Category: DJOSER


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IL RO-STAU – La Porta dell’Oltretomba


tratto dal libro “DJOSER e lo Scettro di Anubi”

se questo brano dovesse suscitare interesse e si volesse continuare la lettura, si può richiedere il libro direttamente presso: Società Editrice MONTECOVELLO

oppure alla propria libreria

il libro costa quando due pacchetti di sigarette, ma non è altrettanto dnnoso e sotiene il progetto NON SIAMO SOLI – SAVE THE CHILDREN (come riportato sul retro del libro)

Djoser si mosse. Gli pareva di navigare in un etra fluido e leggero, ma non era la sua volontà a condurlo, bensì una forza arcana ed estranea.
Si voltò. Di nuovo lo assalirono nausea e vertigini, ma qualcuno lo sostenne. Djoser cercò il suo volto. Il movimento fece fluttuare l’aria intorno a lui. Fu in quel momento che la presenza percepita accanto a sé si manifestò.
Era un giovane. D’aspetto bellissimo, il volto era così radioso che per un attimo Djoser dovette chiudere gli occhi. Quando li riaprì, vide una testa che si levava nobile e dritta su un collo taurino e un volto ovale e bruno che pareva scolpito nel basalto. L’espressione era timida e dolce. Straordinariamente dolce. Lo sguardo, però, penetrante ed ardente, irrequieto come quello di un giovane toro, fiammeggiava, simile a oro fuso dai cangianti riflessi turchesi. La fronte, piatta e marmorea, si allungava verso il sincipite dove si inserivano due corna arcuate, levigate e lunghe; una stupefacente macchia bianca campeggiava al centro della fronte.
“Hapy!” sussurrò Djoser; quella presenza non gli ispirava alcun sentimento di paura.
“Divino Hapy, Alfiere di Ptha il Creatore – salutò -
Omaggio a Te che scendi dal cielo e dai da bere alla terra.”
“Djoser, Figlio della Terra. Abbandona tutto quanto ti lega al Mondo-di-Sopra. – la voce del Hapy gli penetrò il cervello -Trattieni qui il tuo Corpo e lascia lo Spirito libero di andare oltre gli Orizzonti-Inviolabili-del-Tempo.”
Djoser sollevò lo sguardo e incontrò quello del Signore del Nilo, turchese, magico e carico di splendore.
Stava sognando? Sotto i sandali non sentiva più il selciato del pavimento, ma nuda terra. Dov’era? Gli pareva di non aver mosso piede eppure era certo di trovarsi in un altro posto. E Hapy? Era anche Lui frutto del suo sogno? Era certo di no, com’era certo di avere già incontrato il Signore del Nilo nel suo aspetto umano.
Un ricordo nitido e chiaro riemerse dalla bruma del tempo infantile. Aveva due o tre anni e stava giocando sul greto del fiume, dietro casa, con l’amichetto del cuore: Amosis, Sikty, Neferptha… Sikhty. Forse Sikthy. Non ricordava con assoluta certezza il suo nome. Ricordava invece che era molto divertente raccogliere ciottoli e vermi sul greto del fiume che il ritiro delle acque lasciava scoperto. Divertente, ma pericoloso. Solo qualche metro più in là, le acque sprofondavano tanto da minacciare di inghiottirli. Proprio ciò che accadde quel giorno.
La voce di Hapy tornò a risuonargli nella mente.
“Risparmia animo e cuore per le prove che ti attendono, ma abbandona ogni paura, o Sa-ta, Figlio-della-Terra, e segui con fiducia i passi della tua Guida.”
“Sono pronto a seguirti.” disse Djoser e perfino la propria voce gli parve un grido che squarciasse il silenzio arcano ed immobile che era intorno a lui e dentro di lui, rotto soltanto dagli sguardi sfolgoranti del Dio. Era sempre fermo, i piedi sempre radicati nel suolo, eppure provava la stessa sensazione di quando scivolava lungo i budelli della Piramide di Khufu.
“Non sono Io la tua guida.” lo sorprese Hapy scuotendo il capo e
facendo fremere l’aria; la miriade di lucenti corpuscoli presenti
nell’aria, parevano scintille impazzite.
“Sarà Lui a guidarti fino alla prima delle Sette Arrit della Duat.”
