il respiro affannoso e lo sguardo perso nell’infinito, così, più tardi, Jasmine ed Ibrahim ritrovarono Piera.
“Piera, che cosa è successo?” chiese Jasmine con accento di stupore e un po’ di preoccupazione.
“Ismaele…la mia creatura…” rispose la ragazza sollevando sull’amica lo sguardo smarrito.
“Signorina Piera, cosa sta dicendo?” anche Ibrahim la guardava stupito
“Ora che Ismaele non morirà di sete, – Piera riprese a balbettare – Agar ha raggiunto la serenità.”
“Chi è questa Agar?”
“Sono io, Agar. Sara mi ha scacciata, ma il Dio di Abramo ha ascoltato le mie preghiere.”
“Ma che stranezze sta dicendo, la signorina Piera? – scuoteva il capo Ibrahim.- Sembra confusa… il sole… Il sole, qui, non è alleato dell’uomo.” sospirò.
“Già! – assentì Jasmine – Non è abituata a questa calura.”
“Portiamola via di qua. Che la Misericordia di Allah la sostenga.”
“E’ convinta di essere un’altra persona… una certa Agar…”
“Agar? – scosse il capo Ibrahim – Non sarà la Agar della Bibbia, la madre di Ismaele, il Patriarca?”
“Stava proprio parlando di suo figlio Ismaele… – convenne Jasmine, poi suggerì – Portiamola fuori del Tempio. In ospedale ci diranno che cosa può esserle accaduto.”
La condussero ad un posto di soccorso, poi in ospedale, dove la ragazza fu trattenuta per più di una settimana, prima di essere rimpatriata.

Sono passati quasi quattro mesi, ma Piera dice ancora di chiamarsi Agar e fa rivelazioni su posti e luoghi che conosce perfettamente senza esserci mai stata.

Nota. Chi volesse approfondire la vera storia di Agar, controversa figura biblica che, ponendosi in una posizione critica rispetto alle cons

IL FASCINO DEL MISTERO: Alla fine del Viaggio

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ALLA FINE DEL VIAGGIO

Erano partiti da Bir Fadhit cinque settimane prima. A Bir erano giunti dopo un volo di sette ore messo a disposizione dall’agenzia di viaggio. Ormai erano prossimi alla meta.
Il cammello su cui Piera e la sua giovane compagna di viaggio, Jasmine, ciondolavano, stanche della fatica, affondava i garretti nella sabbia della Haramam, il territorio sacro della Mecca.
Piera aveva simpatizzato con Jasmine fin dal momento in cui erano state presentate, nell’ufficio dell’agenzia di viaggio araba che, insieme a quella torinese, aveva organizzato quel viaggio e il relativo soggiorno in Arabia.
Le due ragazze si somigliava perfino un po’ e svolgevano un lavoro molto simile: Piera per una agenzia di assicurazione e Jasmine, per un’agenzia turistica.
Quel viaggio, Piera l’aveva sempre desiderato. Nutriva una grande passione per tutto ciò che aveva sapore arabo e conosceva piuttosto bene gli usi, i costumi e le tradizioni di quel popolo. Sapeva, ad esempio, che ai non musulmani era vietato l’accesso alla Kahab, il Sacro Cubo della Mecca e che senza quella opportunità, non avrebbe potuto mai farlo. Per questo a Bir Fadhit l’avevano affidata ad una hostess: Jasmine, per l’appunto.

Il viaggio era stato lungo e sfibrante, ma infine era giunto al termine.
La pista che Abud, il capo-carovana, un giovane arabo appartenente ad una tribù dell’interno, aveva scelto per i suoi ospiti, era tra le più battute del Paese e il percorso era confortato dalla presenza di numerosi pozzi che un tempo neanche esistevano.
In quelle settimane la carovana aveva macinato chilometri su chilometri. Là dove era stato possibile, l’uso della jeep aveva accorciato il percorso, ma alcuni tratti era stato possibile percorrerli solo a dorso di cammello.
Sotto gli occhi della ragazza il panorama era in continua trasformazione: case bianche unite da perimetri di mura ininterrotte, case fortificate come piccole fortezze, costruzioni rupestri e tante tende: bianche, grigie, a righe.
Avevano attraversato vasti deserti percorsi da oleodotti e disseminati di impianti di trivellazione e raffinazione del petrolio. Avevano sostato in oasi lussureggianti e superato brevi monti.
Piera, una vacanza così, non l’avrebbe mai dimenticata.

La cosa più considerevole, però, era stata la vista del Rub-al- Khaly, il deserto più deserto del mondo.
I nomadi, che in quel mondo terribile ed affascinante insieme, riescono a vivere, lo chiamano anche Ar-Rimal: Le Sabbie, poiché non esiste null’altro che sabbia, sabbia ed ancora sabbia.
No… in realtà non è proprio esatto: in tanta desolazione si possono incontrare creature sorprendentemente vive, come rettili, insetti, lucertole, a testimonianza della lotta per la vita e della sua vittoria sulla morte.
L’occhio vigile di Abud, il capo-carovana, aveva scorto anche tracce degli ultimi predoni del deserto: ultimo palpito di un antico sistema di vita, cosicché, macchine fotografiche, registratori, computer e provviste alimentari, furono immediatamente messi sotto stretta sorveglianza.