Fu solo in quel momento che Djoser avvertì una seconda presenza nella stanza e sentì un soffio alitargli sul collo con il bruciore di una fiamma. Capì subito, senza nemmeno voltarsi, che si trattava di Anubi.
Si girò, con animo lieto e gioioso, ma precipitò nello sgomento: l’aspetto del Signore delle Tenebre-Profonde non era quello a lui familiare, gioviale ed un pò ironico. Non era l’aspetto amabile e cortese del compagno di giochi, del maestro sempre indulgente. Il sembiante di Anubi era simile ad una fiamma minacciosa. Gli occhi verdi ed incandescenti parevano pronti ad incenerire, denti e zanne a lacerare, mani ad artiglio a squartare.
Terribile ed Implacabile. Ecco il vero aspetto di Anubi. Così come lo aveva “visto” comparire davanti al principe Kabaef prima che gli succhiasse la vita con quello sguardo tremendo.
Terrorizzato, il ragazzo si girò verso Hapy, ma il Signore del Nilo non c’era più; al suo posto era rimasto un intenso profumo di loto e papiro e una miriade di scintille sempre più trasparenti.
Djoser balbettò qualcosa, ma la mano ad artiglio di Anubi lo toccò sulla spalla e la paura scivolò via dal suo spirito, come l’ombra del pomeriggio sulle case. Il ragazzo abbassò lo sguardo e nel breve battito di ciglia, che a lui parve lungo quanto l’Eternità, la Tenebra si squarciò davanti ai suoi occhi sollevando il primo velo dei Grandi Misteri di Ptha: la Gola del Ro-Stau, la grande Porta dell’Oltretomba.
Djoser la fissò irrigidito dalla paura. Il braccio di Anubi lo guidò e il ragazzo comprese la ragione per la quale lo Sciacallo Divino aveva assunto quel terribile aspetto: tre Demoni, armati di mannaie e coltelli, terrificanti a guardarsi, stavano venendo loro incontro per impedire l’accesso a quella Soglia.
Erano i Sorveglianti del Ro-Stau e al cospetto del Signore del Cammino-Nascosto, pur tra mugugni ed invettive, indietreggiarono. Prima di lasciarlo passare, però, per le Leggi che regolavano il Mondo-di-Sotto, pretesero di conoscere il
nome del pellegrino e che egli pronunciasse il loro, con la giusta intonazione.
Anubi fece un cenno affermativo del capo e il ragazzo recitò:
“Sono Djoser, figlio di Pthahotep, architetto di Ptha. Il mio ren è: Colui-che-esce-dai-papiri.”
“Da dove vieni?” chiese l’Araldo.
“Dalla terra di Ineb-Heg, il Muro Bianco di Memfi.”
“Che cosa sei venuto a fare qui?”
“Sono venuto per conoscere i segreti della Duat. Aprite il Ro-Stau e lasciatemi entrare. – ordinò – Io non sono arrivato qui impuro, ma provvisto di magia e conosco i vostri nomi: Mades è il tuo nome, Heri-sep è quello del tu compagno e tu sei Babi.”
I demoni abbassarono subito asce e mannaie e il grande portale si spalancò con un fragore assordante che lo fece trasalire, nondimeno, si apprestò ad oltrepassare la Buca del Mistero. Con un certo disagio, per la verità: il disagio del distacco che la Terra avverte quando la zappa le stacca una zolla dalla crosta. Era come se il suo essere si fosse scisso e parte di sé fosse rimasta fuori di quella Soglia. Non dolore fisico, ma piuttosto un disagio dello spirito per la perdita di qualcosa. Comprese di aver lasciato su quella Soglia la prima delle “identità” che componevano il suo essere umano: il ren, il nome segreto.
Un’altra delle identità era il Ka, lo Spirito. Era simile al djet, il corpo fisico, di cui era la copia esatta. C’era poi il Ba, l’Anima, che era la parte più intima dell’uomo. E c’era la Shut, l’Ombra. Infine c’erano l’Ib e l’Akh, il Cuore e il Corpo di Gloria. Sette, in totale, e lui provava quel senso di perdita che si avverte quando si smarrisce qualcosa di prezioso e vitale.
Che il ren fosse una questione molto importante per la creatura umana, Djoser lo sapeva assai bene. Vitale, per la verità, dal momento che neppure gli Dei potevano farne a meno. Non avere un nome equivaleva a non esistere. Possedere il nome segreto di un’altra persona
(continua)

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(seguito)
Djoser comprese che qualcosa di prodigioso stava per accadere.
Attese. Ogni cosa intorno a lui pareva attendere un prodigio, perché quello era un luogo “Divino”, dove era possibile infrangere le barriere del mistero e delle dimensioni: perfino i Faraoni lo avevano scelto per fissarvi le loro dimore eterne.
E il prodigio accadde. Le zanne dello sciacallo, sporgenti fuori
della bocca, lentamente rientrarono; così pure le unghie, lunghe e scure. Il muso, allungato e stretto, si appiattì. Nelle orbite oblique, gli occhi fiammeggiarono. Umani o, forse, divini. Il corpo, rannicchiato e curvo, si alzò; pian piano si allungò. Il pelo, nero e lucente, scivolò dentro il cuoio. Risucchiato. Fino a scomparire. Alta, sempre più alta, la sua figura sovrastò, potente e fiera, quella del ragazzo.
Anubi era davanti a Djoser e il ragazzo, più attonito e sbigottito che mai da quella stupefacente
metamorfosi, lo guardava ammutolito.
“Oh, Anubi! – proruppe – O Signore del Cammino Nascosto!”
“Perché non riposi?” domandò lo Sciacallo Divino e, come già nei meandri della Piramide, la sua voce fece fremere l’aria d’intorno e minacciò di spegnere le fiamme del bivacco.
“Il Deforme Bes, Dispensatore delle Sabbie Benefiche del Sonno, si tiene lontano dal povero Djoser. – si lamentò il ragazzo- L’hai visto aggirarsi qui intorno, o Divino Sciacallo?”
Anubi non rispose a quella domanda, ma ne fece una a sua volta:
“Hai paura di me?”
Un poco, quella domanda stupì il ragazzo. Il Signore del Cammino- Nascosto, si disse, sapeva ben leggere dietro la sua fronte e dentro il suo cuore e conosceva già la risposta. Così, decise di osare. Osò guardarlo in faccia. Osò entrare nel suo fulgore divino. Sapeva bene di poterne restare incenerito. Stranamente, però, non aveva di questi timori. I suoi occhi scuri penetrarono tranquilli e sereni nello sguardo della più misteriosa e temibile fra tutte le Divinità e Anubi gli permise perfino di entrare dentro la sua mente.
L’animo di Djoser si dispose a nuove emozioni. Era certo che lo Sciacallo Divino gli avrebbe mostrato i segreti della Duat, il Mondo-Rovesciato di cui era il Signore, che egli aveva sempre immaginato come un’enorme caverna tenebrosa e irta di insidie, in cui una folla di anime defunte vagavano spaurite alla mercè di terrificanti creature.
Fece un cenno del capo per dire che sì, aveva paura. (continua)
brano tratto dal libro di Maria Pace: “DJOSER e lo Scettro di Anubi”

LA METAMORFOSI (prima parte)

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(seguito)
Infreddolito e triste, nell’attesa del sonno che non arrivava, Djoser pensava alla culla scurita dal tempo ma ancora attaccata al soffitto di casa. Le sue mani cercarono il filatterio legato al collo, un astuccio di canne contenente iscrizioni incise su un frammento di papiro; formule per propiziarsi il sonno. Glielo aveva messo al collo sua madre.

Improvvisamente avvertì la sensazione di non essere più solo e che la luce della Luna lo scaldasse quasi più delle fiamme del bivacco. Aprì gli occhi e balzò a sedere: sdraiato di fronte a lui dall’altra parte del fuoco, c’era uno sciacallo.
Superato il primo moto di timore, Djoser restò a guardarlo. Capì subito che non si trattava di uno sciacallo comune. Avvolta dal chiarore della Luna e di quello delle fiamme del bivacco, la sagoma dello sciacallo si stagliava nitida contro il cielo blu intenso della notte. Nero come la pece, era assai più grosso di uno sciacallo. Più grosso perfino di un lupo. Collo possente, muscoli poderosi sotto un manto di pelo raso, lo sciacallo si sollevò sulle zampe anteriori e lo fissò dritto negli occhi.
Un brivido attraversò la schiena del ragazzo, incapace di sottrarsi al richiamo di quello sguardo obliquo e verde. Lo vide tendere verso di lui il capo dal muso allungato ed aguzzo, spalancare le fauci e mettere bene in mostra le potenti mandibole e le zanne appuntite. Ma non era un atto di minaccia, bensì la posa che lo sciacallo assume quando ulula alla luna. L’ululato tipico, dicevano al cantiere, che lo sciacallo lancia nei periodi che precedono la pioggia: fenomeno assai raro nel deserto.
Djoser comprese che qualcosa di prodigioso stava per