Nonostante il flagello della febbre delle sabbie che l’aveva colpita per due giorni o tre, l’entusiasmo della ragazza era altissimo.
Le notti, trascorse a ridosso di qualche duna a semicerchio, erano meravigliose e terse e tingevano il cielo di un azzurro intenso, sconosciuto sotto altre latitudini.
Le albe erano stupende; si avvicinavano prima ancora che la luna fosse scomparsa ed abbracciavano le tende ancora sommerse dal blu notturno. Mandavano giù dal cielo un chiarore di una brillantezza accecante, in un’opalescenza sfumata di mille colori, prima di sollevare la linea che separa il cielo dalla sabbia.
“Guarda. – le diceva tutte le mattine Jasmine – Ibrahim è già sveglio.”
Ibrahim era il secondo di Abud.

Si erano lasciati alle spalle Ar-Rimal, un angolo del nostro mondo che pare appartenere ad un altro pianeta, ed erano arrivati alla Città Santa della Mecca.
La vista delle prime case accese nella ragazza una strana, incontenibile inquietudine.

Era con Jasmine ed Ibrahin, poiché alla Città Santa una donna dev’essere sempre accompagnata da un uomo e stavano attraversando a piedi scalzi il sentiero di marmo che conduce alla Kaaba,.
Piera si guardò intorno; guardò Jasmine: superbia, vanità, orgoglio, parevano cancellati sull’immensa marea di visi che la circondava. Anche il volto dell’amica appariva sereno e in pace.
“Vorrei tanto un po’ di pace anche per me…” pensò con un filo di voce
Guardò il drappo di seta nera che ricopriva il cubo di pietra, lesse le parole ricamate in oro:
“La itaha illa Allah wa Muhammad rasul Allah.”
(Non vi è altro Dio se non Allah e Maometto è il suo Inviato)
Guardò ancora Jasmine.
Avevano osservato tutti i doveri del pellegrino.
Infagottate nell’ ihram, il sudario bianco, avevano girato intorno al massiccio Cubo Sacro per sette volte ed in senso contrario; Piera era riuscita perfino a toccare la pietra appar

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Naturalmente, quell’atto di violenza su una donna fu solo la scintilla scatenante di un fuoco che bruciava sotto la cenere.
Come andarono i fatti e chi furono i protagonisti di quella tragedia?
Regnava Tarquinio il Superbo, uomo assai superstizioso, oltre che assai superbo.
Un inquietante prodigio aveva sconvolto la superstiziosa corte etrusca: un enorme serpente era comparso nella Reggia provocando scompiglio e terrore.
Il Re consultò maghi ed indovini, ma, alla fine, decise di inviare a Delfi, (dove sorgeva il Santuario di Apollo) per un responso, due dei suoi figli: Tito e Arrunte, accompagnati dal nobile romano Lucio Giunio, detto Bruto, storiacioè: “stolto”.
Questi, che stolto non era, ma solo assetato di rancore verso la famiglia reale, responsabile della morte del fratello, li accompagnò di buon grado, ma dimostrò, sulla via del ritorno, di che pasta era fatto.
L’oracolo, infatti, s’era espresso così:
“… il potere su Roma, spetterà a colui che per primo bacerà la Madre.”
Fu così che, giunti in patria, mentre i due fratelli discutevano su chi di loro avesse più diritto a quel privilegio, Giunio il “Bruto” finse d’inciampare e cadendo, baciò il suolo, cioè la Madre-Terra, facendo fede alle parole dell’oracolo.
Qualche giorno più tardi, nel corso di un banchetto, un certo Lucio Tarquinio Collatino, parente del Re, si vantava dell’onestà di Lucrezia, la bellissima moglie, ed invitava nella sua casa Sesto Tarquinio, il primogenito del Sovrano.
Questi accettò l’invito e provò a sedurre la bella Lucrezia. La donna, però, lo respinse e quegli, in preda alla collera, la stuprò.
Prima di togliersi la vita, la virtuosa Lucrezia informò dell’accaduto marito, amici e parenti e chiese loro di vendicarla.

Fu proprio Giunio Bruto, animato dal suo odio verso la famiglia Tarquinia, ad occuparsi della faccenda. Cavalcando l’onda della grande emozione suscitata da quell’episodio, egli spinse la popolazione alla rivolta.
Al cospetto delle spoglie della virtuosa patrizia, egli tenne un vibrante discorso funebre che infiammò il popolo: elogiò la virtù di Lucrezia e denunciò i delitti della famiglia Tarquinia.
Fu la fine della Monarchia: Tarquinio il Superbo e la sua famiglia furono cacciati via a furor di popolo e in sua vece fu invocata la Repubblica. Proprio Giunio e Collatino, furono i primi due Consoli eletti.