… nei sotterranei della Piramide… (terza parte)

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(continua)
Un’ombra, improvvisamente, gli piovve alle spalle investendo lui e il defunto; un soffio ardente lo colpì sulla nuca. Si girò e uno sbavo di terrore lo colse fin nel midollo delle ossa: di fronte a lui, in tutto il suo terribile ed indescrivibile aspetto, c’era Anubi, lo Sciacallo Divino.
“Chi è che con spoglie mortali si aggira nella Terra-dei-Misteri?” tuonò il Dio dalla Testa di Sciacallo facendo convergere su di lui i fiammeggianti occhi verdi dalle palpebre senza battito.
Atterrito da quella presenza e da quello sguardo, Djoser si prosternò, con la faccia schiacciata contro il pavimento terroso.
“Sono io, o Anubi, Si…Signore delle Fornaci e Dominatore delle Montagne de…della Morte. – balbettò, con la polvere fra i denti – Sono Djoser, figlio di Pthahotep, ar..architetto di Ptha…”
“Che cosa cerchi, Djoser, figlio di Pthahotep, architetto di Ptha,
strisciando come un insetto nelle viscere di Geb?”
“Ce…cerco una tomba per il mio maestro.”
“E la cerchi nella tomba di un Figlio di Ra?” tuonò ancora la voce dello Sciacallo Divino, facendo fremere l’aria; l’onda d’urto spinse il ragazzo con le spalle contro la parete. C’era, in quella voce la stessa eco soffocante e cupa lasciata nel budello in cui era appena strisciato.
“Anche un Figlio di Ra, o Divino Sciacallo, – rispose Djoser, senza, però, ardire di sollevare il capo – apprezza la devozione di fedeli disposti a servirlo nell’altra vita, così come hanno fatto in quella precedente e si allieta della loro presenza…”
“Ah.ah.ah!” la cavernosa risata di Anubi sconquassò l’aria con la forza di un violento temporale; uno di quelli che si scatenavano nel deserto una volta almeno nell’anno, minacciando di far precipitare il cielo: violento come l’ira stessa di Seth, Signore delle Tempeste. Anubi, però, non sembrava irritato, piuttosto divertito e questo incoraggiò il ragazzo..
“Le mani di quell’oscuro architetto hanno sorretto quelle di Hemium, il grande costruttore della Piramide.”
Il terrore gli impediva quasi di respirare; proprio per questo non riusciva a spiegarsi dove trovasse il coraggio per rispondere a quelle domande. Era come se ogni goccia di sangue fosse attraversata dalla paura senza, però, restarne sopraffatto. Era come se avesse già conosciuto quelle paure; le avesse già affrontate e, cosa strana, fosse felice di trovarsele ancora di fronte.
“Molte mani oscure – replicò il Dio con quel sibilo roco che faceva vibrare le pietre delle pareti contro cui Djoser stava appoggiato per non cadere – hanno sorretto l’architetto Hemium, ma nessuno di quei servitori, divide la tomba con un Dio.”
“Lo so, Potente Signore delle Tenebre. – proruppe il ragazzo – Quei devoti servitori vivono appagati nelle loro tombe, all’ombra protettrice della grande Piramide del loro Dio. Al mio maestro non è stato concesso il meritato privilegio, pur essendo stato il più devoto dei devoti servitori di Sua Maestà…”
Il ragazzo fece seguire una pausa che lo Sciacallo Divino riempì con un respiro roco e profondo, come lo sbuffo di un mantice. Anche Djoser ebbe un lungo respiro, si schiarì la voce e proseguì:
“Per questo, o Anubi, ti prego di lasciarlo dimorare qui, il mio maestro. Te lo chiedo con la faccia prostrata al suolo, perchè lui è degno di continuare a servire il suo Faraone.”
Anubi lasciò andare un altro lungo respiro, più profondo e cupo del primo, che fece fremere l’aria già scossa e minacciò il già precario equilibrio del ragazzo.
“So – riprese Djoser – che solo al Faraone è concesso di scalare il Cielo attraverso la Piramide, ma il mio maestro lo renderà lieto con la sua presenza: è assai sapiente e i suoi racconti…”
Anubi non lo lasciò finire e per la seconda volta scoppiò in una
sonora risata: “Ah.ah.ah!”
“E io ti prometto, – continuò il ragazzo – o Signore del Mondo-Rovesciato, che se gli permetterai di restare qui, io non servirò altri Dei all’infuori di Anubi. Nè Ptha il Creatore, nè Osiride il Glorioso e neppure il Solare Horo o il Lunare Thot. Questo io prometto, o Misericordioso Anubi. Questo prometto!”
Anubi smise di ridere e un silenzio profondo riempì la lunga pausa che seguì, poi con un gesto lo invitò ad alzarsi e disse:
“Chi riesce ad ispirare tanta devozione in un altro essere mortale
merita rispetto!”
Djoser non si fece ripetere l’invito. Sollevò prima un ginocchio e poi il capo e fu allora che il suo sguardo cadde sull’ombra che Anubi proiettava al suolo e che disegnava sul pavimento un inquietante assemblaggio di segni: una piuma, un rivo d’acqua e un mattone, che insieme formavano

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“Ecco qui tracce di qualche caposquadra desideroso di far sapere di aver contribuito alla gloria del suo Faraone.” sorrise.
L’ambiente era largo più di due metri ma piuttosto basso; sufficiente, però, per starvi in posizione eretta. Qui si fermò e sollevò la torcia sul capo, poi la infilò tra due sporgenze della parete. La luce, tremula e fumosa, invase l’ambiente, illuminandogli il volto e proiettando la sua figura contro la parete. Saldo sulle gambe, il fisico risaltò in tutta la sua prestanza. Era alto, i fianchi stretti e le spalle atletiche. Al collo portava l’ampio collare degli studenti del Tempio di Ptha.
Sollevò la stuoia e con amorevoli gesti l’appoggiò alla parete occidentale della stanza poi tirò da sotto il perizoma un rotolo di
papiro che accostò alla stuoia: il Libro delle He-kau, il lasciapassare per attraversare l’Aldilà.
“Questo, o mio buon maestro, aiuterà il tuo Ka a trovare la strada per raggiungere il tuo signore, il faraone Khufu. Ti aiuterà a fargli sapere che sei degno di vivere alla sua ombra e ti condurrà sano e salvo fino alla Sala del Giudizio di Osiride.”
“Salute a te, Horo dei Due Orizzonti. – cominciò a pregare –
Salute a te, Anubi, Signore della Conservazione.”

brano tratto dal libro DJOSER e lo Scettro di Anubi
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… nei sotterranei della Piramide…