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Definire complessa la religiosità degli Antichi Romani è quasi un eufemismo: superstizione, incantesimi, spaventevoli rituali e pratiche magiche.
Tutto questo aveva lo scopo di dominare o propiziarsi le forze della natura: eclissi, inondazioni, terremoti…
Rew ed He-kau erano chiamati, in Egitto, gli Incantesimi e le Formule Magiche.
Indigitamenta, invece, era il nome con cui gli antichi romani indicavano l’insieme dei riti e delle formule magiche per invocare le Divinità
Unica, ma fondamentale differenza: mentre le prime, con il “tono giusto” della voce “costringevano” la Divinità ad intervenire, le seconde erano, invece, “invocazioni”, ma sempre con un tono particolare di voce.

Ancor oggi troviamo traccia di questo rituale nella voce modulata del muezzin (durante le cinque preghiere della giornata) dall’alto dei minareti arabi. La troviamo anche nei Salmi ebraici recitati nelle funzioni sacre e nella Messa cantata dei cristiani.

Un accenno meritano le Defixiones, forme di maledizione incise su lamine di piombo arrotolate e trapassate da un chiodo.
Tale pratica era in uso anche altrove: Grecia, Egitto…
In Egitto, in particolare, erano incise su cocci che venivano poi frantumati.
Le defixiones si deponevano in tombe, fosse, pozzi, sorgenti o qualunque posto potesse “condurre” agli inferi ed attirarvi un nemico.
Nuocere, però, non era il solo scopo di questa pratica magica: una defixiones poteva essere utile anche in amore, potere, denaro e altro.
Gli addetti ai lavori, maghi, fattucchiere e sacerdoti, facevano affari d’oro e godevano d’immenso prestigio.
(come oggi, d’altronde)
Pozioni ed amuleti per proteggersi da maledizioni e malocchio, erano assai costosi e misteriosi.
Maghi e fattucchiere si aggiravano nei cimiteri per procurarsi erbe da mescolare ai più raccapriccianti ingredienti: interiora di topi, ossa di serpenti ed altro.
Ne facevano amuleti come gli oscilla (dischetti) o le lunulae (mezzaluna), da portare sulla persona.
Famose era bulla, un sacchetto contenente amuleti e posta al collo dei bambini.
Altre forme di superstizione che atterrivano i “figli della lupa” erano: il canto della cornacchia, quello del gallo durante un banchetto, l’olio versato non intenzionalmente… tutti segni di imminenti disgrazie.

Nulla da stupirsi, se ancor oggi c’è chi ha paura del gatto nero!

C’erano, poi, le Lemures: ombre dei morti che si divertivano a spaventare i vivi con catene e ferraglia e c’erano i Versipellis: lupimannari, ecc.
Infine, se crediamo che il “Signore degli Anelli” sia una invenzione di uno scrittore dei giorni nostri, ebbene, ci sbagliamo di grosso: Ovidio parlava già di “spiriti maligni” nascosti in anelli e nodi.
A tutto ciò si aggiunge (in età imperiale) la convinzione che gli Astri influissero sulle cose e sulle persone: stiamo parlando di Astrologia, un argomento che imperversa ancor oggi e inchioda, ogni mattino, migliaia di creduloni davanti al televisore in attesa delle notizie dell’oroscopo del giorno…

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Magia e superstizione hanno condizionato la vita dell’uomo in ogni epoca.
Nell’ antica Roma Imperiale, ai tempi di Claudio e Nerone, un nome faceva tremare la corte: Locusta.
Era una vecchia dall’aspetto orrendo, ma dal potere e prestigio quasi illimitati ed era l’unica persona con libero accesso, notte e giorno, agli appartamenti privati di Nerone, perché era la sua fattucchiera personale.
Nerone, come tutti i suoi contemporanei, era profondamente superstizioso.
Come dargli torto se ancor oggi così tanta gente si fa prosciugare il portafoglio da maghi e fattucchiere?
Nerone non muoveva un dito senza prima consultare quella orrenda creatura la quale era anche assai esperta di veleni.
Fu proprio dei veleni da lei preparati che Nerone si servì per sbaragliare la concorrenza.
(oggi si usano altri mezzi, per fortuna)
Per primo, fece fuori l’imperatore Claudio, suo patrigno, facendogli servire una gustosa pietanza a base di funghi… corretti da Locusta, naturalmente.
Toccò poi al fratellastro Britannico, il quale aveva qualche diritto in più di sedere sul trono dei “figli della lupa”.
La morte del povero ragazzo fu spettacolare e gli storici ne danno risalto nei loro scritti.
Britannico era stato invitato ad un banchetto e stava tracannando vino da una coppa da cui aveva già bevuto un assaggiatore. Il ragazzo chiese dell’acqua per annacquarlo, ignorando che il veleno preparato da Locusta si trovasse proprio là dentro.
Morì, tra spasmi atroci, sotto gli occhi di Nerone e della corte atterrita.
A quella morte, naturalmente, ne seguirono altre, sempre sperimentando nuove pozioni e nuovi veleni che resero Locusta una delle donne più ricche di Roma.
Giunse, però, anche per lei il tempo della resa dei conti, della condanna e della pena.
Morto Nerone, l’imperatore Galba la fece pubblicamente giustiziare e la gente poté trarre un sospiro di sollievo.