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. Di corsa attraversò il pavimento lastricato del cortile e raggiunse un punto preciso dell’immensa costruzione. Con gesti rapidi, sempre protetto dall’oscurità, si fermò ad armeggiare intorno ad uno dei lastroni di rivestimento esterno della Piramide.
“Proprio qui dietro – pensò sottovoce – dovrebbe trovarsi una di quelle saracinesche che l’architetto NiuserKa ha fatto rinforzare con serramenti di pietra e legno per tenere lontano i ladri.”
NiuserKa, amico di suo padre, era anch’egli un architetto di Ptha. “Povero Niuserka! – sospirò – Se sapesse che proprio il suo discepolo più fidato è stato sorpreso fuori dal cantiere con in
mano i segreti della Piramide del suo Faraone!”
Quei lastroni di durissima pietra erano inviolabili perfino per le attrezzature di cui disponevano i ladri, ma il ragazzo sapeva che si poteva fare affidamento su operai corrotti e preti miscredenti. I ladri sapevano sempre dove scavare e quali vie percorrere per raggiungere tesori nascosti.
“I saccheggiatori, figlio mio, – soleva ripetergli suo padre – non si arrestano davanti ad alcun ostacolo. Siamo noi che dobbiamo
rendere invalicabili gli ostacoli!”
Una volta gli aveva confidato che in gioventù era stato chiamato a testimoniare in un processo contro i ladri della tomba
di una Regina e di aver partecipato ai lavori di traslazione in un’altra tomba di quel che era rimasto del corredo funerario: quella Regina era proprio Hetepheres, madre del faraone Khufu.
Sotto una spinta vigorosa, il varco si aprì e il ragazzo oltrepassò la soglia insieme al suo fardello; appena dentro, spinse il lastrone con entrambe le mani e la “porta” si richiuse rapidamente alle sue spalle.
“Oh, Thot, Tu rendi potente l’Occhio di Horo
che splende sulla fronte di Ra. Io ti chiamo …” riprese.
Parlava sottovoce, quasi un pensiero sussurrato e intanto sfregava l’una contro l’altra le due pietre focaie che aveva con sè. Una miriade di scintille, luminose come stelle, fendettero la fitta oscurità. Il ragazzo vi accostò la torcia che teneva infilata nel corto gonnellino che gli copriva i fianchi e questa prese fuoco con una brusca fiammata.
“Voi tutti, Dei e Dee, fategli la strada.
Fate che giunga a voi Glorioso e ben fornito…”
Il fumo della torcia, acre e pungente, gli ferì gli occhi e la fiamma gettò luce sulle ombre, proiettando la sua figura sulle pareti dello stretto passaggio, un cunicolo alto non più di otto piedi e largo ancora meno, che lo costringeva a stare curvo. Poteva avere quindici anni. Forse sedici. Il corpo era agile e snello e il volto straordinariamente bello. Una massa di ciocche, corte e contorte, trattenute da un cordino di pelle, gli nascondeva la fronte e gli dava quell’aria un po’ selvaggia, tipica della gente del Basso Delta. Aveva labbra carnose e imbronciate e mento arrotondato e volitivo.
Tenendo sollevata la fiaccola, la cui luce moriva, inghiottita dalle tenebre davanti a sé, Djoser proseguì, sempre trascinandosi dietro la stuoia e il suo penoso contenuto. Avanzava a fatica. Il passaggio era stretto ed angusto. Strusciando sul pavimento di terra pressata e compatta, la punta dei tat-beb di corda lasciava dietro di sè un’eco soffocata e cupa.
Il percorso era in ripida pendenza e sprofondava sempre più giù e ad ogni passo aumentava la fatica. L’aria divenne pesante e l’afa opprimente. Sempre più spesso dovette fermarsi e portarsi alle labbra la spugna bagnata che aveva con sè. Non era soltanto la fatica fisica, era soprattutto un disagio dell’animo. Era l’improvviso peso di una solitudine totale che soltanto là sotto poteva raggiungere quelle soglie. Era solo, eppure, continuava ad avvertire l’invisibile presenza, quel respiro alle spalle, e il cuore tornò a battere veloce. Era veramente solo, però. Era l’unico essere vivente ad aggirarsi tra quelle pietre silenziose.
Cominciò a misurare il percorso: venti piedi, ventotto, trenta, quaranta, sessanta. Settanta piedi. Qui un blocco di granito interruppe la sua avanzata.
Mostrando di conoscere assai bene quel tratto, si spostò sulla sinistra. Da lì partiva un corridoio che imboccò senza esitazione. Proseguendo si accorse subito che sul fondo il tappo di chiusura era stato demolito. Non era il solo; ne vide almeno altri tre, i cui frammenti giacevano sparsi per terra. Il corridoio portava in basso, nelle fondamenta della struttura e ancora più giù, nella roccia sottostante. Sulla destra si apriva un vano. Uno dei tanti che avevano consentito ad architetti ed operai di sostare durante i lavori; le pareti recavano scritte in tintura rossa.
“Ecco qui tracce di qualche caposquadra desideroso di far sapere di aver contribuito alla gloria del suo Faraone.” sorrise.

DJOSER e lo Scettro di Anubi

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ANTICO EGITTO: storia, tradizione e fantasy

“DJOSER E LO SCETTRO DI ANUBI”

Siano in Egitto, Antico Regno – IV Dinastia.
Djoser, un ragazzo di sedici anni, allievo del Tempio di Ptha, lavora al cantiere della Piramide del faraone Khafra.
Abbandonato ancora bambino sulle rive del Nilo, Anubi, la più inquietante delle Divinità egizie, lo pone sotto la sua protezione facendo di lui una “creatura” diversa dagli altri mortali: gli permette perfino un viaggio attraverso la Duat, l’Oltretomba egizia, durante u